“Io non rinnego quello che ho fatto: volevo colpire gli spacciatori, come quello che ha venduto la droga a Pamela Mastropietro. Non è colpa mia poi se a Macerata gli spacciatori sono tutti nero”. Lo dice quasi col sorriso sulle labbra, Luca Traini, protagonista della sparatoria di Macerata, nel suo interrogatorio – la cui  registrazione video è stata diffusa oggi dal quotidiano Il Tempo – risalente al 6 febbraio direttamente nel carcere di Ancona, durante il quale prova a dare una spiegazione al suo folle gesto (trenta colpi esplosi in pieno giorno, sei persone ferite, tutte tra i 20 e i 32 anni) compiuto sabato 3 febbraio. Traini domani davanti alla Corte d’Assise di Macerata deve rispondere dell’accusa di strage, tentato omicidio, lesioni e danneggiamenti con l’aggravante dell’odio razziale.

I motivi della sparatoria di Macerata

Durante l'interrogatorio ha precisato di essersi “estremizzato” nel 2015, a causa dell'arrivo massiccio di immigrati in Italia. Già nei giorni successivi alla sparatoria si era parlato del suo collegamento all’estrema destra. Traini ha affermato che in quel periodo ce l’aveva più col governo. “Gli immigrati li vedevo come un contorno, come qualcosa che il Governo provocava. Tutto ciò ha fatto sì che l'ideologia politica che già mi apparteneva si sia estremizzata” ha spiegato. Forse anche nel tentativo di negare l’aggravante razzista del suo gesto. Il 28enne si era già difeso sostenendo che la sua intenzione fosse quella andare in tribunale e uccidere Innocent Oseghale, il nigeriano presunto assassino di Pamela, ma all'ultimo avrebbe cambiato idea e avrebbe cominciato a sparare contro ogni persona di colore incontrata lungo la strada. Persone che nulla aveva anche fare, sia con l’omicidio della 18enne romano, sia con il traffico di droga a Macerata. Tre giorni fa al funerale della ragazza trovata massacrata lo scorso gennaio, Traini ha mandato dei fiori.

Traini vittima di bullismo da ragazzino

Il 28enne ha anche parlato del suo passato da ‘emarginato’, come vittima di bullismo sin da quando aveva 13 anni, a causa del suo peso. ”È iniziato tutto quando avevo 14 anni, a scuola. Mi incisi il numero 1 sulla mano con il portachiavi del motorino. Poi ci sono stati anni di silenzio e di emarginazione. Pesavo 116 chili a 16 anni. Ero preso di mira verbalmente dai bulli. Quindi avevo questo odio represso dentro, non dico per la società, ma per chi non mi accettava” ha detto.