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La mappa dei broker della cocaina tra il Lazio e il Sudamerica: “Noi se pijamo tutta Civitavecchia”

Dalla palestra di Tarquinia pagata in droga alle ville di Santa Marinella, fino ai summit con la Camorra e agli affari con i sinti di Avezzano. La mappa della rete laziale che smistava i carichi dei narcos sudamericani.
Riprese di un drone dei carabinieri sulle navi cargo utilizzate per il trasporto della droga nel Mediterraneo
Riprese di un drone dei carabinieri sulle navi cargo utilizzate per il trasporto della droga nel Mediterraneo

In un anno muovevano circa 800 chili di cocaina, ma per piazzarla nelle strade di Roma e del litorale nord del Lazio avevano bisogno di una capillare rete locale. Per questo i membri del cartello della droga italo-sudamericano al centro della maxi operazione condotta questa mattina dai carabinieri di Civitavecchia — e che ha portato all'esecuzione di 8 ordinanza di custodia cautelare — poteva contare su diverse figure ben integrate nell'organizzazione del gruppo. Se i vertici internazionali o interregionali gestivano l'importazione della sostanza dall'Ecuador, i padroni incontrastati di questo livello intermedio nella regione della Capitale erano Roberto Tortoioli e Raffaele Mazza: il primo nel ruolo di broker per tutta la costa nord, il secondo facilitando l'ingresso degli stupefacenti verso Roma. Sotto di loro si sviluppavano le propaggini laziali del sodalizio.

Il re del litorale e i muratori pagati in cocaina

Il curriculum criminale di Tortoioli parte da lontano: romano, 64 anni, già nel 2006 divideva la cella nel carcere di Civitavecchia con Alessandro Maddaloni (oggi collaboratore di giustizia), dopo essere stato arrestato per un carico di cocaina proveniente dal Brasile. Proprio in Brasile il broker romano ha vissuto per un periodo della sua vita, cosa che lo agevolerà nei suoi rapporti con i vertici sudamericani dell'organizzazione. Il capo colombiano del cartello, il ‘Presidente' Pavel Guarin Morales, lo arruola per la gestione operativa del business della cocaina nel Lazio. Attività che, per gli inquirenti, ha svolto stabilmente tra il 2019 e il 2024.

La sua strategia è aggressiva: "Noi se pijamo tutta Civitavecchia", dirà intercettato durante una conversazione telefonica con Mazza. Per giustificare i proventi della droga e creare una base logistica sicura, il broker ha investito a Tarquinia, in via Alceste Moscetti, dove ha allestito una palestra, la Prowess Nutrition, legata a una ditta individuale per la vendita di integratori, la Prowestore, intestata alla sua compagna Maria Jose Soares Barbosa e che forniva a Tortoioli una facciata legale. Ma dietro ai pesi e ai tapis roulant si nasconde un vero e proprio hub per lo spaccio, pensato per allargare il mercato fino alla frazione di Marina Velca.

"Io posso trovare la materia prima… però non mi posso impicciare, capito? Dobbiamo trovare pure una situazione qui dove si può appoggiare le cose": lo stralcio di intercettazione testimonierebbe la ricerca di una "retta", in gergo un nascondiglio sicuro per la droga. Ma l'aneddoto che restituirebbe appieno la spregiudicatezza criminale del 64enne riguarda i lavori di ristrutturazione della palestra: il broker avrebbe pagato gli operai non in contanti, ma in polvere bianca. In un'intercettazione con la compagna afferma che cedendo ad Andrea, il suo muratore di fiducia, 1.000 euro di cocaina, avrebbe saldato un debito per i lavori pari al doppio: "Sto a pensà che mò compro 1000 euro deeee! E gliela dò ad Andrea… tu calcola che per lui so 2000 euro… che dici? Risparmiamo 1000 euro", si legge nelle carte dell'inchiesta.

I clienti Vip della costa e l'ossessione per "il sasso" o "la squamata"

L'espansione sul litorale, però, non si basava sui classici spacciatori di strada. Il target dell'organizzazione era una clientela vip e facoltosa, professionisti in grado di acquistare centinaia di grammi a consegna per rivenderla al dettaglio sul territorio. I documenti restituiscono i profili dei referenti locali: a Civitavecchia il prescelto è D. M., titolare della palestra Big Boy, considerato un soggetto "forte" ed economicamente solido, l'uomo giusto attraverso cui Tortoioli e Mazza pianificavano il monopolio locale.

A Santa Marinella, invece, le consegne arrivavano a casa di M. D. C., un agente immobiliare che vive in un complesso residenziale in via Aurelia, a pochi metri dal mare. Per non destare sospetti, i narcos entravano direttamente nel vialetto privato della sua villa per scaricare la merce dal bagagliaio. Ma questa rete è anche estremamente esigente: i clienti rifiutano categoricamente la droga "farinosa" o "sbriciolata" e pretendono che la cocaina abbia una struttura solida, "a sasso" o "squamata". Un dettaglio puramente estetico che però rischia di far saltare affari da migliaia di euro.

Durante una consegna, lo stesso D.C. rifiuta quasi metà del carico e si sfoga con Tortoioli per le lamentele dei compratori finali: "Questo non sa' piglia, ma' rimanna indietro… questo poi tra cinque giorni se voleva piglia pure mezzo pacco… non è squamata… questo è uno fissato proprio". Per non perdere il mercato locale, Tortoioli e Mazza studiano soluzioni alternative, arrivando a suggerire l'utilizzo di alterazioni chimiche con l'acetone per compattare la polvere, indurirla artificialmente e farla diventare "dura come un sercio".

