Da carabinieri a sacerdoti: tutti i travestimenti della banda di truffatori di Roma

Fra pettorine dei carabinieri, collarini da preti e fantomatici miliardari sembra quasi un remake in salsa romana de La Stangata, il film del '73 con Paul Newman e Robert Redford. Invece è il reale giro di truffe per cui ieri, domenica 12 luglio, tre persone sono state arrestate con l'accusa a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata, sostituzione di persona, tentati furti e falsificazione di atti. Tutti reati che sarebbero stati commessi tra gennaio 2023 e fine luglio 2024 in un raggio d'azione che partiva da Roma per toccare altre province italiane ed estendersi anche in Africa e Asia.
La banda di truffatori della ‘vecchia guardia'
A pianificare e mettere in atto i colpi erano tutti membri della ‘vecchia guardia', quasi tutti soggetti recidivi con vari precedenti di reati contro il patrimonio. Personaggio vari di età compresa fra i 57 e i 73 anni che, come nei classici del cinema o della tv, organizzavano i colpi seduti ai tavolini di bar e tavole calde di quartiere; in questo caso di Centocelle. Secondo quanto ricostruito dai magistrati della Procura della Repubblica di Roma del dipartimento Criminalità diffusa e grave, ci sarebbe stato il classe 1945 Antonio Cirilli, considerato l'ideatore e promotore di tutte le iniziative criminali del gruppo. Sarebbe stata sua l'ultima parola su come e quando procedere con i colpi e su chi reclutare. Sarebbe stato anche un regista per la messa in scena, decidendo a chi assegnare i vari ruoli. Inoltre, avrebbe reperito lui i fondi di partenza necessari e stabilendo le quote, le ‘stecche' come sono chiamate in gergo criminale, per i vari sodali.
Insieme a lui, nel ruolo di organizzatori, ci sarebbero stati due personalità fra loro molto diverse. Il primo è Lucio Cesaroni, romano classe 1953, particolarmente dedito a insegnare il "mestiere" e le tecniche per eludere i controlli di polizia agli altri membri. Il secondo è Theophile Kamdoun, nato in Camerun e con i suoi 57 anni il più giovane della compagnia. Kamdoum sarebbe stato solito dare disposizioni sull'uso delle false identità, richiamare all'ordine i complici indisciplinati e custodire in casa i proventi delle truffe e i falsi documenti necessari alla messa in scena.
Attorno a loro, ognuno con un compito preciso come fossimo in un Ocean's Eleven ma senza Brad Pitt e Matt Demon, i vari "partecipanti" dell'associazione criminale. C'era l'autista, che si sarebbe occupato anche di noleggiare i veicoli per effettuare i sopralluoghi, Mario Sparaco. Ad Angelo Rubiu sarebbe toccato, invece, il compito di redigere i falsi contratti d'acquisto che venivano presentati ai vari imprenditori che finivano nella rete del gruppo. Andrea Marcoaldi si sarebbe occupato di trovare tutti gli uffici e gli immobili che erano usati per simulare sedi di importanti uffici vaticani o finanziari dove incontrare le vittime, mentre a Nemesio Rinaldi sarebbe toccato allestire il set.

I travestimenti per le truffe: "Pettorine, manette, c'abbiamo tutto"
Sulla scena, erano attrezzati e vestiti a modo. Il primo guardaroba sequestrato dai carabinieri nel corso delle indagini è quello con cui il gruppo si fingeva una squadra proprio dell'Arma. Il travestimento entrava in scena nella fase finale delle truffe del cosiddetto "black money", il raggiro in cui le vittime venivano convinte di poter moltiplicare il denaro attraverso un presunto procedimento chimico. Quando i soldi erano ormai sul tavolo, scattava la messinscena: alcuni componenti del gruppo facevano irruzione nell'appartamento fingendosi militari dell'Arma impegnati in un'operazione di polizia.
"Pettorine, manette, c'abbiamo tutto",diceva Cesaroni in una conversazione intercettato. Per rendere credibile il blitz, infatti, gli indagati disponevano di un vero e proprio kit da travestimento. Nel Fiat Fiorino in uso ad Angelo Rubiu, ad esempio, gli investigatori hanno sequestrato due pettorine blu con la scritta "Carabinieri", una paletta segnaletica, una placca metallica da collo, tre paia di manette, una radio ricetrasmittente e diversi tesserini falsi dell'Arma intestati a persone inesistenti o estranee ai fatti. A completare l'equipaggiamento, secondo l'accusa, c'erano pistole a salve private del tappo rosso, così da apparire identiche alle armi d'ordinanza, oltre a moduli contraffatti intestati alla Legione Carabinieri Lazio e falsi verbali di perquisizione e sequestro.
