Ex sede del Pci a Botteghe Oscure diventa hotel di lusso, Gloria Buffo: “La lotta di classe c’è, ma l’hanno vinta i ricchi”

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La sede del PCI a Botteghe Oscure è oggi un albergo di lusso. Gloria Buffo racconta a Fanpage.it che cosa rappresentava quel luogo negli anni di Berlinguer e riflette su come sono cambiate la politica e la città.

La storica sede del Partito Comunista Italiano a Botteghe Oscure è diventata oggi un albergo di lusso, con camere che arrivano a costare circa 500 euro a notte. Per capire che cosa abbia rappresentato quel luogo, non soltanto per il PCI ma per un’intera generazione che ha vissuto gli anni della grande partecipazione politica, Fanpage.it ha intervistato Gloria Buffo, politica italiana che ha frequentato e lavorato nella sede di Botteghe Oscure negli anni del partito e dell’epoca Berlinguer. Con lei abbiamo ripercorso il significato simbolico e storico di quel palazzo, ma anche ciò che racconta, oggi, la sua trasformazione in un hotel di lusso.

Che cosa rappresentava Botteghe Oscure per il Partito Comunista Italiano? 

Sicuramente aveva un grande valore simbolico per i militanti. Anche se l’edificio aveva un’architettura non particolarmente entusiasmante, quello che contava davvero era ciò che c’era dentro, soprattutto chi c’era dentro. Era un edificio semplice, ma con una sua solennità. All’ingresso c’era l’immagine di Gramsci, poi la bandiera autentica della Comune di Parigi, i compagni della vigilanza che ti accompagnavano quando entravi. E sapevi che lì dentro c’erano stati, e c’erano ancora quando io lo frequentavo, donne e uomini molto importanti. Non nel senso mondano del termine: importanti perché avevano dedicato la vita a una causa in cui credevano, quella di una società più giusta e più libera.

Sotto Botteghe Oscure ci riunivamo in tanti. La sera dei risultati elettorali c’era sempre una folla fuori, anche perché dal balcone del primo piano si affacciavano i dirigenti, in particolare il segretario, che negli anni in cui io frequentavo quella sede era Berlinguer. C’era una corrispondenza anche emotiva, affettiva, tra il segretario e i suoi elettori, il suo popolo. Tra l’altro era un periodo in cui i partiti, non tutti, avevano ancora una grande credibilità e una forte autorità morale. Adesso siamo in un’epoca molto diversa, molto lontana da quella situazione e da quei sentimenti nell’opinione pubblica. Tutti ricordano che, quando morì Berlinguer, vennero a salutarlo proprio lì, nella sede di Botteghe Oscure, dove era stata allestita la camera ardente: Pertini, ma anche Craxi, Almirante. C’era una stima che non aveva confini strettamente ideologici o di partito, perché la politica, almeno quella di alcuni partiti, aveva ancora una sua autorità morale.

Erano anche anni di grande fermento politico, in cui la politica investiva un po’ tutta la vita delle persone.

Sì, ma più che investirla, la politica appassionava tante persone. La società italiana era particolarmente politicizzata, così come il mondo del lavoro. Nelle grandi fabbriche c’erano operai che erano vere e proprie autorità, persone acculturate, che erano davvero dirigenti: dirigenti di popolo, dirigenti di partito, dirigenti in fabbrica. E lo stesso accadeva anche in altri ambiti, nella scuola, nell’università, negli altri luoghi di lavoro. Non c’erano le élite come le intendiamo oggi. C’erano tantissime persone che, nel piccolo o nel grande, avevano responsabilità, si appassionavano, convincevano gli altri, cercavano concretamente di informarli. Oggi la situazione è molto diversa ed è difficile anche raccontare a chi è giovane quanto fosse sentita e stimata quella che considero la politica seria. E poi non c’era tutta questa esteriorità. C’erano dei riti collettivi, certo, ma non si coltivavano il messaggio brillante o la parlantina disinvolta. Erano altri i metri di giudizio: la credibilità, la sincerità, la lucidità di chi aveva ruoli di responsabilità. Poteva essere il responsabile di una sezione di fabbrica, di un circolo territoriale oppure il segretario nazionale.

Oggi che effetto ti fa vedere quella sede trasformata in un albergo di lusso?

