
A cura di Maria Laura Belloni, storica
Il 9 luglio si commemora la storica battaglia di Filottrano che ottantadue anni fa ha contribuito – grazie al II Corpo d’Armata polacco e la divisione dei paracadutisti Nembo inquadrati nel Corpo Italiano di Liberazione – a liberare questo Paese dall’occupazione nazifascista. Si svolse tra il 1° e il 9 luglio 1944 nella provincia di Ancona e rappresentò uno dei più importanti scontri che permise lo sfondamento delle linee difensive tedesche nel settore adriatico. Montoro, frazione di Filottrano, che divide il Comune da quello di Osimo, venne liberata solo qualche giorno prima, nella medesima battaglia. Il 9 luglio si dovrebbe commemorare, soprattutto, la Liberazione di Filottrano dall’occupazione nazista e fascista e invece, chissà perché, negli ultimi anni si parla solo di battaglie. Ma questo è.
E pertanto, l’11 luglio, nel Comune dell’entroterra anconetano, si è tenuta la cerimonia di inaugurazione di un monumento dedicato ai soldati polacchi caduti sul territorio filottranese per celebrarne la memoria e il sacrificio: «…daremo voce e memoria a chi nessuno aveva mai ricordato: i soldati polacchi caduti sul territorio di Filottrano», riporta il flyer dell’evento. Iniziativa encomiabile, di certo, che arricchisce i luoghi di memoria, già presenti nelle Marche, dedicati alla truppa guidata dal Generale Władysław Anders. Per citarne alcuni: il Cimitero Militare polacco di Loreto – che accoglie le spoglie di 1.112 soldati polacchi caduti sul fronte adriatico – i vari monumenti e memoriali nella Città di Ancona, come il monumento di Porta Santo Stefano, i vari cippi nelle città di tutta la regione; e infine, i musei: quello della Liberazione di Ancona, sito nel Comune di Offagna, che raccoglie una vastissima documentazione fotografica e materiale afferente all’avanzata polacca in terra marchigiana nonché quello della Battaglia di Filottrano, sito nell’omonimo comune. Molti, anche, gli studiosi che hanno scritto su questa pagina di storia, come ad esempio Giuseppe Campana, Vittorio Cappannari e Roberto Trillini, Ruggero Giacomini, Sergio Sparapani e Krzysztof Strzałk; a titolo esemplificativo.
Un evento istituzionale, dunque, quello dell’11 luglio promosso dal Comune di Filottrano (lo stesso Comune che lo scorso maggio ha intitolato un’area verde al militante del Fronte della gioventù Sergio Ramelli) con un nutrito programma celebrativo che va dalla classica deposizione delle corone con alzabandiera al monumento dei caduti di tutte le guerre fino alla Messa, passando per la Fanfara dei Bersaglieri. Nel mezzo, un intervento del Dott. Michele Giampieri, storico.
Parallelamente, nei giorni precedenti, esattamente domenica 5 luglio, si è tenuta una funzione religiosa, celebrata dal parroco di Montoro Don Luciano Pellegrini, per commemorare i soldati tedeschi caduti durante la Battaglia di Filottrano. Non un evento istituzionale ma pubblicizzato soltanto via Whatsapp, con invito strettamente personale, organizzato dall’Associazione Storico Culturale “Filottrano44ETS” di cui il dott. Michele Giampieri è presidente, nonché fondatore. “Messa in ricordo dei caduti tedeschi nella Battaglia di Filottrano e della Liberazione di Montoro” è quanto riporta la foto del messaggio.

Il 6 luglio, nella pagina social La Battaglia di Filottrano, appare un post dal titolo “MEMORIA, STORIA E RICONCILIAZIONE” dove, oltre ai ringraziamenti al parroco per aver celebrato la funzione e al riportare le letture di memorie fatte per l’occasione, si ricorda il leitmotiv dell’iniziativa. «Oggi ricordiamo uomini di nazionalità diverse, uniformi diverse e destini diversi. Alcuni combatterono da una parte, altri dall'altra. Ma davanti alla morte, al dolore delle famiglie e al trascorrere di ottantadue anni, ciò che rimane non è l'odio, bensì la memoria. Una memoria che non cancella le responsabilità della storia, ma che ci invita a costruire un futuro diverso. Perché i morti non ci chiedono di continuare le loro guerre: ci chiedono di impedirne di nuove.» Spirito senz’altro condivisibile, quello di spogliare il nemico di quella disumanità che legittima le azioni più atroci ed efferate nonché quello di usare le sofferenze del passato come monito per evitarne di altre nel presente.
