Corse sotto il sole a 40 gradi, l’odissea dei rider a Roma: “Svenuto due volte, ma se non lavoro non mangio”

La bici lo ha assistito finché ha potuto, poi una sbandata, il tentativo di tenere dritto lo sterzo e alla fine il buio per qualche secondo. L’estate romana di M. è iniziata così, con una caduta sull’asfalto bollente mentre consegnava due smashburger vicino al Gazometro, a Ostiense. “Mi girava la testa e sono caduto per terra. Non riuscivo più a vedere la strada, tanta stanchezza. Poi mi sono rialzato e ho continuato a lavorare”. Arrivato dal Bangladesh otto anni fa, M. fa il rider per Glovo, sfreccia sulle strade di Roma cercando di pedalare il più velocemente possibile per accettare l’ordine successivo.
Lavorare sotto il sole a 35 gradi: "Se non pedalo non guadagno"
Mercoledì scorso ha avuto un mancamento: il suo corpo non ce l’ha fatta a sopportare la raffica di consegne dell’ora di pranzo. Il ronzio nelle orecchie e la vista annebbiata hanno lanciato dei segnali: pedalare sotto il sole a 35 gradi è un rischio per la sua salute, come stabilito dall’ordinanza regionale che dal 22 maggio vieta molte attività lavorative all’aperto dalle 12:30 alle 16:00 nei giorni di caldo intenso. Valido anche per chi usa bici e moto, questo provvedimento è basato sulla piattaforma previsionale del progetto Worklimate, coordinato dal Cnr e dal dipartimento di epidemiologia dell’Inail, in collaborazione con diversi dipartimenti universitari che si occupano di indagare gli impatti della crisi climatica sulla salute e sulla produttività dei lavoratori. La piattaforma utilizza un indice che combina temperatura, umidità e irraggiamento per stimare lo stress termico reale a cui è esposto un lavoratore. È molto più accurato di un semplice bollettino meteo, perché tiene conto anche dello sforzo fisico, dei livelli di acclimatazione e dell’abbigliamento. Come in altre regioni, anche nel Lazio il divieto di svolgere attività all’aperto scatta quando la piattaforma di Worklimate diventa rossa e segna “rischio elevato”.
Nonostante la mappa di Roma riporti questa dicitura da più di tre giorni, per i lavoratori del food delivery pensare di fermarsi non è facile. Del resto, sono in strada anche quando il cielo promette tempesta. “Poi è arrivata la grandine, ero a Garbatella nel pomeriggio, tutto nello stesso giorno, ma il lavoro è lavoro”, racconta M. appoggiato alla sua bici elettrica alla fine di un turno durato undici ore. Finalmente può sostare un attimo a Largo Perestrello, a Tor Pignattara, dove lo aspettano sua moglie e i suoi due bambini. “Se non lavori tante ore guadagni poco, non posso fermarmi per il caldo”. Dell’ordinanza non sapeva nulla, ma anche se ne fosse stato messo al corrente non sarebbe cambiato molto. Finire su un suolo che registra una temperatura di 44 gradi, vivere una giornata di eventi climatici estremi sono eventualità che deve tollerare se vuole rimanere visibile all’algoritmo e ricevere l’assegnazione delle consegne. Più che le ondate di calore, a preoccupare sono le penalizzazioni della piattaforma, le recensioni negative, i richiami in caso di sosta momentanea e i meccanismi con cui i rider ricevono gli ordini. Quando è la ferocia della performance a decidere se si riceverà un compenso, non c’è bollino rosso che tenga. Nessuna ordinanza o raccomandazione potrà sostituire la possibilità di pagare l’affitto, di aiutare la propria famiglia e di sopravvivere in una città sempre più esclusiva.
Perché l'ordinanza sul caldo non tutela i rider
"Se non lavoriamo nessuno ci paga”, sintetizza F., un altro ragazzo del Bangladesh, anche lui rider per il colosso del food delivery, che insieme a Foodinho, società italiana del gruppo spagnolo, è al centro di un’inchiesta per caporalato digitale, un sistema retto da algoritmi punitivi, false partite IVA, paghe da fame e inferiori dell’80% rispetto ai minimi contrattuali. Ed è proprio l’inquadramento come lavoratori autonomi a rendere inefficace l’ordinanza regionale. “Anche se conducono una vita da lavoratori subordinati, stare in strada durante le ore più calde viene vista come una loro decisione. Per i rider non c’è nessuna cassa integrazione e nessun indennizzo. Devono restare in strada sotto il sole. Piattaforme come Glovo e Deliveroo avrebbero dovuto recepire l’ordinanza e tutelare i rider. Invece sono pochi i lavoratori che hanno ricevuto le informazioni sul provvedimento”, racconta a Fanpage.it Damiano Carbonari della Nidil Cgil, categoria che tutela chi lavora a intermittenza, in somministrazione e con collaborazioni occasionali. In questi giorni di ondate di calore, Carbonari è in strada per assistere i rider e per raccogliere le loro testimonianze. Furti di bici e scooter, incidenti e aggressioni sono anomale ordinarietà di una giornata di lavoro. “Spesso le violenze arrivano dai clienti. Secondo la legge e il contratto di collaborazione i rider non sono obbligati a salire fino al pianerottolo per dare la consegna, ma i clienti a volte insistono e i lavoratori decidono di arrivare fino alla porta di casa per evitare commenti negativi. Ho conosciuto lavoratori, tutti di origine straniera, che una volta saliti al piano sono stati pestati, hanno ricevuto sputi in faccia e minacce”, continua Carbonari. A tutto questo si aggiungono le conseguenze del caldo e l’evanescenza delle piattaforme. Non ci sono luoghi fisici, uffici, persone a cui rivolgersi. La lotta sociale passa anche per rendere visibile la controparte. Se quest’anno le piattaforme sono incluse nell’ordinanza, è infatti la conseguenza delle pressioni della Cgil, che ha lavorato per mettere al centro la sicurezza dei rider. “Ora dobbiamo continuare a lavorare per contrastare il sistema di sfruttamento e il caporalato digitale ottenendo il riconoscimento del lavoro subordinato, altrimenti le piattaforme continueranno a dire che i rider sono liberi di scegliere”, spiega ancora Carbonari. Tra i grandi colossi del food delivery, soltanto Just Eat inquadra i lavoratori come dipendenti. Ferie, malattia e un sistema di turni sono stati ottenuti dopo anni di lotte sindacali che hanno portato il contratto della logistica nel mondo del food delivery.
