Dentro la Banda del Tuscolano: l’organizzazione, la faida a Don Bosco e i legami con i grandi clan di Roma

Gli elicotteri dei carabinieri e l'esplosivo con cui il Gruppo Intervento Speciale ha fatto saltare le porte degli arrestati nella mattina di mercoledì 6 maggio hanno svegliato la zona del Tuscolano a Roma. Hanno anche portato alla luce l'esistenza di una banda dedita al narcotraffico arrivata a controllare con metodo violento e, secondo i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia, mafioso il sottobosco criminale di uno spicchio di città. Una "associazione dotata di una stabile organizzazione, di un'ampia dotazione di mezzi (maglie comunicative criptate, veicoli con cui trasportare la sostanza) e di risorse finanziarie, caratterizzata da una rigida ripartizione dei compiti e con stabili collegamenti operativi sul territorio", come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dalla giudice per le indagini preliminari Ilaria Tarantino. Un'associazione capace di destreggiarsi con equilibrio all'interno dei contrasti fra gruppi più potenti e d'imporsi con forza per portare ordine fra le piccole ‘batterie', i cui contrasti rischiano di attirare attenzioni e danneggiare gli affari.

Maverick e Neymar a capo della banda
Al vertice ci sono nomi già noti alla cronaca nera e giudiziaria: ‘Maverick' e ‘Neymar', ovvero Giuliano Cappoli e Manuel Grillà. Sarebbero loro i "promotori, organizzatori e finanziatori dell'associazione", come scrivono i pm. Secondo quanto ricostruito dal Nucleo investigativo dei carabinieri, "dirigono ed organizzano gli approvvigionamenti (anche tramite importazioni dall'estero) di ingenti quantitativi di stupefacente", mantengono i contatti con i fornitori, danno ordini, supervisionano le attività dallo stoccaggio, alla distribuzione, alla raccolta dei proventi dello spaccio. Sono anche boss attivi, senza timore di sporcarsi le mani, soprattutto nell'attività di recupero crediti con pestaggi e sequestri di persona.
Un ruolo cruciale è affidato a Valerio Troscia, detto ‘Bombolone', e Daniele Marascio, detto ‘Chapino'. Loro, secondo l'accusa, sono i contabili del gruppo: custodiscono il denaro, riscuotono i crediti, tengono la contabilità su fogli o file criptati. Marascio opera più in contatto con lo stupefacente, sovrintendendo lo scarico dei camion nei magazzini e distribuendolo ai vari clienti. Troscia, invece, è a capo delle attività di riciclaggio, per investire e ripulire i ricavi del narcotraffico.
Con il compito di custode dello stupefacente c'era Davide Magozzi, ‘Billo', arrestato in flagranza il 28 ottobre 2025 dopo che i carabinieri hanno trovato in un suo deposito oltre trenta chili di cocaina. Un arresto che manda su tutte le furie Cappoli, il quale si attiva subito per trovare al "suo uomo" un avvocato di fiducia e due telefonini criptati da farli arrivare in carcere. In quest'occasione viene fuori il potere di Cappoli di penetrare fra le mura di Rebibbia. Il boss contatta un detenuto influente, chiedendogli di far trasferire Magozzi in una "cella tranquilla". L'intervento ha avuto successo: l'8 novembre Magozzi è stato spostato nel Reparto G8, una sistemazione definita da Cappoli stesso un "grand hotel".
Un altro uomo della logistica sarebbe Gabriele Galoni, detto ‘Gasperino', con vari incarichi come: riscuotere i pagamenti dei carichi, custodire e spostare denaro, pagare i grossisto. Sacha Fonzo, detto ‘Cummè', invece, agisce in proprio come distributore, comprando e rivendendo a una sua rete di spacciatori, ma col tempo diventa un membro effettivo collaborando nelle attività di recupero dei crediti e nell'organizzazione di azioni punitive violente contro clienti morosi o rivali. Molto vicini, tanto da essere considerati quasi dei sottoposti sono poi due clienti abituali: Massimiliano Rasori, detto ‘Stipetto', e Lorenzo Tallone, ‘Bullone', che, come ricostruito dagli inguirenti, acquistano "regolarmente e con cadenza periodica grandi quantità di droga dall'organizzazione di Cappoli/Grillà per poi rivenderla sulle proprie piazze di spaccio".
La faida Tallone-Carpisassi e l'intervento di Cappoli
Proprio per una faida di Tallone con la famiglia Carpisassi, ‘Maverick' deve tirare fuori tutta la sua leadership. Tutto nasce da vecchie ruggini e da una lunga scia di intimidazioni attribuite a ‘Bullone', nei confronti dei rivali sul territorio di Don Bosco/Cinecittà. Sullo sfondo pesa anche un precedente violentissimo: il padre di Tallone, anni prima, aveva colpito Andrea Carpisassi con un'accetta. La tensione esplode il 23 novembre 2025, quando Andrea Carpisassi, con il figlio Gabriele a fare da palo, tende un agguato a Tallone fuori da una sala giochi di via Licinio Stolone. Partono almeno sette colpi di pistola: Tallone viene ferito a una spalla ma riesce comunque a rispondere al fuoco prima di fuggire. Poche settimane dopo arriva la rappresaglia. L’11 dicembre Tallone aspetta Gabriele Carpisassi sotto casa, in via Calpurnio Pisone, e gli spara ferendolo gravemente alla gamba, al gluteo e rompendogli una vertebra.
Inizialmente il boss si infuria perché le sparatorie avvengono senza il suo consenso nel territorio che considera sotto il proprio controllo, mettendo a rischio il traffico di droga e attirando l’attenzione delle forze dell’ordine. Poi però cambia strategia. Con il quartiere ormai pieno di pattuglie, Cappoli decide di passare all’offensiva e prende in mano la regia della vendetta. Secondo gli investigatori organizza sopralluoghi, procura armi, prova persino a reclutare un killer sudamericano e affida a Niccolò Lucino, detto ‘Fagiolo' e anche lui indagato, e allo stesso Tallone il compito di eseguire l’omicidio. Viene installato anche un localizzatore gps sotto l’auto di uno dei Carpisassi per seguirne ogni movimento. Tra il 13 e il 19 aprile 2026 il gruppo tenta più volte di entrare in azione, ma ogni piano salta all’ultimo momento grazie all’intervento dei carabinieri che, seguendo le intercettazioni in diretta, piazzano posti di blocco, sequestrano armi e saturano il quartiere di controlli, impedendo ai sicari di arrivare fino al bersaglio.
La banda del Tuscolano fra i grandi del mondo criminale
La banda di Cappoli e Grillà è solida e ben organizzata, ma si inserisce in un contesto in cui non sono né i più ricchi né i più potenti. Intercettati dai carabinieri nel corso delle conversazioni fra di loro e con altri, però, "rivendicano ampi margini di autonomia", in particolare , rispetto a due delle organizzazioni più potenti in città fra il 2020 e il 2025: il sodalizio comandato dalla coppia Leandro Bennato e Giuseppe Molisso, protetti di Michele Senese, e quello dell'italo-albanese Elvis Demce, ex pupillo di Fabrizio ‘Diabolik' Piscitelli.

