I dati sull'emergenza coronavirus in Italia confermano che, nonostante il Covid-19 continui a circolare nel nostro Paese, da un lato i contagi sono sempre meno e dall'altro i posti letto che si liberano negli ospedali sono sempre di più. Nelle ultime settimane il dibattito sull'emergenza si è fatto intenso: da una parte c'è chi continua a invocare prudenza, avvertendo sui rischi di una seconda ondata e dall'altra c'è chi sminuisce i pericoli e accusa le autorità di strumentalizzarli per aumentare il proprio controllo sulla popolazione. La Lega ha più volte puntato il dito contro il governo, accusando i suoi componenti di preoccuparsi solo della propria poltrona a scapito dei lavoratori, delle imprese e delle famiglie che continuano a soffrire l'impatto e le conseguenze della pandemia. E che dopo quasi tre mesi di lockdown hanno bisogno di tornare a vivere la loro normalità. Questa retorica, però, viene capovolta nel momento in cui si parla di immigrazione. Con il picco di sbarchi registrato nelle ultime settimane, le proteste nelle strutture di accoglienza e le storie di richiedenti asilo che si allontanano da questi centri, spesso e volentieri Matteo Salvini e i governatori del Carroccio hanno utilizzato l'immagine del migrante infetto per canalizzare i consensi di una società sfibrata da una gravissima crisi sanitaria, economica e sociale.

Lanciando l'allarme sul pericolo che queste persone rappresenterebbero e contrapponendo l'untore straniero e il cittadino rispettoso delle regole, partiti come la Lega cercano di fare leva sulla paura della popolazione distorcendo la percezione sui veri fattori di rischio. Ancora una volta il migrante diventa il capro espiatorio. Invece che ricordare che la curva dei contagi resterà sotto controllo solo se, fino a quando non si troverà un vaccino, continueremo tutti a rispettare le regole, quindi indossando la mascherina dove necessario, mantenendo le distanze di sicurezza e igienizzando spesso le mani, si preferisce trovare qualcuno da colpevolizzare. E il picco di sbarchi, i focolai nei centri di accoglienza e gli episodi in cui diversi migranti si sono allontanati da queste strutture, forniscono terreno fertile per una retorica di questo tipo. Ma andiamo ad analizzare quello che sta succedendo veramente.

Il focolaio nell'ex caserma in Veneto

In Veneto la scorsa settimana è emerso un nuovo focolaio di Covid-19 nell'ex caserma Serena di Treviso, adibita a centro di accoglienza. La Regione è stata tra i territori più colpiti dall'epidemia di coronavirus, ma è riuscita a contenere in modo efficace i contagi. "Abbiamo 5 milioni di veneti che sono stati chiusi in casa per mesi. Non capisco quale sia il problema per 300 persone. Resta inteso che strutture come queste vanno dismesse, questo sistema di ospitalità è fallimentare in tutti i sensi", ha commentato il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusando quindi le persone che vivono nella struttura di aver fatto aumentare i casi positivi nella Regione, rischiando di far precipitare la situazione e di costringere le autorità a reintrodurre misure anti-contagio che nuocerebbero a tutti i cittadini. "I due focolai di Jesolo e dell’ex caserma Serena a Casier sono la prova provata che le modalità con cui gli immigrati vengono ospitati in questi centri di accoglienza sono fallimentari", ha poi aggiunto Zaia.

E ha ragione. Il sistema di accoglienza attuale, quello dei decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini quando era ministro dell'Interno, è fallimentare. Con le leggi del leader della Lega si è andato a smantellare il sistema Sprar, un modello riconosciuto e imitato anche all'estero. Questi centri sono stati riservati esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnanti, escludendo i richiedenti asilo. Non potendo più accedere ai progetti Sprar, gestiti dagli enti locali e fondamentali non solo nel supporto giuridico e burocratico durante nel processo di richiesta della protezione internazionale, ma anche in quello di integrazione nella comunità locale, si è fatto sempre più affidamento ai Cara (Centri di accoglienza per i richiedenti asilo) e ai Cas, cioè i centri di accoglienza straordinaria. Che sono diventati un'arteria fondamentale per il sistema di accoglienza vista la velocità con cui si sono esauriti i posti nelle diverse strutture adibite a ospitare i richiedenti asilo. Ma che, di fatto, non possono sostituire l'intera struttura della seconda accoglienza.

La cancellazione degli Sprar

I Cas sono sotto gestione delle Prefetture e hanno una natura temporanea. Tuttavia, come viene sottolineato anche dalla Camera dei deputati, i dati degli ultimi anni evidenziano come la maggior parte delle persone arrivate in Italia finisca in questi centri provvisori per lunghi periodi, dato che i posti nelle strutture adibite alle pratiche di accoglienza si esauriscono velocemente. Situazioni di sovraffollamento sono quindi all'ordine del giorno in questi luoghi. Che sono però articolati per rispondere a una logica di emergenza e non per ospitare molte persone per un lungo tempo. Diventa allora molto più semplice che un focolaio scoppi in situazioni di questo tipo, dove spesso mantenere le distanze di sicurezza è pressoché impossibile.