Dunque, io abito molto vicino a quella sede, ma non ci sono più passata. Non ne sento il bisogno. So che ad alcuni è capitato di passarci e di provare dispiacere, nostalgia. Io devo dire la verità: era importante, era bello a quel tempo, quando c’era quel partito. Da questo punto di vista, però, ho operato un distacco anche emotivo, affettivo. Ci sono altre cose che oggi mi scaldano il cuore. Trovo invece abbastanza impressionante, ma anche sintomatico di quest’epoca, che quelle mura oggi accolgano un’espressione della società del lusso. D’altronde il culto del lusso domina ormai le nostre società. Non solo perché il lusso viene esibito, non solo perché esiste una minoranza di arcimiliardari che ha un’enorme influenza sulla politica mondiale e la condiziona, a partire dai signori della Big Tech. Ma anche perché, più in piccolo, il lusso è diventato una misura, un metodo di giudizio che spesso affascina anche i più giovani o le parti della società meno abbienti. Come se il lusso fosse davvero il simbolo di una maggiore grandezza, persino di una maggiore grandezza d’animo. Come se chi può permetterselo meritasse più rispetto degli altri. Ma non è così. Il lusso oggi viene esibito sfacciatamente ma, insomma, la società del lusso non è una società da ammirare. Questa invece è una società che tende a trasformarlo in un feticcio.

A Roma questo tema è particolarmente evidente. Oggi Botteghe Oscure ospita un albergo da 500 euro a notte, ma negli ultimi anni abbiamo visto anche studentati da mille euro al mese a San Lorenzo, locali sempre più esclusivi e una città che sembra diventare accessibile soprattutto a chi può permettersela

Certo. Io, che sono di Milano, ho visto accadere prima lì questa trasformazione: Milano è diventata una città per ricchi. E mi sembra che quella tendenza abbia prevalso, o stia prevalendo, anche in molte altre città. Mi raccontano che succede a Firenze, succede altrove e sicuramente anche a Roma. Ma questo non è neutrale: espelle chi ha meno soldi. Questa cosa degli studentati, per esempio, è scandalosa e si riproduce in diverse città. Trovare una stanza in affitto è diventato difficilissimo, anche perché l’iperturismo fa sì che chi ha a disposizione una stanza o un appartamento preferisca destinarli agli affitti brevi. Però una società così è veramente triste, si può dire? È una società che sacrifica i più giovani, sacrifica chi fatica ad arrivare alla fine del mese. La società del lusso non solo è ingiusta, è anche inutilmente volgare. Mi vengono in mente i grandi matrimoni, come quello di Jeff Bezos a Venezia. Sono stata a Venezia poco tempo fa e c’erano diversi cartelli che denunciavano il fatto che Venezia non è un parco giochi per ricchi. Ma se si fanno certe politiche fondiarie, economiche, amministrative, poi si capisce come finisce.

C’è una frase che hanno detto in tanti, ma che mi sembra molto azzeccata: la lotta di classe non è che non c’è più, la lotta di classe per ora l’hanno vinta i ricchi.

Nell’albergo hanno deciso di conservare il busto di Gramsci, la falce e martello, le opere di Giò Pomodoro, in modo da salvaguardarne la memoria. In un contesto del genere non si rischia però di svuotarne il significato?

Credo che ci fosse un vincolo, cioè che chi ha ceduto il palazzo avesse posto come condizione che questi simboli importanti non venissero rimossi o toccati. Quindi non penso che sia stato soltanto un gesto di buona volontà. Certo, io qualche dubbio sul fatto che chi va in un albergo come quello abbia mai letto qualcosa di Gramsci ce l’ho. Qualcuno magari non ne avrà neanche mai sentito parlare. Però è comunque meglio che quei simboli siano rimasti piuttosto che essere stati tolti. Magari qualcuno si farà qualche domanda, chiederà almeno: chi era questo signore? Io però non ho il dolore al cuore all’idea di quel posto: quel luogo non conteneva più quella comunità, ed è quella comunità che non c’è più. È questo, semmai, che può creare un sentimento di nostalgia. Poi però bisogna guardare avanti. Bisogna sperare in questi giovani che si muovono, sperare in questi giovani governatori che negli Stati Uniti hanno fermato i repubblicani. Non possiamo restare alle reliquie.