I pm dell'antimafia hanno notato come la banda del Tuscolano abbia vissuto un periodo di tensione a causa del conflitto ancora in corso fra i due gruppi, nonostante tutti e tre i boss si trovino in carcere a regime di 41bis. La linea mantenuta da ‘Maverick' e ‘Neymar' sembra essere quella di non esporsi e non prendere parte. Grillà aveva già subito misure di custodia cautelare per reati commessi "nel contesto criminale del sodalizio diretto da Bennato e Molisso" e l'intera banda viene descritta da un collaboratore di giustizia come "in contiguità" con l'organizzazione dei due.
Inoltre, Cappoli si trova a Rebibbia nello stesso momento in cui vi è rinchiuso Bennato, ora a Nuoro, e si sarebbe preoccupato di fargli capire di non avere alcuna simpatia per Elvis Demce. Nonostante questo, non disdegna di parlarci con un telefono criptato quando ne ha occasione. D'altronde ‘Maverick' era coinvolto nell'inchiesta ‘Grande Raccordo Criminale' ed già stato condannato in via definitiva sei anni e sei mesi di reclusione ed euro 32.000 di multa per due episodi di traffico di stupefacenti commessi quando collaborava con l'organizzazione comandata da Piscitelli e dal suo socio Fabrizio Fabietti.