Raffaele Mazza, l'uomo dei doppifondi e della piazza romana

Se il litorale laziale era il regno di Tortoioli, la Capitale era sotto il controllo di Raffaele Mazza. Trentatré anni, romano di nascita ma di origini calabresi, tanto da essere ribattezzato dai vertici dell'associazione proprio "il Calabrese", Mazza era l'uomo incaricato di inondare le strade di Roma di cocaina. Le carte dell'inchiesta lo descrivono come stabilmente inserito nella gestione di una rilevantissima e prolifica piazza di spaccio radicata nell'area di Primavalle e Montespaccato. Anche lui ha un curriculum criminale navigato nell'ambito del narcotraffico, tanto che nei documenti della procura vengono citate diverse condanne in materia e numerose recidive.

Per accreditarsi con i narcos sudamericani come interlocutore affidabile e strategico, Mazza si vantava di poter piazzare quantità industriali, prospettando la capacità di smerciare "dai 50 ai 100 chili di cocaina al mese". La sua forza, però, non risiedeva solo nella vendita capillare, ma in una logistica di altissimo livello. Mazza era lo specialista indiscusso del "sistema", ovvero della fornitura di macchine modificate con ingegnosi doppifondi meccanizzati, capaci di nascondere fino a 20 chili di droga per volta ed eludere i controlli delle forze dell'ordine.

Per il trasporto fino a Roma si avvaleva di una rete fidata, capeggiata dal cognato e corriere Cristian Centra. Tutto si muoveva seguendo rigidi protocolli di sicurezza: l'auto carica di droga era sempre preceduta da una vettura "staffetta" guidata da complici per bonificare il percorso e segnalare posti di blocco. E la droga non partiva se da parte dei clienti non era garantito il prezzo d'acquisto minimo: "A me se me da minimo 500 a pacco (chilo, ndr)… perché senò non je do il materiale". In un altro nastro in mano ai pm, il Calabrese va su tutte le furie quando i clienti sinti di Avezzano rifiutano una partita perché troppo "farinosa" e non "a sasso": "Pe' sto co*****e io ho preso 200 in più… e mo ce l'ho sul groppone!".

L'asse con l'Abruzzo: i Sinti, la "lingua strania" e i Casamonica

Oltre che nel Lazio, il gruppo aveva ramificazioni in Calabria — in provincia di Reggio Calabria, a Sant'Agata del Bianco, i militari della compagnia locale hanno scoperto un laboratorio dello stesso cartello, adibito al taglio della sostanza psicotropa con l'obiettivo di moltiplicare i profitti — in Campania e in Abruzzo. In quest'ultima regione, l'acquirente principale era B.M., pregiudicato residente ad Avezzano e appartenente a una famiglia sinti stanziale.

Morelli era un "grossista" di peso, capace di ordinare partite da uno o due chili alla volta, al prezzo minimo di 21mila euro al chilo. È proprio lui il cliente tanto esigente che ha mandato su tutte le furie Raffaele Mazza, respingendo sdegnato la cocaina perché si presentava "farinosa" e pretendendo l'intervento diretto dei vertici colombiani per avere la droga "a sasso". Ed è sempre lui che ha vantato parentele con il clan romano dei Casamonica.

In un'intercettazione ambientale catturata nella sua Fiat Panda, Tortoioli gli racconta i dettagli grotteschi della consegna. Il broker romano, confuso da un dialetto per lui incomprensibile, aveva chiesto spiegazioni: "Gli ho detto.. perché… sento na lingua strania.. dice ..ma io so un Casamonica.. a sei un Casamonica… je stavo a dì sei un Casamonica.. poveraccio però…". Un'affiliazione, reale o presunta, sbandierata come un biglietto da visita per pretendere rispetto.

Il summit con la Camorra e il ruolo del pentito

Nel 2024 il cartello ha subito un furto clamoroso: un commando di camorristi di Secondigliano ha simulato un finto posto di blocco della Polizia, riuscendo a sottrarre ai sudamericani dieci chili di cocaina per un valore di 280mila euro. Per recuperare il maltolto e placare l'ira dei vertici, Roberto Tortoioli e il Presidente si sono affidati a A.M. pregiudicato, oggi pentito per fare da pontiere con la mafia di origine campana.

Sono iniziate così le trasferte sull'asse Roma-Napoli, culminate con summit tra i tavolini dei bar di Giugliano. I narcos si sarebbero interfacciati con Pasquale Cacciapuoti, fratello di un boss locale e un misterioso ‘Zio Salvatore', a cui viene affidato il compito di rintracciare i ladri. Ma la tensione è rimasta altissima per mesi, con i colombiani intenzionati a rispondere con la violenza. Le intercettazioni catturano il terrore del pregiudicato oggi pentito, preoccupato che Zio Salvatore stia agendo di testa sua senza consultare il cartello: "Mi deve far sapere, quello mi ha fatto chiamare il Colombiano… si è fatto mandare anche la foto del balcone…", si sfoga.

Le trasferte campane, scandite da messaggi di avvicinamento come "33 Minuti e sto al Bar che disse lo zio!", hanno portato a un faccia a faccia con i reggenti del clan, con il cartello che ha ottenuto, a titolo di risarcimento, un nuovo e lucroso accordo commerciale: i mafiosi si sarebbero resi disponibili ad acquistare 50 chili di cocaina al mese a un prezzo maggiorato, 17.500 euro al chilo invece dei consueti 17.000.

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