Femminicidio Manuela Petrangeli, le motivazioni della sentenza di ergastolo: “Un gesto voluto e lucido”

"L'ultimo e conclusivo atto persecutorio". I giudici della I Corte d'Assise di Roma hanno definito così il femminicidio di Manuela Petrangeli, compiuto da Gianluca Molinaro nel luglio 2024 con un fucile a canne mozze. Il 26 gennaio 2026 i giudici, guidati dalla presidente Paola Roja, hanno condannato Gianluca Molinaro alla pena dell'ergastolo per omicidio volontario aggravato, atti persecutori e i reati relativi alla detenzione abusiva, l'alterazione e la ricettazione dell'arma utilizzata per uccidere la sua ex compagna.
A tre mesi di distanza sono state depositate le motivazioni della sentenza, quasi 140 pagine dove vengono ripercorsi i giorni precedenti al delitto per delineare la presenza di stalking e atti persecutori ma soprattutto per dimostrare che il delitto è stato ben premeditato da Molinaro
I giudici: "Molinaro ha avuto tempo per premeditare"
La decisione di sorprendere Manuela Petrangeli fuori dal suo posto di lavoro, insieme a quello che secondo lui era il suo amante, secondo i giudici è stata maturata già alla fine del mese di giugno. Il 4 luglio Molinaro si apposta nei pressi di "Villa Sandra", in attesa che la Petrangeli finisca il proprio turno di lavoro. Ha bevuto e messaggia con E. L., titolare della palestra dove si allena ma che non comprende subito il contenuto dei suoi messaggi. "Dai, forse oggi pijo due piccioni con una fava" scrive Molinaro riferendosi alla possibilità di vedere uscire Manuela Petrangeli con il suo amante (un ex paziente che Manuela aveva visto alcune volte fuori dal posto di lavoro).
Molinaro attende in un lasso di tempo di circa 30 minuti, "adeguato – scrivono i giudici – a consentirgli di riflettere e rimeditare, nessuna controspinta si attiva ad inibire o ostacolare tale proposito". I messaggi che si scambia con E.L. non sono una richiesta di aiuto ma piuttosto una esibizione di potenza e riaffermata supremazia. Non cambia idea neanche quando la vede uscire insieme ad una collega e dirigersi verso la sua automobile. "Raggiunge freddamente la donna e la colpisce per ben due volte, esultando poi per averla centrata ("I'ho massacrata")" scrivono i giudici nelle motivazioni.
"Questa è una sentenza ben motivata in fatto e in diritto. Desta particolare interesse la parte di motivazione che argomenta sulla sussistenza della premeditazione" hanno commentato i difensori della famiglia Petrangeli, Carlo Testa Piccolomini e Mascia Cerino.