Attentato a Ranucci, le tre bugie di Lavitola secondo i giudici del Riesame: “Il movente sarebbe politico”
Sarebbero almeno tre le bugie di Valter Lavitola che hanno spinto il Tribunale del Riesame a bocciare la richiesta di un attenuamento del regime carcerario, a cui è sottoposto poiché accusato di essere il mandante dell'attentato esplosivo contro il giornalista Sigfrido Ranucci del 16 ottobre 2025. Per la precisione sarebbero due bugie e una gigantesca omissione, quella sul movente. Nelle 31 pagine di motivazioni depositate negli ultimi giorni, il materiale investigativo raccolto dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma è definito "granitico". Inoltre, resterebbe un elevato rischio di fuga e di inquinamento delle prove. Arturo e Sergio Cola, i legali dell'imprenditore che si trova nel carcere di Rebibbia dal 10 agosto, hanno annunciato che faranno ricorso in Cassazione.
La bugia sul sopralluogo: Lavitola e Tavares si sono incontrati sotto casa di Ranucci
La prima bugia, come riportato dal Corriere della Sera, è quella che l'indagato avrebbe detto riguardo al sopralluogo davanti a casa dell'ex conduttore di Report a Pomezia il 15 settembre 2025, un mese prima dell'attentato. Lavitola ha sempre negato di essere stato lì quella sera e di aver avuto altri impegni. L'analisi delle celle telefoniche fatta dal Nucleo Investigativo dei carabinieri dimostrerebbe che, invece, era proprio in quell'area e non da solo. Insieme a lui c'era anche il suo factotum Gomes Tavares, oggi in Camerun, a cui avrebbe mostrato, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, dove colpire. Un eventuale racconto alternativo, un possibile ripensamento, magari su un incontro con Ranucci davanti a casa sua, sarebbe altrettanto improbabile. Il telefono del giornalista risultava collegato a una cella molto distante dalla zona.
La bugia sulle modalità dell'attentato e quella sul movente
La seconda bugia che Lavitola avrebbe raccontato ai magistrati sarebbe quella sulle modalità stabilite per l'attentato. Nell'interrogatorio in cui ha confessato il suo coinvolgimento, l'imprenditore-ristoratore-ex editore ha sostenuto di aver ordinato al suo collaboratore di orchestrare qualcosa di più semplice: solo tre o quattro colpi di pistola in direzione dell'abitazione. Un'azione più contenuta e con meno rischi per l'incolumità di Ranucci e della sua famiglia. Una ricostruzione illogica secondo il pubblico ministero Edoardo De Santis. Giudizio confermato dal Riesame. Gomes Tavares è, ancora oggi, un fedelissimo di Lavitola e risulta improbabile che da solo abbia deciso di far virare l'azione verso un attentato dinamitardo dicendo ai quattro presunti esecutori di posizionare dell'esplosivo plastico da cava.
La terza bugia, o mancata verità, riguarda il movente. La storia per cui il tutto sarebbe stato organizzato far aumentare la scorta a Ranucci, la prima presentata dall'imprenditore e poi lasciata cadere anche dai suoi legali, non ha convinto nessuno dell'Antimafia né la giudice per le indagini preliminari Iole Moricca. I giudici del Riesame ritengono più concreta, allo stesso modo di pm e gip, la "pista politica". Un'ipotesi che, però, deve essere ancora molto approfondita per trovare una vera conferma.
Resta il metodo mafioso, la difesa annuncia un nuovo ricorso
Il giudizio tiene conto dei molti precedenti di Lavitola, descritto anche come una persona "del tutto indifferente ai provvedimenti dell'autorità giudiziaria". Nelle motivazioni resta anche l'aggravante del metodo mafioso. Non sarebbe necessaria, infatti, la partecipazione di un'organizzazione accertata come ‘mafiosa'. L'attentato del 15 ottobre sarebbe stato realizzato con forza e modalità tali da esercitare intimidazione e coercizione.
Tutte queste motivazioni sono state contestate dai legali di Lavitola, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. In particolare, non sarebbe giustificato il pericolo di fuga, in quanto l'indagato ha già reso una confessione ormai oltre due mesi fa. La difesa ci riproverà ricorrendo in Cassazione.