
C'è qualcosa di poetico e di ridicolo nel vedere Chiara Ferragni prosciolta dal processo che doveva essere – per molti – la sua Waterloo definitiva. Non per quello che è successo in aula – tecnicamente tutto regolare e cristallino, querela ritirata dal Codacons, cade l'aggravante, il reato diventa perseguibile solo su querela che non c'è più, e quindi "non luogo a procedere" – ma per il silenzio imbarazzante che è calato dopo mesi di gogna mediatica.
Vi ricordate il pandoro? Era diventato il simbolo del Male Assoluto. Non un dolce natalizio venduto a 9 euro invece di 3,70, no: era la prova che gli influencer sono tutti truffatori, che il capitalismo in modalità social è marcio, che bisognava fare piazza pulita. Si sentivano gli echi di una nuova rivoluzione dal basso, dove uno vale uno e la Ferragni niente, perché lei, diciamocelo, era il capro espiatorio perfetto.
Ricca da far disgusto, privilegiata, visibile all’inverosimile con quei 30 milioni e passa di follower, Ferragni era la nuova mucca da sacrificare all'altare del talk show. E infatti tutti hanno parlato di lei. L'imprenditrice digitale si è trasformata nel nemico pubblico numero uno. Le stesse persone che un anno prima ne celebravano il "genio imprenditoriale" ora la volevano in galera.
Per cosa, esattamente? Comunicazione pubblicitaria ambigua? Sì. Marketing aggressivo? Certamente. Ma questo è territorio dell'Antitrust, non del tribunale penale con richiesta di 18 mesi. Il punto non è mai stato se Chiara Ferragni fosse colpevole o innocente. Il punto era avere qualcuno da massacrare. E quando metti insieme le cifre – un milione incassato lei, 50mila donati dall'azienda, pandoro venduto al triplo del prezzo – il gioco è fatto.
Quello che è stato dopo, lo ricordiamo in ordine sparso. Ferragni reginetta della repubblica dei meme, accostata a Soumahoro (guarda caso, un altro capro espiatorio che non c’entrava niente coi fatti che gli sono stati contestati) per quel video in lacrime col camicione di flanella grigia. Non importa che poi la stessa Ferragni abbia sborsato circa 3,4 milioni tra multe, donazioni e risarcimenti. Non importa che abbia pagato 150 euro a testa agli acquirenti del pandoro che si sono sentiti presi in giro. Il linciaggio era già partito.

E adesso? Ora che un giudice – quello vero, non quello dei salotti televisivi – ha deciso che il processo si chiude, dov'è tutta quella indignazione? Forse il punto non era mai stato la giustizia. Il punto era avere qualcuno da mettere alla gogna per qualche mese. E una volta spremuto il limone, via, si passa ad altro.
Non è forse vero che questo Paese ha una malattia che si chiama processo mediatico? Prima ti eleviamo a icona, poi ti massacriamo, poi quando tutto si sgonfia facciamo finta di niente. Non importa la sentenza vera, importa lo show. Non conta se sei colpevole o innocente, conta se sei un bersaglio appetibile. E Ferragni lo era, eccome: troppo ricca, troppo esposta, troppo Ferragnez per non finire sulla graticola.
Qualcuno dirà: "Ma lei comunque ha fatto una cosa discutibile col pandoro”. Certo, i fatti restano. Ed è stato giusto documentare, dibattere, obiettare per l'appunto. La comunicazione era ambigua, i prezzi gonfiati, il marketing aggressivo. Ma quella è materia dell'Antitrust, delle multe, della regolamentazione. Infatti l'Antitrust l'ha multata, lei ha pagato 3,4 milioni tra multe, risarcimenti e donazioni, fine della storia. Non del tribunale penale con richiesta di un anno e otto mesi di galera. Non del processo mediatico che l'ha trasformata da "ha fatto marketing scorretto" a "è una truffatrice seriale". Non di chi un anno fa la dipingeva come la nuova Wanna Marchi.
Se Ferragni avesse fatto lo stesso identico pandoro guadagnando 10mila euro invece di un milione, nessuno avrebbe battuto ciglio. Ma siccome ne ha incassato troppi, allora è diventata automaticamente colpevole. Non di truffa: di successo. E in Italia, il successo non si perdona.