Tetto stranieri a scuola, sindaca Perugia a Meloni: “Razzismo di Stato, a rischio coesione sociale nelle città”
"Una misura che si scontra con la realtà delle città". È così che Vittoria Ferdinandi, sindaca di Perugia e delegata dell'Associazione nazionale Comuni italiani (Anci) alle Pari opportunità, descrive la misura annunciata dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in merito al tetto di studenti stranieri nelle classi. Una misura che, nelle intenzioni dell'esecutivo, dovrebbe evitare la concentrazione degli studenti con background migratorio in alcune scuole e favorire l'integrazione.
Ma per chi amministra i territori, come Ferdinandi, il problema è un altro: "Bisogna avere più insegnanti e mediatori linguistici, dare più strumenti e risorse, non possiamo permettere che si introduca una norma che di fatto ci racconta una categoria dello straniero che ha a che vedere con la pelle e non con delle criticità reali", come spiega a Fanpage.it.
Tetto del 30% agli studenti stranieri a scuola: il 65% è nato in Italia
Dopo l'annuncio della premier, arrivato domenica nel corso della festa di Gioventù Nazionale, Fenix, le amministrazioni locali e le università si interrogano sull'attuabilità della proposta. In particolare, l'Università per Stranieri di Perugia fornisce dei numeri chiarificatori: "La gran parte di coloro che sono censiti come ‘studenti stranieri' – o meglio ‘alunni con cittadinanza non italiana' (Cni) – sono nati in Italia e in Italia hanno sempre vissuto: 607mila su 931mila, oltre il 65%", scrive il rettore Valerio De Cesaris in una nota.
"Ciò non toglie – prosegue De Cesaris – che pure il restante 35%, composto da coloro che sono nati all'estero e arrivati in Italia da piccoli, abbia pieno diritto alla scuola e un trattamento paritario rispetto ai propri compagni. Quei 931mila bambini sono pari all'11,6% della popolazione scolastica italiana".
Numeri ben distanti, quindi, dal tetto del 30% su cui ragiona Meloni. Questo limite era stato introdotto già nel 2010, durante il governo Berlusconi, con una circolare dell'allora ministra dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. La disciplina però è rimasta inapplicata in molti territori dove la presenza di studenti stranieri è ormai strutturale, anche a causa della mancata distinzione tra alunni con cittadinanza straniera nati e cresciuti in Italia e alunni che sono immigrati successivamente nel Paese. Come sottolinea Ferdinandi, infatti, "dobbiamo interrogarci sulla categoria dello straniero: chi identifica? Il ragazzo che è nato in Italia, cresciuto in Italia, che parla italiano ma che fino a 18 anni, per la scelta della politica, non può avere la cittadinanza italiana?".
Ferdinandi: "Misura che si scontra con la realtà e con la coesione sociale"
Quando si fanno i conti con la realtà, le criticità sono altre: Perugia è il terzo capoluogo italiano per estensione territoriale, con una popolazione distribuita in maniera frammentata tra agglomerati urbani particolarmente popolosi e dislocati. "Questa misura si scontra con la realtà delle città, da quartiere a quartiere la composizione delle classi varia in maniera sostanziale", spiega Ferdinandi. È proprio questa distribuzione a rendere particolarmente complessa l'ipotesi di una redistribuzione degli studenti per rispettare una percentuale. "Come si può pensare che una famiglia che vive in un quartiere e che avrebbe la scuola a 300 metri, sia obbligata a mandare il figlio a studiare dall'altra parte della città perché la quota di categoria straniera è più bassa?", domanda Ferdinandi.
Come spiega la sindaca, inoltre, la questione non può essere separata da quella dei trasporti, dei tempi di spostamento e delle condizioni economiche delle famiglie. "C'è un tema di ridistribuzione che diventa veramente complesso per la tenuta della coesione sociale delle nostre città – sostiene – Fino a prima della manovra portata avanti dalla Regione Umbria, un abbonamento scolastico per gli autobus costava quasi 450 euro, come si può pensare che una famiglia sostenga certi costi quando non sono necessari?".
"Servono risorse, non una nuova ondata di ghettizzazione"
Per Ferdinandi, quindi, il punto non è spostare gli studenti per rispettare una percentuale, ma mettere le scuole nelle condizioni di gestire le situazioni di maggiore complessità. "Esistono ragazzi che arrivano in Italia a 7 anni e che hanno delle fragilità linguistiche; uno Stato che deve garantire uguaglianza e opportunità investe nella costruzione di strumenti di integrazione educativa", spiega. E questo, secondo la sindaca, significa "più insegnanti, più strumenti, più mediazione linguistica e più risorse, così come servono risorse sulla disabilità all'interno delle classi, perché altrimenti l'inclusione senza risorse rischia di trasformarsi in una nuova ondata di ghettizzazione".
