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Mario Tozzi: “Da 20 anni parlo di cambiamento climatico in Tv, percepirsi inascoltati è frustrante”

Torna su Rai3 Sapiens – Un solo pianeta. Mario Tozzi racconta a Fanpage.it un’edizione che continuerà a parlare dell’impatto dell’uomo sul pianeta: “Quando uno dice che sul clima ci sono diverse opinioni, come il nostro ministro dell’ambiente, o c’è ignoranza clamorosa o in malafede”.
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A cura di Andrea Parrella
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A dispetto delle impressioni, la divulgazione è uno dei generi più longevi e di maggior riscontro di pubblico della Tv italiana. Tra i volti che meglio assolvono a questa condivisione del sapere da anni c'è senza dubbio Mario Tozzi, che torna dal 25 novembre con una nuova stagione di Sapiens – Un solo pianeta. Un titolo, Sapiens, che pare concepito con un certo sarcasmo: come dire che sapiens sì, ma guardate come ci stiamo riducendo. Il programma, in onda al sabato in prima serata su Rai 3, continuerà a raccontare anche quest'anno gli sviluppi del pianeta connessi all'enorme impatto che la specie umana ha avuto nel corso dei secoli. Uno sguardo critico che caratterizza da sempre l'approccio di Tozzi, come lui stesso racconta in questa intervista.

Professore, questa nuova stagione di Sapiens si proietterà verso orizzonti differenti o ci sarà continuità con il passato?

Senz'altro ci sarà continuità nel discorso sui Sapiens, il loro impatto sul pianeta e le conseguenze che ne derivano. Indaghiamo la loro condizione all'alba del terzo millennio riguardando la loro storia e quella degli altri esseri viventi del pianeta. Parleremo dello stato dei fiumi italiani, spiegando che la cosa migliore che puoi fare a un fiume è lasciarlo in pace: fa meno danni che riempirlo di opere. Poi parleremo della condizione degli oceani, dei mari e del Mediterraneo in particolare, analizzando i dati abbastanza inquietanti su inquinamento e sovrapesca: rischieremo di mangiare solo meduse fra un po' di tempo. Ma guarderemo anche a come gli antichi scegliessero il posto per creare le proprie città, non basandosi affatto sui consigli degli dei, ma seguendo bene quello che l'esperienza diceva sul territorio. Non le mettevano in luoghi pericolosi come abbiamo fatto noi.

Ci sarà anche spazio per il mito.

Sì, ci domanderemo se i miti siano una nostra proiezione culturale, o un tentativo di spiegare fenomeni scientifici nel momento in cui i fenomeni non potevano essere spiegati. Parleremo del mito del diluvio universale, per questo siamo in Turchia, sul Bosforo, che è probabilmente il punto in cui si è ingenerata la catastrofe che ha portato al diluvio universale. Solo che era molto diverso da come raccontato nella Bibbia, non erano 40 giorni e 40 notti, bensì qualcosa di diverso.

Si parlerà insomma di quello che i sapiens hanno fatto e che non riescono più a fare. È un'interpretazione corretta?

I Sapiens hanno fatto opere mirabili e hanno creato la grande bellezza, soprattutto in Italia, ma evidentemente a un certo punto anche la grande bruttezza.

Da cosa dipende questa involuzione?

Forse è dipeso dal numero, siamo diventati tanti e vogliamo tutti sempre di più. Io credo dipenda principalmente dall'avidità, non esiste specie al mondo prepotente e avida come i sapiens, che più hanno e più vogliono avere. Se noi vedessimo una scimpanzé che si prende tutte le banane di un albero e non le divide con nessuno, non le dà nemmeno ai suoi parenti o solo a questi, se qualcuno rimane senza se ne frega, chiameremmo un etologo e diremmo che c'è un problema da risolvere.

Se invece lo fa un uomo…

Lo mettiamo sulla copertina delle più importanti riviste del mondo.

Questo ha a che fare con quella che è la più grande sfida cui è chiamato l'uomo occidentale, rinunciare ai propri vizi percepiti come obiettivi raggiunti.

Certo, l'uomo non rinuncia a niente. Ma questo si regge sul fatto che la società è diseguale, più ha qualcuno e meno qualcun altro, che però è più debole e non reclama i suoi diritti. Per dirne una: se domani gli indiani volessero cambiare dieta e mangiare pesce come i giapponesi, solo per loro ci vorrebbero 70-80 milioni di tonnellate di pescato all'anno, ma al mondo se ne pescano 120 e quindi già adesso sarebbe tutto per loro se reclamassero la loro parte. È solo perché non la reclamano che il problema non si crea. Credo che la crisi ambientale che viviamo tutti, climatica e di risorse, metterà per la prima volta in luce quanto questo sistema economico di accumulo capitalistico è in crisi, perché si basa su uno sviluppo infinito che non può esistere in un mondo finito.

Secondo lei entro quanto accadrà? Pare una prospettiva che ci perseguita da tempo ma che poi, non arrivando mai nella sua concretezza tende ad alimentare le convinzioni di chi nega gli effetti del cambiamento climatico.

Chi si oppone a questo, negando che ci sia un problema reale, lo fa perché non vuole vincoli al sistema liberistico. Non sono interessati a proporre un'altra verità perché non c'è, non essendoci dati scientifici altri. Sono invece impegnati a far perdere tempo nella regolamentazione. Lo hanno fatto sempre, con il tabacco, le piogge acide, il buco nell'ozono: l'industria si organizza, fa controinformazione al solo scopo di rallentare la regolamentazione.

La divulgazione scientifica in Tv è percepita ormai come un genere che corrisponde a una sorta di prontuario di sopravvivenza. Non c'è il rischio di una generalizzazione o sovraesposizione dei temi del cambiamento climatico?

