
Il Diavolo veste Prada 2 non era facile impresa. Scrivere il sequel di un film di successo come il primo avrebbe riservato a chiunque più di una criticità, perché continuare a raccontare una storia che funziona non è mai come farlo per la prima volta. E invece per Miranda Priestly (Meryl Streep) e Andy Sax (Anne Hathaway) è stato un "ops, i did it again", con un boato al botteghino e il record di incassi di oltre 22 milioni di euro che in due settimane lo ha portato già nella Top 50 dei migliori di sempre in Italia. Come ci è riuscito? Semplice, prendendosi sul serio.
Da quando la digitalizzazione ha consentito al grande pubblico di accorciare le distanze e arrivare a toccare con mano trend e passerelle, la Moda ha iniziato a sgonfiare la sua maiuscola. Questo perché la rivista patinata, con i suoi servizi limitati e un menabò serrato che metta tutti d'accordo (testi, titoli, immagini e pubblicità), ha cessato di avere il suo fascino e i suoi abbonati. Da qui la necessità di investire tutto nell'online. Solo che la velocità di fruizione, diventata speculare alla Fast Fashion del proprio settore, ha spezzato l'incantesimo e neutralizzato la visione elitaria dei brand di lusso, spingendo a una visione più orizzontale, accessibile a tutti.
Pro e contro di un sistema che non ha più voluto, o potuto, sentirsi speciale e si è dovuto così abituare a volare in economy senza le bollicine della prima classe. La crisi di Miranda e del suo impero, con conseguente richiesta di intervento di Andy e delle sue competenze, ha attivato una potente inversione dei ruoli, con "il cattivo" pronto ad ammiccare al maglioncino ceruleo dalle trecce infeltrite e "il buono" messo al timone della nave perché non affondi. È cedere il passo, iniziare davvero a pensare che i tempi cambiano e noi con essi, e anche una virago può arrivare a riscoprire la propria umanità, rendendola una strategia vincente. Come a dire: siamo tutti inattaccabili finché non diventiamo vulnerabili e, spoiler, almeno una volta nella vita lo diventiamo tutti.
La sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, penna de Il Diavolo 1 e 2, ha consentito la reunion del cast con grande maestria e puntando al risultato, seppur con qualche effetto collaterale: una storia che ha intrecci ed echi narrativi della prima, inneschi simili (l'intervista a Sasha Barnes, tycoon woman amata da Miranda, è l'obiettivo impossibile dopo il libro di Harry Potter per le gemelle), e veri e propri riferimenti al primo copione in cui, per esempio, alla solita mensa aziendale si storce il naso davanti alle caloriche minestre di mais.

Ma Diavolo Veste Prada 2 alza l'asticella e punta a un'analisi fredda e lucida anche su media e giornalismo oggi, su quanto sta accadendo nel mondo dell'editoria a livello mondiale. Non un attacco ai nuovi modelli soggetti allo scroll, bensì un riflettore acceso su Runway che inciampa in RunwAI, con una profonda riflessione sull'utilizzo (mai demonizzazione) dell'intelligenza artificiale, e sull'impoverimento dei contenuti.
È la storia della difficoltà che attraversa un intero settore e mina la professionalità di chi ne fa parte, stimolando le corde di una solidarietà che diventa l'elemento più demodè da riportare in auge. Una commedia dai buoni sentimenti, condita con la solita dose di outfit ricercati e sfilate urbane, che hanno reso immortale anche il primo capitolo. Una sfida vinta, anche contro se stesso, che ha portato a superarsi al botteghino e ad andare oltre il pregiudizio su frivolezza e mera operazione di marketing. Che c'è stata senza dubbio, ma non ha rubato la scena relegando trama e recitazione al comparto accessori. E mentre si parla di un Diavolo veste Prada 3, il secondo capitolo ha superato anche Barbie al debutto e continua la sua scalata al boxoffice. "È tutto"?, chiederebbe Miranda. Di sicuro non per ora.