Il colpo sarebbe dovuto avvenire ai danni di un imprenditore moldavo con venti pompe di benzina a Roma e dintorni, che aveva portato con sé 100 mila euro in contanti da "moltiplicare" con un processo chimico. Mentre alcuni membri del gruppo inscenavano il procedimento, altri facevano irruzione nell'appartamento urlando e mostrando palette e tesserini. La scena era quella di un improvviso blitz antiriciclaggio: la vittima veniva ammanettata, sottoposta a una finta perquisizione e il denaro veniva formalmente "sequestrato" compilando persino un verbale falso.
L'obiettivo, secondo la Procura, non era soltanto impossessarsi dei soldi, ma impedire che la vittima denunciasse il furto. Convinta di essere stata coinvolta in una reale operazione giudiziaria e terrorizzata dalle possibili conseguenze penali legate al possesso del denaro, avrebbe infatti dovuto allontanarsi senza rivolgersi alle forze dell'ordine, lasciando agli organizzatori il tempo di sparire con il bottino.
Collarini, camicie e tuniche da preti per truffare imprenditori
Come Totò ne I due marescialli del 1961 per rubare valige alla stazione, i truffatori avrebbero utilizzato spesso anche il travestimento da prete. Per conquistare la fiducia di imprenditori e facoltosi collezionisti d'arte, alcuni componenti della banda si sarebbero presentati come sacerdoti, monsignori o funzionari legati al Vaticano, costruendo nei minimi dettagli l'immagine di una delegazione ecclesiastica impegnata in affari milionari.
Le perquisizioni hanno restituito un vero e proprio guardaroba da ecclesiastici. Nell'abitazione di Theophile Kamdoum è stata sequestrata una camicia da sacerdote con il tradizionale collarino "clergy", mentre a casa di Mario Sparaco sono state trovate due spille a forma di croce e una con lo stemma del Vaticano. Kamdoum custodiva inoltre un falso documento consolare dell'ambasciata del Camerun presso la Santa Sede, che avrebbe dovuto rafforzarne l'identità durante gli incontri con le vittime.
I travestimenti, però, erano soltanto una parte della messinscena. Nel caso della presunta truffa ai danni di un imprenditore, Mario Sparaco avrebbe interpretato il ruolo di "Padre De Santis", accompagnando personalmente la vittima all'interno di un edificio del Vicariato di Roma – in realtà un università pontificia – per convincerla della genuinità della trattativa su alcuni appalti per restaurare delle chiese. Sempre secondo l'accusa, dopo aver ottenuto i 7 mila euro richiesti, li avrebbe nascosti con naturalezza nelle tasche dell'abito talare che indossava.
Lo stesso copione sarebbe stato adattato ad altre operazioni. Nell'inchiesta sulla tentata truffa a un'azienda di Ariccia, Angelo Rubiu si sarebbe presentato agli incontri con il collarino bianco da sacerdote, mentre Kamdoum avrebbe vestito i panni di "Padre George Nguema", presunto segretario personale di un cardinale, per dare credibilità alla promessa di un finanziamento vaticano da 8 milioni di euro a tasso zero.
Le finte opere d'arte vendute a un collezionista della Malesia
Anche nel tentativo di raggiro di un collezionista malese, adescato tramite i social, la banda avrebbe puntato sull'autorevolezza dell'abito religioso. Secondo la Procura, il colpo nasce nel 2019 da una trattativa online per l'acquisto di opere d'arte africane. Attraverso un intermediario in Camerun, la vittima viene convinta che il prezzo delle opere sia stato eccezionalmente ridotto e versa prima 55 mila dollari in contanti di tasse poi altri 100 mila tramite Western Union. Riceve anche le opere, in realtà manufatti dal valore modesto, accompagnate da un falso certificato di autenticità.
A quel punto, sempre secondo l'accusa, la banda tenta il colpo più grosso. Il collezionista Malese viene contattato da una finta delegazione vaticana che gli fa credere che lo Ior sia interessato ad acquistare quelle stesse opere per 11 milioni di euro. Antonio Cirilli avrebbe interpretato il ruolo di "Padre Alberto Bruzzi", affiancato da Theophile Kamdoum come collaboratore e da Nemesio Rinaldi come segretario personale. L'incontro viene organizzato a Roma, nei pressi del Vaticano, dove viene firmato un contratto che prevede un primo acconto da 4,4 milioni di euro, ultimo tassello della messinscena che avrebbe dovuto convincere definitivamente la vittima della genuinità dell'operazione.
Oltre a collarini e pettorine ci sono poi biglietti da visita e completi con cui si fingevano rappresentanti di fondi provenienti dalle più svariate zone del mondo. Una serie di stratagemmi e inganni pensati per truffe milionarie ma che, alla fine, avrebbe portato nelle tasche degli indagati solo poche migliaia di euro.