"Non si tratta di riaprire le classi speciali, si tratta di metterci dentro gli insegnanti di sostegno, di permettere ai Comuni di avere i fondi per realizzare i percorsi di autonomia, che invece ogni anno dobbiamo trovare nelle pieghe del bilancio. Qui bisogna domandarsi quanto i nostri sistemi d'accoglienza e quanto il disinvestimento sui sistemi educativi in realtà producano disuguaglianza, marginalità e quindi criticità nei percorsi educativi dei ragazzi".
Posizione espressa anche dai rettori delle Università per Stranieri di Perugia e Siena, Valerio De Cesaris e Tomaso Montanari, nella lettera diffusa dopo l'annuncio di Meloni. I due rettori chiedono di "potenziare e valorizzare" i docenti della classe A023, cioè gli insegnanti di italiano per stranieri. Una figura già prevista dalla legge, sottolineano, ma ancora poco reclutata: "Ci sono tante persone che si sono formate e specializzate presso le nostre università per svolgere questa professione, eppure ancora il reclutamento è scarso". Secondo De Cesaris e Montanari, inoltre, questi docenti vengono spesso utilizzati nelle ore di potenziamento invece di essere inseriti nelle cattedre curriculari. Per questo, scrivono, per sostenere il percorso scolastico dei bambini figli di immigrati che devono migliorare la conoscenza dell'italiano "non servono quote o discorsi propagandistici", ma bisogna "potenziare la presenza di docenti d'italiano nelle scuole".
È proprio l'utilizzo della categoria di "straniero" a preoccupare maggiormente Ferdinandi: "Al di là della possibile e reale concretizzazione di una norma di questo tipo, c'è da interrogarsi, in un Paese come l'Italia, con una Costituzione che parla molto chiaro, quanto questo annuncio di propaganda di una Presidente del Consiglio, che è già in campagna elettorale e che ha Vannacci che gli morde le calcagna, rischi di legittimare il razzismo di Stato". "Se entriamo nella scuola percependola come un luogo in cui far crescere i bambini già con la distinzione del noi e del loro, e lo dico da psicologa, questo significa creare, come ha detto Mattarella, dei ghetti e quello che in realtà Meloni continua a fare è non riuscire a costruire delle soluzioni concrete e infatti dice tutto ciò alla scadenza del suo mandato. Se cresciamo i bambini in questo modo, non credo che costruiremo una pace sociale, se realmente è quella che Meloni vorrebbe creare".
Anci pronta a discutere la misura: "I Comuni conoscono le complessità"
La questione delle risorse riguarda anche l'eventuale coinvolgimento delle famiglie nei percorsi di integrazione linguistica, altro provvedimento annunciato domenica dalla premier. Ferdinandi ritiene importante intervenire anche sui genitori, perché "la lingua è necessariamente il primo fondamento capace di abbattere le barriere", ma chiede al governo di indicare anche chi dovrebbe finanziare questi interventi. "Chi li paga? Lei che taglia sulla scuola? Se li paga lei, io sono molto d'accordo, ci metta nelle condizioni di realizzarli", dice.
Il confronto sulla misura annunciata da Meloni arriverà anche sul tavolo dell'Anci. Ferdinandi, che nell'associazione dei Comuni è delegata alle Pari opportunità, annuncia che il tema sarà discusso nel prossimo direttivo nazionale. "I Comuni conoscono benissimo la complessità di queste norme, che vengono annunciate in maniera propagandistica, e che poi abbiamo noi la responsabilità di tradurre in realtà", sostiene.
L'obiettivo, spiega la sindaca, sarà produrre osservazioni ed eventuali emendamenti, soprattutto sugli effetti concreti che la redistribuzione degli studenti potrebbe avere sui territori. "Mi auguro che in Anci ci sia una presa di posizione politica chiara, che rigetti l'idea stessa e il valore che è nascosto dietro questo annuncio", dice Ferdinandi. Perché, al di là del tetto del 30 per cento, resta il problema di come intervenire sulle disuguaglianze educative senza trasformare la cittadinanza in un criterio di separazione tra bambini.