di Martina Gaudino e Stefano Iannaccone

La didattica a distanza logora chi la fa. Riadattando un vecchio adagio di Giulio Andreotti, la seconda ondata di Covid-19 apre un altro scenario: l’aumento della sindrome di burnout per gli insegnanti. Con un calo inevitabile, certificato dalla ricerche, di rendimento.  Nonostante la buona volontà. Insomma, mentre il governo tira dritto, lasciando aperte le scuole, c’è chi come il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, conferma la decisione di chiudere le aule e optare nuovamente per la Dad (salvo il ripensamento per le elementari), acronimo diventato familiare per professori e studenti. Un modello seguito dalla Regione Lazio, con la Dad al 50 per cento per le superiori, e dalla Lombardia. Si parla quindi della Didattica a distanza, un modo nuovo di fare scuola che cambia radicalmente il rapporto con gli studenti. Una necessità dettata dalla prima ondata dell’epidemia e che si sta riproponendo, su più livelli, in questa seconda emergenza.

Uno studio ha però denunciato il quadro desolante che si spalanca di fronte agli insegnanti. “Per circa due docenti su tre (64,7 per cento) il carico di lavoro è aumentato in modo rilevante in seguito al passaggio alla Dad. I docenti della primaria sono stati quelli meno seguiti nell'acquisizione delle competenze necessarie a svolgere le attività in Dad”, spiega la ricerca Cgil nazionale, Federazione dei lavoratori della conoscenza, realizzata in collaborazione con la Fondazione Di Vittorio, l’università di Roma Sapienza e l’università di Teramo. L’indagine, condotta attraverso dei questionari online dopo la prima ondata di epidemia, ha messo in evidenza altri aspetti: “Il 44,5 per cento, infatti, non ha ricevuto una formazione specifica”. Si è verificato un cortocircuito anche per gli strumenti a disposizione: “Più di 8 docenti su 10 (83,3 per cento) hanno usato un proprio dispositivo per la Dad”. E, come se non bastasse, “più del 60 per cento di quanti hanno difficoltà significative con le attrezzature a disposizione hanno anche difficoltà significative con la gestione degli spazi”. Insomma, il ricorso alla Dad è visto come un incubo dagli insegnanti.

Ad aggravare la già complessa situazione, c’è senza dubbio l’arretratezza del nostro Paese: ancora oggi non viene riconosciuto il burnout come malattia professionale del corpo insegnante. Lo ha spiegato a Fanpage il maggior esperto della materia nel nostro Paese, Vittorio Lodolo D’Oria, autore di due libri Pazzi per la Scuola e Insegnanti, salute negata e verità nascoste. “Il burnout, lo stress da lavoro correlato, sono terminologie che abbiamo importato dall’inglese, perché per noi non sono patologie. Mentre in Francia, Inghilterra e Germania il lavoro dell’insegnante è riconosciuto come quello a maggior rischio suicidario, in Italia non esistono diagnosi. E se non esistono diagnosi significa che non sono riconosciute come malattie, dunque non c’è prevenzione. In Italia le malattie professionali degli insegnanti sono ancora cose come la raucedine”, ha spiegato. Eppure nel maggio 2019 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha riconosciuto il burnout come un disturbo medico.

La realtà è molto più dura, soprattutto alla luce della pandemia. Le patologie psichiatriche – ma anche oncologiche – di cui soffre chi lavora a scuola nascono dallo stress eccessivo. E queste malattie potrebbero deflagrare con un nuovo lockdown. Tuttora smentito dal presidente del Consiglio Conte, ma che grava all’orizzonte come una minaccia. “È scientificamente riconosciuto che lo stress cronico causi una eccessiva produzione di cortisolo che fa abbattere le difese immunitarie provocando una crescita incontrollata delle cellule neoplastiche”, ha aggiunto Lodolo D’Oria. L’esperto ha anche precisato di aver fatto più volte richiesta al Ministero dell’Economia e delle finanze dei dati sull’inidoneità all’insegnamento. Ma le cifre restano chiuse in un cassetto: “Li ho chiesti attraverso i sindacati, tramite università senza mai riuscire ad ottenerli. Assisto al silenzio dei docenti che dopo anni di scelte sbagliate e dopo quattro riforme previdenziali assurde non riescono a ribellarsi”, ha sentenziato.

I fatti sono chiari: “La Dad ha cambiato il rapporto tra insegnante e studente, un rapporto asimmetrico che ora viene mediato attraverso la tecnologia con tutta una serie di problemi, in primis la mancanza di feedback da parte degli allievi”. Il professore ha spiegato come la mancata percezione di interesse da parte della classe crei nell’insegnante insicurezze ed ansie che possono sfociare in qualcosa di estremamente più grave. “Il docente che non vede il volto della classe non può in alcun modo percepire il gradimento della lezione”, ha chiarito specificando che ansia e stress che ne conseguono sono una porta verso la depressione poiché “il docente per natura non è portato alla condivisione di questo disagio con i colleghi perché teme di essere giudicato, di essere definito inadatto o non all’altezza del ruolo”.

Del resto la base di partenza non era delle migliori. Anzi. Già dal 2015, un’indagine dell’Osservatorio nazionale salute e benessere dell’insegnante dell’università Lumsa di Roma aveva denunciato un quadro complicato: il 67% degli insegnanti ha riportato casi di burnout medio-alto. Che tradotto significa una grande difficoltà a portare avanti il proprio lavoro con serenità. Tanto che il 53%, più di un prof. su due, ha ritenuto fallito il compito di educare gli studenti. Tra i segnali della sindrome di burnout ci sono le manifestazioni di cinismo verso l’istituzione scolastica e l’isolamento anche fuori dal contesto lavorativo. Ma oltre al rapporto con il luogo di lavoro, gli effetti sono significativi anche sulla vita personale, e presumibilmente familiare, visto che si manifestano insonnia, abuso di psicofarmaci, aumento del tabagismo, incremento del consumo di alcolici e di caffè.

Sulla grande insoddisfazione incide, tra le tante cose, il livello retributivo. “Le differenze sono molto significative non solo rispetto alla Germania, che è il Paese con le retribuzioni più alte, ma anche rispetto a paesi comparabili all’Italia come la Spagna o la Francia”, ha sottolineato la Flc Cgil. “La distanza tra lo stipendio annuale di un docente italiano e uno spagnolo di scuola superiore all’inizio carriera è di -7.231 euro mentre al culmine della carriera è di -6.417 euro (in termini percentuali -29,10% e -16.50%); la distanza rispetto ad un tedesco è di -28.227 euro (-113,66%) ad inizio carriera e di 37.877 euro (-97,37%) al culmine della carriera”, aggiunge il sindacato. Per Lodolo D’Oria siamo al punto zero: “Non avremmo mai dovuto varare misure come il Reddito di cittadinanza ma utilizzare quei soldi per equiparare le retribuzioni del corpo docente al livello degli altri Paesi d’Europa. Lo Stato ha un debito con i lavoratori”.