
Il caso dei quattro braccianti uccisi ad Amendolara, in Calabria, è solo l'ultimo di una serie di violenze ai danni di lavoratori tenuti ai margini della società italiana. "Siamo razzisti", e uno dei motivi è che "ci conviene esserlo a livello economico, perché non c'è nessuno di noi che ha voglia di andare a raccogliere le fragole come i ragazzi di Amendolara", ha commentato Giulia Paganelli, antropologa dei corpi, nel corso dell'ultima puntata di Scanner Live, il programma di approfondimento politico di Fanpage.it condotto da Valerio Nicolosi. Lo sfruttamento alla base di moltissimi settori economici, in Italia, è una questione che spesso viene lasciata in ombra: le vittime sono lavoratori invisibili finché non muoiono, e anche allora visibili solo per qualche giorno.
Basiglini (Baobab): "L'unica possibilità è lo sfruttamento"
Amin, Ullah, Safi e Waseem sono i loro nomi: avevano meno di trent'anni e da un mese non ricevevano più lo stipendio. Si sono ribellati e per questo sono stati uccisi, secondo quanto ricostruito finora. Come detto, quello di Amendolara è l'ennesimo caso che porta alla luce un problema più ampio. Lo ha sottolineato Alice Bisiglini, vicepresidente dell'associazione Baobab Experience: "Dove finisce la libertà di una persona quando non esiste alcuna alternativa allo sfruttamento?". Bisiglini ha raccontato la realtà di numerose persone migranti che transitano da Roma e cercano di raggiungere il Nord Italia: "Molti partono sapendo che andranno a lavorare in condizioni di sfruttamento. Ma quella è spesso l'unica possibilità concreta che hanno".
Il problema non riguarda soltanto il lavoro agricolo o i casi più noti di caporalato, ha proseguito: "Non c'è bisogno di andare nelle campagne della Calabria o della Pianura Pontina, basta guardare l'edilizia o la ristorazione nelle nostre città. Anche lì troviamo persone bloccate in condizioni di sfruttamento". "Sono i nuovi schiavi che mandano avanti il Made in Italy", ha detto.
Per l'attivista, dietro una parte delle eccellenze dell'agroalimentare e della ristorazione italiana si nasconde infatti un sistema che continua a reggersi sulla manodopera migrante sottopagata e priva di tutele: "Anche molti ristoranti del centro storico di Roma si basano sullo sfruttamento, sullo schiavismo". Una realtà che emerge anche dal lavoro quotidiano svolto di Baobab Experience, dove "circa la metà delle pratiche seguite dal nostro sportello riguarda persone che cercano di uscire da situazioni di sfruttamento e vera e propria schiavitù".
Paganelli e l'identità delle persone migranti: "Non ne sommano due, le perdono entrambe"
Paganelli ha spostato l'attenzione sull'altro punto di vista, quello della persona sfruttata. Una persona che spesso si trova privata di qualcosa di fondamentale: "Il migrante non somma due identità, ma le perde entrambe", ha spiegato, richiamando il pensiero del sociologo franco-algerino Abdelmalek Sayad: "Un migrante è una persona che non esiste più nel luogo da cui parte e non esiste ancora nel luogo in cui arriva". La conseguenza di questa condizione, secondo l'antropologa, è chiara: "Quello che resta è forza lavoro. Una forza lavoro che non ha bisogno di diritti, di tutele o di una voce. Parliamo tutti al posto dei migranti e poi li mettiamo a lavorare nei campi".
In Italia le stime più recenti parlano di un'economia sommersa che vale circa 127 miliardi di euro, con tre milioni di lavoratori che per lo Stato di fatto sono "invisibili". Tra loro, molti sono vittime della nuova schiavitù. "A questo servono le persone invisibilizzate: diventano non-corpi che possono essere sfruttati senza essere visti".
Per entrambe le ospiti, il nodo centrale resta quello della disumanizzazione dei migranti. "Se queste persone recuperassero pienamente la propria identità, i propri desideri e le proprie competenze", ha detto Paganelli, "smetterebbero di essere semplice forza lavoro. Tornerebbero a essere soggetti". Bisiglini ha rilanciato: "Faccio fatica a utilizzare la parola integrazione, preferisco inclusione, altrimenti il messaggio è: tu devi imparare le mie regole e io non devo conoscere le tue. L'inclusione invece è uno scambio reciproco". Sulla stessa linea Paganelli: "L'integrazione non significa che tu arrivi e segui le mie regole. Significa che le nostre storie si incontrano e producono qualcosa di nuovo. Se non facciamo questo, la storia diventa propaganda e la propaganda genera paura".