Due primavere fa la storia era un'altra, e non era bella. Monica Setta contro il GialappaShow, un bailamme social e sui giornali che ha portato a differenti reazioni, persino esterne, come una stoccata di Gerry Scotti da Striscia la notizia: chi è imitato è popolare, il problema semmai è quando nessuno ti imita più. Due anni dopo, tocca ammettere che il copione è irriconoscibile. Sorprendente.
Dopo una stagione a vele spiegate, il gran finale con nove prime serate su Rai 2 da giugno ad agosto, centosettanta minuti l'una: prima e seconda serata coperte da una donna sola su un divano grigio. Collocazione: quella dei Mondiali, cioè il posto peggiore che il palinsesto potesse offrire. Budget contenuto, nessun servizio esterno, nessuna scenografia da capogiro. Risultato: 4,30% di share medio, in linea con gli obiettivi indicati dalla rete. Storie al bivio di sera ha fatto la cosa che d'estate in Rai riesce quasi mai, cioè tenere acceso un canale senza svenarsi.
Il dato però non è la notizia. La notizia è la strada per arrivarci. Pirandello aveva messo in scena questa faccenda un secolo fa. Vitangelo Moscarda scopre di avere il naso storto soltanto perché glielo fa notare la moglie, e da lì impazzisce rincorrendo le centomila versioni di sé che gli altri gli restituiscono. La caricatura funziona esattamente così: ti mostra come ti vedono, ed è sempre una notizia sgradevole. Puoi passare il resto della carriera a smentirla, oppure puoi prenderla e firmarla.
Setta ha scelto la seconda strada, con i suoi tempi e non senza rumore. E qualche ragione ce l'aveva: gli insulti che le sono piovuti addosso, in maniera indiretta, nelle settimane in cui andava in auge la sua imitazione, tutto quello che ha fatto parte di quel periodo non era satira, ma fango. La parodia colpiva non solo il metodo, ma anche la fisicità.
Monica Setta ha allora fatto l'unica cosa sensata: ha ripreso in mano il racconto di sé.
Le domande che scendono nel privato senza mai cambiare tono di voce, gli aggettivi generosi, le stilettate: tutto ciò che era finito alla berlina in un'imitazione di una rete commerciale è rimasto esattamente dov'era, traslocato nella prima serata del servizio pubblico. Chi si aspettava una conduttrice più cauta, più smussata, meno sé stessa, ha visto il contrario preciso. Ed è la mossa più controintuitiva della televisione italiana: quando la caricatura ti definisce, l'unica risposta che funziona è diventare ancora più definiti.
Da lì al passaggio allo stato pop il tragitto è brevissimo. Gli aggettivi che le vengono contati, le pause, l'inflessione, le formule d'apertura e di attacco (l'ultima con Floriana Secondi): sono diventati moneta corrente, materiale da ritagliare e rilanciare. È lo stesso meccanismo che ha reso immortali decine di volti prima di lei. E poi c'è il capitolo che si è raccontato troppo poco. Mentre il dibattito pubblico si consumava sull'ennesima puntata di TeleMeloni, su quel divano si sono seduti Matteo Salvini, Francesco Rocca, ma anche Giuseppe Conte, Maurizio Landini, Carlo Calenda e Nicola Fratoianni.
Una delle puntate che ha fatto più discutere è stata quella con la ministra Eugenia Roccella: un'intervista andata in onda pochi giorni dopo la scomparsa di suo marito, registrata in precedenza, ovviamente, e pubblicata solo dopo l'ok della stessa ministra. "Era un documento unico, testimonianza di una grande storia d’amore", ci ha poi raccontato.
Sulla gestazione per altri è andato in onda una sorta di confronto a distanza fra due ospiti distinti: Chiara Tagliaferri e Matilde Siracusano, che è più o meno l'opposto del talk dove si urla in otto. Nessuno che si sia alzato sbattendo la porta, nessuna clip virale da rissa. Solo gente che parla, seduta.
Resta il paradosso, ed è il motivo per cui vale la pena scriverne. Monica Setta è diventata nuovamente popolare nel senso pieno del termine – riconoscibile, citabile, imitabile – proprio nella stagione in cui sembrava condannata a difendersi dalla propria popolarità. Ha preso la sua caricatura, ci ha camminato dentro e ne è uscita rinnovata con veri e propri tormentoni, tra una frase affettata e l'altra delle sue. Nel suo vocabolario, si può dire in un modo solo: "straordinaria".