Il fallimento dei tentativi di formare un nuovo governo rende ineluttabile il ritorno al voto, nella speranza che il quadro cambi e dalle urne esca una maggioranza in grado di dar vita a un esecutivo e consentire l’avvio della XIX legislatura. Di Maio e Salvini, i due “non vincitori” della scorsa tornata elettorale, si sono addirittura incontrati per decidere la data delle prossime politiche e, in un modo tanto irrituale quanto efficace, hanno di fatto messo il Presidente della Repubblica di fronte a un bivio: o accettar il ritorno alle urne in tempi brevissimi, oppure dar vita a un tentativo di governo istituzionale velleitario e già delegittimato in partenza. Insomma, dopo oltre due mesi di consultazioni, incontri, trattative, passi in avanti seguiti da repentine retromarce, abboccamenti e polemiche, si è nuovamente al punto di partenza: nessuna maggioranza parlamentare e nessuna volontà di convergenze che diano vita a un accordo politico o a un compromesso di governo. La proposta di Mattarella, un governo "di garanzia" che guidi il Paese fino a dicembre e riporti al più presto al voto nasce dunque già monca, con poche possibilità di concretizzarsi. Servirà, di fatto, solo a sostituire Gentiloni a Chigi nel breve spazio di tempo che porterà al voto.

Il ritorno alle urne è inevitabile, anche se sulla data dell’8 luglio è lecito esprimere più di qualche dubbio. E, ancora una volta, gli unici a essere pronti sono Salvini e Di Maio, che hanno già cominciato la loro campagna elettorale. Il leader della Lega è ripartito da dove aveva cominciato, ovvero dai suoi canali social, con una diretta su Facebook che è stata un compendio della sua personalissima ideologia: la descrizione di un Paese assediato, in stato di guerra, in cui lui si presenta come il solo interprete della volontà popolare, disponibile a qualunque sacrificio o passo indietro pur di migliorare la condizione degli italiani. E se il Presidente della Repubblica non gli consentirà di effettuare un “estremo tentativo”, ovvero quello di mettere la faccia su un esecutivo in grado di cercare e trovare i voti mancanti in Parlamento, allora toccherà proprio al popolo risolvere la crisi, con una mobilitazioni che porti il centrodestra alla conquista della maggioranza dei seggi. Rivolgendosi direttamente ai propri sostenitori, il leader leghista rovescia sui suoi avversari politici la responsabilità dello stallo, parlando di inciuci, accordi e trattative segrete. Il tentativo è chiarissimo: restituire l’idea di essere vittima di macchinazioni politiche volte ad impedire il governo di chi ha vinto le elezioni. Un governo che, come da vulgata populista, è necessario per dare agli italiani le risposte che attendono da tempo: “fermare gli sbarchi, pagare mutui e bollette, una legge sulla legittima difesa, la tutela del made in Italy”. Così, in pochi minuti, Salvini si catapulta direttamente in campagna elettorale: e pazienza se attribuisce l’invenzione delle clausole di salvaguardia ai governi Monti e Letta e non, più correttamente, al governo Berlusconi, col quale la Lega era alleata; e pazienza se torna a rilanciare lo spettro dell’emergenza migranti, che non è mai esistita, figurarsi adesso; e pazienza se dà l’impressione che un governo possa servire a pagare mutui e bollette delle famiglie.

Il ritorno alle urne ha un altro grande sponsor, Luigi Di Maio. Il leader 5 Stelle fino a un certo punto ha gestito da assoluto protagonista la fase post elezioni, dettando le condizioni, scegliendo il terreno dello scontro, portando il centrodestra a un passo dalla rottura e il PD a un passo dal liberarsi di Renzi. Si è mosso con una spregiudicatezza insospettata, gestendo con grande abilità le tensioni interne e una linea politica potenzialmente devastante per il Movimento: offrire un patto di governo “indifferentemente” alla destra o alla sinistra era una mossa impossibile anche da pensare per un leader di un partito tradizionale. Poi, dopo l'intervista di Renzi da Fazio, qualcosa è cambiato e Di Maio è tornato a utilizzare gli argomenti e i toni da campagna elettorale. Una scelta che ha finito con il legittimare la leadership di Renzi e confermare la "bontà" della tesi dei renziani secondo cui col M5s non ci fossero le condizioni per lavorare. Con la prospettiva del ritorno alle urne, il leader grillino dovrà anche confrontarsi con il superamento della regola del doppio mandato elettivo, che in teoria gli impedirebbe di candidarsi nuovamente (e lo farà, nel modo che vi abbiamo anticipato qui). In ogni caso, anche Di Maio è già da giorni in campagna elettorale: come per Salvini, l'approccio vittimista la fa da padrone, con accuse alla classe politica che avrebbe impedito al M5s di andare a governare e "minacce" nel caso in cui si giungesse ugualmente alla formazione di un governo. Insomma, siamo sempre all'interno dello schema "populista": da una parte le macchinazioni delle elite (anche in questo caso Di Maio dice una cosa non vera, ossia che con una diversa legge elettorale il M5s avrebbe ambito a vincere le elezioni), dall'altra la volontà popolare e i bisogni dei cittadini, che possono essere esauditi solo da "un governo del cambiamento". Tanto per cambiare, anche Di Maio chiama i cittadini alla mobilitazione, anticipando quella che si annuncia come una lunga e complessa campagna elettorale.

Insomma, loro sono già pronti. Degli altri, Berlusconi, Renzi, Meloni, Martina, mai come stavolta, davvero non si può dire altrettanto.