Se non fosse che proprio questo approccio rischia di scivolare nell'ambiguità, come sembrano confermare quelle dichiarazioni preliminari sulla pace, la riconciliazione e la memoria condivisa: un'excusatio non petita che finisce per sollevare più dubbi che certezze. Per essere ancora più chiari: il problema non è il richiamo alla pace, valore che nessuno mette in discussione. Il problema nasce quando, in nome della pace e della riconciliazione, si pretende di appiattire le differenze fra chi fu vittima della violenza nazifascista e chi quella violenza la esercitò, la sostenne e la perpetrò. È qui che il linguaggio della memoria condivisa rischia di diventare ambiguo.
E ancora, colpisce l'enfasi posta sul rigore metodologico della ricerca storica, quasi fosse necessario ribadire ciò che dovrebbe costituire il fondamento di qualsiasi serio lavoro storiografico. Si legge, sempre nella pagina social: «La rievocazione non consiste nel "giocare alla guerra" né nel celebrare gli eserciti. Al contrario, quando è fondata sul rigore delle fonti, sullo studio e sul rispetto dei protagonisti, permette di rendere la storia comprensibile anche a chi non la conosce, trasformando documenti, fotografie e testimonianze in un'esperienza concreta e coinvolgente». Ottimo, non è una novità ma il rigore metodologico, da solo, non risolve la questione di fondo.
Parrebbe altrettanto ovvio, ma forse non lo è, ricordare che il principio etico e storiografico cardine rifiuta fermamente qualsiasi equiparazione morale pur riconoscendo il dramma umano della morte di ogni individuo. Questa distinzione è il fondamento su cui si basa la Costituzione della Repubblica Italiana. Equiparazione non prevista neppure dalla Chiesa cattolica che, pur promuovendo la cristiana sepoltura per tutti, distingue tra chi combatteva per un’ideologia di sopraffazione e chi invece lottava per la libertà. Non si tratta, e cito, di far appartenere «la Storia a una parte politica» ma semmai ricordare che è esistita un’ideologia totalitaria, razzista, xenofoba, genocidiaria e criminale che ha trascinato l’Europa nella Seconda Guerra Mondiale e che causò, all’incirca, 70 milioni di morti. E sarebbe bene anche ricordare che ancora oggi, qualcuno, quell’ideologia la nutre.
E quindi, verrebbe da chiedersi se dobbiamo spingerci finanche alla celebrazione e rievocazione di chi fu tra i responsabili di una delle catastrofi totali e ideologiche che hanno sconvolto l’Europa solo ottantadue anni fa, per liberarci dall’accusa – a detta di alcuni – di una narrazione “partigiana” della Seconda Guerra mondiale e della Guerra civile e di Resistenza che si è combattuta in Italia. Viene da chiedersi, retoricamente, se una sterile quantificazione neutrale delle vittime del secondo conflitto mondiale sia davvero la strada legittima e legittimante per la costruzione di una memoria condivisa, in virtù di una seppur sacrosanta complessità umana e storica. E ancora, come sia possibile avallare una narrazione che mira a sovrapporre il ricordo delle vittime a quello dei carnefici, ribaltando il rapporto ancillare che la memoria dovrebbe intrattenere con la storia.
E infine, è inevitabile interrogarsi sulla responsabilità di un certo relativismo etico che, nel tentativo di appiattire le differenze tra vittime e carnefici, finisce per offrire spazio ai rigurgiti neofascisti, spesso mascherati da una sorta di “peacewashing”. Non basta invocare la pace o parlare di riconciliazione, magari facendosi ritrarre in uniforme nazista, per sottrarsi al peso di ciò che quei simboli rappresentano. Perché, se è vero che «il modo in cui scegliamo di ricordarlo può contribuire a costruire il futuro», allora proprio quel modo di ricordare diventa decisivo: quando la memoria dissolve le responsabilità storiche in nome di una generica pacificazione, il rischio quantomeno è che la riconciliazione si trasformi in revisionismo storico.