Bombe a Roma Est, Morassut (Pd): “È la periferia più sfortunata, bisogna capire nuovi equilibri criminali”
Intorno alle 5 del mattino di lunedì 5 ottobre una bomba carta ha devastato l'ingresso di un'enoteca e danneggiato due auto in via Calpurnio Fiamma, nel quartiere Don Bosco di Roma. Il 3 agosto scorso un altro ordigno aveva devastato l'ingresso di un condominio in via Statilio Ottato. Il 12 luglio un altro botto aveva danneggiato il portone di un portone in via Valerio Flacco. Ancora prima, il 29 aprile del 2025, ignoti avevano lanciato una molotov contro la sede di un gruppo ultras della Roma in via Cartagine. Una serie di attentati nel raggio di pochi chilometri che non possono far riflettere su cosa stia accadendo nel sottobosco della criminalità di questo quadrante della Capitale. Mentre procura e forze dell'ordine continuano le indagini, anche la politica vuole capire se dietro questa sequenza ci siano trame criminali più profonde. "Parliamo di un quartiere nel quale si sono radicati prima il clan Senese e, precedentemente, anche i Casamonica. Ora si tratta di capire se queste radici si siano riprodotte e in quale forma, e se esistano forme di competizione e di scontro all'interno delle grandi reti criminali", dice a Fanpage.it il deputato del Partito Democratico Roberto Morassut, che sulle esplosioni a Don Bosco e nelle aree vicine ha presentato un'interrogazione al ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi. Ma secondo Morassut i casi di cronaca non possono essere letti solo in una chiave giudiziaria: "La sicurezza non nasce soltanto dal fatto criminale – aggiunge -. È un problema quasi ontologico dei tempi moderni: è la vita delle persone a essere estremamente insicura e questa insicurezza può poi declinarsi in forme diverse".
Onorevole Morassut, perché ritiene che sui diversi episodi avvenuti a Don Bosco debba fare chiarezza il Ministero dell'Interno?
Intanto c'è una concatenazione di eventi che va avanti ormai da più di un anno e che assume le caratteristiche e le sembianze di un processo, non più di singoli casi simili tra loro. Peraltro ci sono stati fatti che hanno riguardato anche zone limitrofe al VII Municipio, mi pare anche nel VI Municipio, quindi territori confinanti. Ritengo necessario che il Ministero dell'Interno e gli organi di pubblica sicurezza accertino quale sia l'origine di questi fatti e se dietro ci siano questioni che riguardano una riorganizzazione degli equilibri all'interno della malavita e delle organizzazioni criminali, e di quale natura siano.
In questo quadrante sud-est della Capitale, oltre alle esplosioni, abbiamo visto diversi episodi di criminalità e anche accoltellamenti. Ritiene che ci sia un problema grave di sicurezza nelle periferie romane?
Il punto di fondo è che i Comuni sono stati lasciati un po' a loro stessi ad affrontare questa emergenza nelle periferie metropolitane. È un problema che riguarda soprattutto le grandi città e le grandi metropoli, in Italia ma anche nel resto dell'Occidente. Nelle grandi aree urbane si determinano condizioni di emergenza nelle quali si mescolano processi di difficoltà sociale e situazioni che devono essere affrontate e che non possono essere scaricate unicamente sui Comuni. Su questo siamo molto critici nei confronti del Governo, perché all'enunciazione dei problemi della sicurezza non è seguita, nel corso di questi quattro anni, nessuna misura che potesse affrontare degnamente queste emergenze in termini di potenziamento delle forze dell'ordine, dei mezzi e degli strumenti necessari. Sono problemi che, per certi aspetti, sono quasi ordinari nelle grandi città: si producono e si riproducono di continuo.
Lei è cresciuto in questo quadrante di Roma e ha frequentato il liceo Augusto su via Appia Nuova. Come è cambiata negli anni la periferia sud-est della Capitale? Ritiene che sia stata lasciata indietro rispetto ad altre parti della città?
La parte sud-est di Roma è quella che io definisco sempre la parte più sfortunata della periferia romana. Lo si vede anche dal punto di vista morfologico della città. È la parte di Roma che, fin dall'immediato dopoguerra, è stata investita da successive ondate di immigrazione: prima interna e poi internazionale. Lo vediamo persino dalla morfologia di una città che si è espansa molto soprattutto in questa direzione. Nel resto della città il problema esiste, ma per certi aspetti è più contenuto. Se guardiamo al quadrante ovest o alla parte nord, troviamo zone in qualche modo protette dalla presenza di grandi comparti ambientali. A sud-ovest c'è poi il mare. La parte sud-est, proprio per le sue caratteristiche e per il suo rapporto con l'entroterra e con le zone interne, è stata invece investita dall'espansione disordinata della periferia romana. È un processo che va avanti dagli anni Cinquanta, con la creazione dei nuclei abusivi e di una periferia spontanea sulla quale è stato necessario intervenire attraverso cicliche operazioni urbanistiche di risanamento. Per Roma parliamo quindi di una specificità di questa parte della periferia, che ha avuto anche delle conseguenze. Non certo perché siano le popolazioni immigrate a produrre questi fenomeni, ma perché esistono squilibri sociali e disuguaglianze nelle opportunità che, se non vengono affrontati in maniera adeguata, producono anche squilibri urbanistici. Il lavoro che è stato fatto nelle esperienze di centrosinistra, e in particolare delle giunte Rutelli che ho seguito da vicino, era indirizzato al risanamento urbanistico e sociale, all'aumento dei servizi e alla costruzione in queste zone di quella rete di coesione necessaria per recuperare gli squilibri sociali e renderle anche più sicure.
Don Bosco e il Quadraro sono anche territori nei quali si è radicato negli anni il clan Senese. Michele Senese è al 41 bis, così come esponenti a lui legati. Questi episodi possono indicare una fase di riassestamento degli equilibri criminali?
A osservarla dall'esterno e superficialmente, senza avere gli elementi necessari per una lettura approfondita, potrebbe sembrare di sì. Proprio per questo, con queste interrogazioni, ho chiesto al Ministero dell'Interno e alle forze dell'ordine di scendere nel merito attraverso un'azione investigativa e di aggiornare la lettura di questi processi, perché le reti criminali si riproducono di continuo. Bisogna tenere conto delle caratteristiche che hanno oggi le grandi metropoli. Da un lato sono teatro dell'azione di grandi reti criminali, che hanno forti radicamenti territoriali ma sono collegate anche a livello internazionale. Dall'altro sono il terreno d'azione di grandi reti finanziarie che intervengono nelle trasformazioni urbane. È anche per questo che ho insistito molto sulla necessità di dare a Roma un ordinamento speciale che le dia forza, strumenti e nuove opportunità di azione amministrativa, anche attraverso una facoltà legislativa. Parliamo di una città che conta tre milioni di abitanti e molti di più durante il giorno: bisogna darle gli strumenti necessari per governare un territorio sul quale agiscono grandi reti internazionali che puntano alle trasformazioni urbane e, allo stesso tempo, reti criminali che hanno basi territoriali e collegamenti internazionali. È un grande problema che non può essere trascurato né sottovalutato.