Mi ricollego proprio a quello che dicevi su chi entra e vede Gramsci magari senza sapere chi sia. Come si può raccontare Botteghe Oscure a un ragazzo che oggi ha vent’anni, entra lì dentro, vede il busto di Gramsci ma non sa niente della storia di quel luogo e pensa semplicemente di essere in un albergo?

Bisogna sicuramente evitare di fargli una lezione noiosa o un comizio, perché dopo cinque minuti si stufa. Però Gramsci ha una caratteristica particolare: è studiato in tutto il mondo ed è molto più conosciuto di tutti gli altri dirigenti che sono venuti dopo nella storia dei comunisti italiani. È stato un grande intellettuale, un uomo visionario. E Gramsci, di fatto, era anche un filosofo. Gli racconterei che il grande insegnamento di Gramsci è stata la sua vita, non soltanto il suo pensiero. Cercherei di spiegargli in poche parole che è morto giovane, che è morto perché i fascisti lo avevano incarcerato, che era un uomo con una salute molto fragile. E a volte la fragilità del corpo si accompagna anche a un’estrema capacità di immedesimarsi nelle sofferenze dei più deboli, di chi ha meno potere, di chi è più diseredato. C’è una frase che parlava di Simone Weil, la filosofa francese che aveva una salute molto fragile ed è morta abbastanza giovane. Diceva che Simone Weil e Gramsci condividevano questa particolarità: un corpo fragile e una mente eccellente, una capacità di pensiero straordinaria. Leggendo quella frase ho pensato che forse la fragilità del corpo, a volte, ti aiuta non a essere più intelligente, ma a guardare verso un orizzonte più ampio. A non guardare soltanto ai problemi di chi sta bene, ma a diventare più sensibile all’umanità, alle sue sofferenze, alle sue difficoltà, al bisogno di riscatto. È una frase molto bella. Anche Simone Weil è stata un genio, quindi forse è vero che la fragilità del corpo e una mente eccelsa, a volte, si incontrano non per caso.

Se dovessi dire che cosa ti è rimasto davvero di quegli anni e di quel luogo, al di là del PCI e di Botteghe Oscure, che cosa diresti?

Le prime volte sono andata a Botteghe Oscure per delle riunioni, poi ci sono andata a lavorare. Sono stata lì come funzionaria, prima di diventare parlamentare, quindi conoscevo molto bene il palazzo. Mi faceva sempre un certo effetto la sala del quinto piano, dove si riuniva il Comitato centrale. Partecipavo anch’io, ero invitata già quando facevo parte dell’organizzazione giovanile, e lì ho avuto la possibilità di ascoltare da vicino, durante riunioni molto appassionate, i dirigenti più importanti del PCI. Non se le mandavano a dire, eh. Erano molto franchi tra di loro.

Ricordo in particolare un episodio impressionante. Una volta andò a parlare alla piccola tribuna che c’era nella sala Luigi Petroselli, che allora era sindaco di Roma. Stava facendo un intervento molto bello, ma mentre parlava si sentì male. Fu soccorso immediatamente. C’era Giovanni Berlinguer, che era medico, furono chiamati subito i soccorsi e l’ambulanza, ma non ci fu niente da fare. Petroselli morì lì. Allora ero una ragazza. Naturalmente fu una cosa dolorosissima. Però mi colpiva anche vedere da vicino questi uomini la cui vita era stata così profondamente riempita da questa missione, e che allo stesso tempo avevano una dimensione umana molto forte. Quella volta rimasi molto colpita non soltanto perché il fatto era doloroso, ma perché li vedevo da vicino: vedevo i corpi, le fragilità, la passione. E vedevo anche la passione di tante donne, perché c’erano donne molto, molto autorevoli. Per me è stata un’esperienza umana, oltre che politica e intellettuale, perché quello era anche un luogo di formazione molto affascinante. Sono stata fortunata a vivere quegli anni e a viverli conoscendo quelle persone, persone molto diverse tra loro, in contesti diversi. Mi piacerebbe che mio figlio potesse avere, non l’esperienza del PCI che non c’è più, ovviamente, ma esperienze personali, collettive e affettive altrettanto significative. Mi piacerebbe, anche se oggi è molto più difficile. Chissà. Forse questa generazione invece ci riserverà delle sorprese, come stiamo vedendo in giro.

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