Ddl Roma Capitale, Morassut: “Passo indietro del Governo? Immaturo utilizzare astensione Pd come alibi”

Dopo la prima discussione alla Camera sul ddl Roma Capitale, si è aperto il dibattito. La prima discussione si è conclusa con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astenuti con destra e Azione favorevoli, Avs e M5s contrari, Ivs e Pd astenuti. Ed è stata proprio l'astensione del Partito democratico a provocare la reazione anche della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che sui social, non appena appreso di quanto accaduto, si è dimostrata molto dura con i dem.
"Mi pare che non ci siano i margini per andare avanti con il provvedimento, che senza una maggioranza dei 2/3 ha pochissime possibilità di diventare legge – si legge in un post pubblicato qualche giorno fa – Quando finalmente si era riusciti a fare una riforma della quale di parla da anni e anni, la sinistra si è sfilata". Nel frattempo, dalla prima votazione, è trascorsa poco meno di una settimana e per il momento il tavolo tecnico fra Governo e Campidoglio appare sospeso.
Ha definito l'astensione del Pd durante le discussioni alla Camera "costruttiva". Perché e quali sono adesso i prossimi passi?
Mi auguro che il percorso che riguarda essenzialmente adesso la stesura del testo della legge ordinaria sulle risorse possa riprendere rapidamente perché non considero quello che è successo uno stop. Sarebbe assurdo che al primo ostacolo o al primo punto di dialettica e confronto si interrompesse un percorso di riforma che è molto importante.
L'astensione può davvero portare all'interruzione delle discussioni sul Ddl?
Trovo che una classe dirigente vera debba avere il passo del podista, debba avere il respiro e non fermarsi al primo ostacolo: stiamo scrivendo una legge costituzionale importante per la prima volta dopo tanti anni. Rinfacciarsi responsabilità è secondo me un errore gravissimo e può persino risultare un errore di immaturità. Bisogna andare avanti e affrontare i nodi.
E fra questi nodi secondo lei quale quali sono i maggiori?
Il principale sicuramente riguarda quello che deve fare il Governo e cioè onorare l'impegno preso di arrivare alla stesura di una legge ordinaria sui finanziamenti, che è un impegno serio perché comporta un coinvolgimento degli organismi finanziari dello Stato, in primo luogo della ragioneria. Inoltre occorre fare una previsione economica: questo è un impegno serio e il Governo deve onorarlo. Non è la prima volta nella storia che Roma ha una legge di finanziamento straordinaria.
A cosa si riferisce?
In passato, pur non avendo poteri straordinari, Roma ha avuto la fortuna di poter godere di una legge speciale, la 396 del 1990, entrata in vigore nel 1992 e poi conclusa nel 2009 per responsabilità del governo Berlusconi e garantiva dei finanziamenti aggiuntivi a Roma Capitale per lo svolgimento delle sue funzioni. Già c'è uno schema, si potrebbe riprendere il percorso interrotto.
A chi spetta questo compito?
Questo è compito del Governo che deve apportare la maggiore responsabilità di impegno, perché è necessario il coinvolgimento della ragioneria, dei ministeri economici. Ovviamente, però, anche il centrosinistra, il Partito democratico, deve fare la sua parte, lo riconosco. Occorre andare oltre l'astensionismo costruttivo e cercare di portare il massimo della coalizione del Campo Largo ad avere un atteggiamento positivo su questo percorso. Ma non faccio drammi, non penso chela coalizione possa essere compromessa in casa di differenti punti di vista, basti pensare all'articolo 7 della Costituzione. Si tratta di un esempio più alto, ma può essere calzante.
Come mai?
Durante la discussione sulla Costituzione Palmiro Togliatti e il Partito Comunista Italiano votarono l'articolo 7 sul rapporto sugli accordi fra Stato e Chiesa. Fu una scelta importante perché fu una scelta di pacificazione nazionale. Togliatti votò in contrasto forte con i socialisti, con i repubblicani e con i laici, quindi ci fu una rottura della sinistra di allora. Però questo passo fu compiuto perché c'era in ballo un punto importante. Con le dovute proporzioni possiamo prendere anche un po' questo come esempio: ci possono essere delle articolazioni che però non compromettono l'unità sostanziale della coalizione.
Cosa fare adesso?
Invito il mio partito ad avere più coraggio, a rendersi conto che Roma è una grande questione nazionale e che questa grande questione nazionale va affrontata finalmente sostenendo il lavoro importante che il sindaco Gualtieri ha già fatto impegnandosi in una redazione comune del testo della legge con Palazzo Chigi. Questo non possiamo ignorarlo.
Nelle ultime ore si sta parlando della possibilità di sospendere il tavolo fra Governo e Campidoglio, però.
Non penso si debba sospendere. Sospendere, infatti, vorrebbe dire che il comportamento iniziale è stato un comportamento finto da parte del Governo: è ovvio che in un percorso di questo tipo ci possano essere degli ostacoli e dei momenti di dialettica. Ma se al primo ostacolo si sospende tutto vuol dire che già si contava che tutto si potesse sospendere. La volontà è reale quando affronta i nodi, non quando sfrutta i nodi come alibi per poter far saltare tutto, perché questo fa sospettare che le intenzioni iniziali non fossero sincere.
Nell'esprimere le ragioni dell'astensione è stato fatto riferimento alla necessità di una legge ordinaria, di maggiori risorse e mezzi. Nella pratica, quali sono le aspettative?
Abbiamo chiesto una legge ordinaria per garantire che Roma possa godere di poteri che devono poter essere esercitati con adeguate risorse e con adeguati mezzi. C'è un tema di previsioni e investimenti economici che vanno studiati e vanno messe in legge. Si tratta di un passaggio impegnativo, ma assolutamente fondamentale.
Lei ha parlato di un'astensione costruttiva. Cosa intendeva con questa espressione?
Non potevamo avere un atteggiamento sibillino. Il Partito democratico è una grande forza politica nazionale, a Roma esprime il sindaco. La nostra astensione non può che essere un'astensione costruttiva pronta a far ripartire il processo in avanti dando, ma soprattutto chiedendo garanzie. Nel 2013 sono stato il primo parlamentare a presentare una legge sulla riforma dell'ordinamento capitale: non posso che sperare nella conclusione di questo percorso, perché ritengo da anni che garantire poteri speciali a Roma sia una prospettiva essenziale senza la quale non potrà mai esercitare con piena efficacia tutte le potenzialità che ha.
La premier Meloni, però, sembra non aver accolto positivamente questa astensione. "A questo punto mi pare che non ci siano i margini per andare avanti con il provvedimento", ha scritto, parlando di "sinistra che si è sfilata".
Questo suona come un alibi, qualora dovesse essere confermato. E lo considero un errore. La Presidente del Consiglio è la prima che dovrebbe concedere questo respiro alla riforma, fatta di quattro lettura. Meloni è di Roma, a maggior ragione credo che debba lasciare tutte le porte aperte e non utilizzare il la prima occasione per far cadere tutto il castello di carte, perché questo darebbe la sensazione di un approccio strumentale fin dall'inizio e io voglio credere che non sia stato così. Ovviamente la sinistra non si è sfilata. Io continuerò a fare la mia parte in questo percorso. E penso non da solo.