Sequestri, torture e tentati omicidi: così la Banda del Tuscolano controllava i debitori e il territorio

"Qui il boss sono io". A parlare, intercettato dai carabinieri, è Giuliano Cappoli, detto ‘Maverick‘. Con "qui" intendono i quartieri di Tuscolano, Cinecittà, Don Bosco a Roma. Insieme al suo socio Manuel Grillà detto ‘Neymar‘, Cappoli era a capo della rete criminale contro cui nella mattina di mercoledì 6 maggio i militari hanno eseguito diciotto misure di custodia cautelare. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia, i due comandavano il territorio nel sud della Capitale con pugno di ferro e metodi violenti fra cui estorsioni, sequestri, torture e attentati omicidiari. Metodi, ben descritti nell'ordinanza della giudice per le indagini preliminari Ilaria Tarantino, con cui provavano a farsi valere in uno scenario criminale che travalica in confini toccando anche la Spagna e il Marocco.
Sequestri e tentati omicidi per riavere indietro i soldi
Il messaggio doveva essere chiaro per tutti: con la "Banda del Tuscolano" non si scherza e non si sgarra. Nel febbraio 2021 Grillà prova a farlo arrivare anche a Massimiliano Le Donne, indagato e all'epoca latitante a Barcellona, incaricato di fare da intermediario per l'acquisto di 40 chili di hashish. L'organizzazione doveva consegnare circa 200mila euro in cambio, ma il denaro viene rubato dalla stanza d'albergo dove Alessio Immordino, detto ‘Il laziale', e Alessandro Damiani, detto ‘Bianco', alloggiano. I dubbi sul responsabile ricadono su Le Donne.
A quel punto scatta una doppia operazione. Il 16 febbraio 2021, Grillà, Andrea Contu e altri due sodali altri complici si mettono in marcia verso Sulmona, in provincia dell'Aquila. Spacciandosi per un conoscente, ‘Neymar' avvicina la mamma di Le Donne nei pressi di un centro estetico e si fa indicare il padre all'epoca di 66 anni. Con il pretesto di metterlo in contatto telefonico con il figlio latitante, di cui l'uomo non aveva notizie da tempo, riescono a convincerlo a salire spontaneamente a bordo di un'auto. Inizia così il sequestro in località segrete al confine tra Abruzzo e Lazio che dura due giorni. Legato e sotto minaccia di armi, il 66enne viene usato come ostaggio per provare a far venire allo scoperto il presunto traditore. Viene anche costretto a registrare messaggi vocali, inviati poi a Le Donne tramite il software criptato SkyECC, in cui lo implorava di risolvere il problema e restituire i soldi. "12 ore e gli sparo", aggiunge Grillà.
Le Donne fa sapere di essere disposto a pagare e il padre viene liberato e riaccompagnato a Sulmona. Quando qualche giorno dopo Contu, Immodino e Mario Silenti detto ‘Vortice' vanno a Barcellona per recuperare il denaro, l'intermediario non si fa trovare. Rintracciano, però, un suo collaboratore albanese. Prima provano a farsi dire dove si trova Le Donne, poi si stancano. In mezzo alla strada Immordino lo stende con un colpo in faccia, Contu e Silenti si buttano addosso e lo accoltellano. "Braccia, gambe, da tutte e parti, poi troppa gente… siamo dovuti scappare. È morto penso", scrive Contu a Grillà, allegando anche foto della vittima stesa a terra sanguinante e dei coltelli sporchi. Immagini che il capo gira subito al latitante: "Guarda com'è bello. Intanto abbiamo fatto l'amico tuo, tu sei il prossimo".

Le estorsioni con minacce e la complicità di poliziotti infedeli
L'albanese collaboratore di Le Donne, invece, è sopravvissuto. Fatto che Grillà commenta chattando con il socio Cappoli, in quel momento in carcere per l'inchiesta ‘Grande Raccordo Criminale' del 2019 ma sempre in contatto con i suoi attraverso un cellulare clandestino. La banda usava sistematicamente minacce, pestaggi e torture per recuperare crediti derivanti dallo smercio di droga. "Se tu non mi paghi entro 15 giorni, vengo a Barcellona e ti strappo il collo", dice Maverick a un mediatore marocchino che gli dovrebbe 50mila euro nell'ottobre 2025.
A dicembre 2024, invece, la banda vuole costringere un ragazzo a consegnargli 35mila euro. In segno di avvertimento avrebbero prima dato fuoco all'ingresso della sua abitazione per poi, cinque giorni dopo, farlo prelevare da una conoscenza comune che lo porta in una chiesa situata in zona Giardinetti a Roma. Nel luogo di culto il giovane viene preso a calci e pugni, finché non viene sfoderata una pistola con cui lo colpiscono alla testa per poi puntargliela contro.
In alcuni casi la Banda del Trullo si sarebbe avvalsa, secondo le ricostruzioni dell'accusa, anche dell'aiuto di due agenti di polizia corrotti e anche loro indagati: Luca Pincitore e Danilo Barberi, quest'ultimo già arrestato per spaccio in collaborazione con il boss Guerino Primavera. I due poliziotti avrebbero provato a convincere un uomo a dare a Cappoli 120mila euro che gli sarebbero spettati per cessioni di droga. 20mila sarebbero spettati a un'altro intermediario che, secondo la vittima, gli era stato descritto da Pincitore come "un amico dei Senese". Sul rapporto fra gli agenti e il boss Maverick, però, "necessitano di opportuni approfondimenti", secondo quanto riportato dal gip nella sua ordinanza.