Il rischio che possa alimentare un rumore di fondo indistinguibile c'è, ma lo corre chi non fa un'informazione corretta. Noi la facciamo in base a dati scientifici che mostriamo. Capisco che l'ascolto televisivo possa essere distratto, ma voglio fidarmi del fatto che chi segue noi non abbia nemmeno nell'anticamera del cervello l'idea di negare il ruolo dei sapiens nel cambiamento climatico ed esaurimento delle risorse. Convincere gli altri è complesso, ma va anche detto che gli altri sono trincerati dietro un fortino ideologico, non c'è scienza lì.

È anche un problema istituzionale, non tutti i governanti sono allineati sulla questione. 

Quando una persona ti dice che sul clima ci sono diverse opinioni, come fa il nostro ministro dell'ambiente (qui le parole di Gilberto Pichetto Fratin), significa che non c'è solo un'ignoranza clamorosa, ma forse anche malafede. Magari potremmo dividerci sull'opinione per uscirne fuori, ma negarla è altra cosa.

Il ministro dell'ambiente Gilberto Pichetto Fratin.
Il ministro dell'ambiente Gilberto Pichetto Fratin.

Il paradosso è che proprio quando il problema sembra essere più urgente, il lucchetto ideologico pare rafforzarsi. 

Non so se si rafforzi oppure no. Sa perché penso che sarà più la crisi ambientale che Marx ed Engels a mettere in crisi il sistema? Perché lo leggeremo nei numeri, nei fatti. Quando a un certo punto le cose mancheranno, quando si arriverà a limiti biologici dei sistemi viventi per via del calore, con 6mila morti lo scorso anno solo per ondate di calore, non potremo negare: sono dati che dicono tanto. Purtroppo si pagherà più caro perché che se avessimo anticipato con l'intelligenza quello che poi subiremo per trauma.

Negli ultimi mesi lei ha interloquito spesso con Ultima Generazione, il movimento di protesta ambientalista. Cosa pensa della minimizzazione della protesta con il meccanismo dialettico del "non è così che si manifesta"?

Anche lì c'è solo malafede, le persone che temono di perdere le proprie posizioni di privilegio e il benessere, non capendo che così facendo sarà ancora peggio. Ultima Generazione non usa i miei metodi, ma non posso fare a meno di vedere l'ipocrisia gigantesca che c'è dietro il nostro giudizio. Ci preoccupiamo del liquido nero organico nella fontana della Barcaccia che va via dopo un minuto e non del fatto che quella stessa fontana è cariata da fuliggine, catrame e inquinanti che sono anche nei nostri polmoni.

La protesta di Ultima Generazione a Roma nell'aprile 2023.
La protesta di Ultima Generazione a Roma nell'aprile 2023.

La prevenzione non porta consenso. È forse questa una concausa di quello che vediamo?

Certo, sicuramente lo è. L'euro speso in prevenzione ne vale dieci in emergenza, ma nessuno lo spende sperando che l'emergenza non accada a lui. L'Italia è fatta così. Ischia franerà, Sarno franerà, i fiumi alluvioneranno, i terremoti ci saranno e alla fine erutterà anche qualche vulcano. Invece noi crediamo nel fato, dicendo "speriamo di no".

Lei rappresenta uno di quei volti che ha sempre provato a metterci in guardia su questioni che non abbiamo voluto vedere. Percepirsi inascoltati nel corso degli anni che sensazione le ha dato?

Molta frustrazione perché tra quelli che si beccheranno le conseguenze della nostra inazione ci sarà mio figlio. Posso essere incazzato, no?

Vivo nella zona dei Campi Flegrei e dopo una delle scosse recenti ho sentito una persona in strada dire "ci vogliono far morire come i topi". Mi sono chiesto "ma chi?"

Me lo chiedo anch'io. Insomma, tu sei andato a vivere nel posto più pericoloso del mediterraneo e forse del mondo per quel che riguarda i vulcani, però la colpa sarebbe di qualcuno che vorrebbe farti morire?

È un paradosso che in un tempo in cui l'accesso alla conoscenza dovrebbe essere facilitato, si risponda con questa sorta di magia nera agli eventi naturali.

Sì, è un paradosso. Come ci fosse qualcuno pronto a generare un'eruzione, non si capisce se ci si riferisca a un vulcano che si vuole far eruttare apposta, oppure a loro che sono andati a vivere lì volontariamente, in alcuni casi anche abusivamente.

In termini di linguaggi televisivo, è cambiato il suo approccio al racconto che fa in base ai cambiamenti della televisione stessa?

Io so fare Tv solo in questo modo. Per me la Tv è come il palcoscenico di una grandissima conferenza, uno spettacolo dal vivo. È come se avessi davanti il pubblico e più che essere attento alla sfumatura della parola, mi preoccupo che abbia quell'effetto. Il resto lo fanno le immagini, che nel mio caso sono frutto dii una squadra straordinaria, tutta interna Rai, che fa un grande lavoro di qualità. Sono al 22esimo anno di conduzione in prima serata di un programma di tematiche ambientali, anche se ha cambiato nome da Gaia a Sapiens.

Sapiens è diventato simbolo delle ultime stagioni di Rai3. Che idea si è fatto dello smantellamento cui la rete pare sottoposta negli ultimi mesi?

In questo caso nemmeno c'è la parte politica, ci vorrebbero solo buon senso e analisi degli ascolti. Se ti privi di grossi calibri che attirano pubblico, la rete non naviga in ottime acque, però io rimango al mio posto in Rai Cultura, perché mi sembra che si possa ancora assolvere a un ruolo educativo e didattico. L'impressione che mi fa è che quando tu tocchi certe tematiche, la cosa che devi fare è ampliare la platea, non ridurla.

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