“Questo lavoro va sempre peggio, ormai ci sono tanti problemi. Di solito inizio le consegne alle undici e finisco all’una di notte, adesso vado a San Lorenzo”, racconta Y., un rider di Glovo, fuori un ristorante del Pigneto. Viene dall’Afghanistan, è a Roma da tredici anni, nel cubo azzurro delle consegne tiene con sé i fogli del permesso di soggiorno e un marsupio dove “c’è tutto quello che mi chiede la polizia quando mi ferma”. È giovedì 25 giugno, pausa pranzo, Roma non concede un filo d’aria, Worklimate segna rischio elevato: “È fortemente consigliato modificare l’orario lavorativo, privilegiando i periodi meno caldi della giornata, anche per lo svolgimento di attività di livello moderato. Se possibile, incrementare ulteriormente le pause in luoghi ombreggiati o in zone con aria condizionata, dove è anche possibile reidratarsi”. Ma Y. di queste raccomandazioni non se ne fa nulla. Infila la consegna nel cubo e pedala verso Porta Maggiore.
Dieci centesimi per l'acqua: la risposta delle piattaforme
Per AssoDelivery, l’associazione di categoria che riunisce i colossi come Glovo e Deliveroo, il caldo estremo di questi giorni si può affrontare con un rimborso per l’acquisto di borracce, sali minerali e acqua. Questo è il modo migliore per tutelare i rider, secondo le linee guida rilasciate dall’associazione. “AssoDelivery prende atto delle peculiarità del settore e della capillare diffusione del servizio di food delivery sul territorio nazionale, a cui fa da contraltare l’assenza di sedi di lavoro fisiche e strutturate. L’associazione riconosce quindi che questa condizione rende, laddove non impossibile, quantomeno estremamente difficile un’effettiva e rapida messa a disposizione fisica di bottigliette d’acqua, sali minerali e borracce o distribuzione delle stesse ai lavoratori, eventualità che richiederebbe un tempo estremamente lungo, incompatibile con la migliore gestione dell’emergenza caldo in corso”. Non ci sono sedi, non ci sono uffici, così le piattaforme decidono di dare qualche spiccio: dieci centesimi per l’acqua, cinquanta centesimi per i sali minerali, cinque euro per una borraccia “per ogni giorno in cui viene completata almeno una consegna con temperature superiori o uguali ai 32 °C nel periodo compreso tra il 21 giugno e il 20 settembre”. E poi il regalo: “le piattaforme aderenti si impegnano a mettere a disposizione dei rider un elenco delle applicazioni e/o dei siti internet disponibili che consentano di identificare eventuali punti dove è possibile approvvigionarsi gratuitamente di acqua”.
Così, dopo aver comunicato dove si trovano le fontanelle pubbliche, l’industria del food delivery non mette mai in discussione la continuità del servizio, specificando che non vuole alimentare “alcun meccanismo di valutazione della performance, classificazione o penalità legato alle pause o al rifiuto di accettare ordini, in relazione alle condizioni climatiche”. Anche se quella tabella dei rimborsi sembra restituire un’altra realtà. Ogni riferimento alla possibilità di scegliere, nel documento, si trasforma in cottimo climatico.
Crisi climatica e food delivery
Secondo una revisione e metanalisi di oltre cento studi epidemiologici sull’associazione fra esposizione a temperature estreme e rischio di infortuni sul lavoro, i turni all’aperto sotto il sole comportano un rischio di stress termico occupazionale quattro volte superiore, con il 35% dei lavoratori esposti che lo sperimenta concretamente, il 30% che denuncia perdite di produttività e il 15% che arriva a soffrire di patologie renali o danno renale acuto.
Per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, agenzia specializzata delle Nazioni Unite sui temi del lavoro e della politica sociale, la crisi climatica deve essere affrontata ripensando turni e orari, prevedendo pause, fermi e sospensioni come parti integranti della giornata lavorativa. Ma questa configurazione, al momento, è ancora considerata straordinarietà. E la possibilità di ordinare cibo mentre fuori ci sono 36 gradi, quando grandina o esondano i fiumi, dimostra che pensare di istituire rifugi climatici e luoghi sicuri senza mettere in discussione la priorità del profitto sulla vita delle persone significa concedere un po’ di fresco e di ombra a chi può permetterselo. Per questo ridisegnare città e modelli organizzativi non sarà un esercizio neutrale.
Nei prossimi giorni il caldo estremo non darà tregua neanche dopo il tramonto: sarà un fine settimana di notti tropicali, con temperature che non scenderanno sotto i 24-26 gradi. La Protezione civile decreterà il bollino rosso, raccomanderà di non uscire durante le ore più calde. La piattaforma Worklimate manterrà il rischio elevato fino a lunedì, ma per i rider Roma resterà rovente e insaziabile.