"Visti i continui sbarchi a Lampedusa, sottolineiamo che il Veneto non è disponibile ad accogliere a meno che non siano persone che scappano da guerre e morte", ha aggiunto Zaia. Ma va fatto notare che nessuno dei migranti che si trova nel centro di Treviso è arrivato in seguito agli sbarchi degli ultimi giorni. Molte di queste persone sono in Italia da diversi anni, alcune da quando l'ex caserma è stata trasformata in una struttura di accoglienza tra il 2015 e il 2016.

Le proteste dei migranti a Udine

A Udine, sempre in un ex caserma adibita a centro di accoglienza, le tensioni sono scoppiate. Circa 400 migranti, un numero di persone che sarebbe anche in questo caso superiore alla capacità della struttura, hanno protestato contro la decisione del sindaco Pietro Fontanini di prorogare la quarantena, iniziata lo scorso 21 luglio. La zona rossa attorno all'ex caserma Cavarzerani è stata proclamata a fine luglio quando tre migranti sono risultati positivi. Questi sono stati trasferiti in isolamento in una roulotte e tutti gli altri ospiti della struttura sono stati messi in quarantena. Una volta trascorse le due settimane, e nonostante l'assenza di nuovi casi, il primo cittadino ha deciso di prolungare la quarantena: nessuno può entrare o uscire dal centro fino al prossimo 15 agosto. "Il Comune di Udine, con il Sindaco Pietro Fontanini e l’assessore alla sicurezza Alessandro Ciani, conferma ex Caserma Cavarzerani zona rossa. Molto bene! Non bisogna farsi intimidire da immigrati entrati clandestinamente in Italia, bisogna tutelare la salute pubblica", ha commentato il governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga.

Perché si riscontrano difficoltà nei Cas

I migranti non solo protestano per il rinnovo della quarantena, ma anche per le condizioni in cui sono costretti a trascorrerla. Anche in questo caso, tuttavia, si torna ai decreti sicurezza. Uno studio di Openpolis, redatto a un anno dell'entrata in vigore dei decreti Salvini, mostra come siano cambiate le cose per il sistema di accoglienza. E racconta come i Cas, che avrebbero dovuto essere una risposta immediata e temporanea agli sbarchi, sono diventati la soluzione definitiva. Ma non per questo la più adatta. "Lo Sprar, che rappresenta il modello virtuoso basato sui centri di piccole dimensioni gestiti dai Comuni e che ha dimostrato di sapere produrre l'inclusione sociale e lavorativa degli stranieri, è rimasto minoritario. La proporzione è arrivata a essere meno del 20% degli Sprar contro l'80% dei Cas. E nei Cas si sono concentrate la gran parte delle criticità legate alla poca trasparenza, agli scarsi controlli. (…) Così un comparto generalmente sano, costituito dai soggetti del terzo settore che gestiscono i centri offrendo servizi di qualità, è stato infiltrato da albergatori, titolari di servizi di pulizie, imprenditori vari e finte onlus, che si sono improvvisati operatori dell'accoglienza".

La situazione in Sicilia

In Sicilia, invece, una delle Regioni più interessate al fenomeno degli sbarchi, nelle ultime settimane si è spesso assistito a episodi in cui i migranti hanno si sono allontanati dalle strutture di accoglienza. "Scappano, aggrediscono, infettano! Altri 28 clandestini in fuga dal centro dove erano presenti anche numerosi malati di Covid-19. Governo della vergogna, state rovinando il Paese più bello del mondo. Basta!!! Gli italiani vi manderanno a casa, con ignominia", ha subito commentato Salvini. Ma anche in questo caso bisognerebbe forse andare all'origine del problema. In primo luogo il fatto che moltissime persone che arrivano alle coste italiane non abbiano intenzione di rimanere nel nostro Paese, ma siano dirette in altri Stati dove spesso hanno famiglia o parlano la lingua. Ma perché queste possano farlo, non dovendo quindi restare nei centri di prima accoglienza in Italia per tutto il tempo dell'iter burocratico, che può richiedere anche diversi anni, bisognerebbe andare in Europa per modificare il regolamento di Dublino. E la Lega è stata più volte accusata di assenteismo a questi tavoli: su 22 negoziati per la riforma del trattato, i rappresentati del Carroccio non si sarebbero presentati nemmeno a uno.

E infine, anche per i casi in cui i migranti si allontanano dai centri, si torna sempre alla loro organizzazione, così come è stata delineata nei decreti sicurezza. "I decreti sicurezza hanno peggiorato il sistema di accoglienza in Italia e stanno generando ghettizzazione e povertà, sia economica sia sociale. Una situazione da non sottovalutare perché sta provocando l’aumento di vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali, come dimostrano i processi aperti. Oggi chi chiede asilo e i beneficiari, esclusi dal sistema di accoglienza, sono esposti a emarginazione sociale con un alto rischio di finire nelle maglie della criminalità", ha denunciato Amnesty International lo scorso gennaio.

L'accoglienza è peggiorata con i decreti sicurezza

"Con il taglio dei finanziamenti per i piccoli e i grandi centri dedicati alla prima accoglienza, i servizi per l’inclusione non rientrano più tra le spese sostenibili. I nuovi bandi, infatti, non prevedono più la necessità di garantire l’insegnamento della lingua italiana, il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione Territoriale per la richiesta di asilo, la formazione professionale e la positiva gestione del tempo libero. In sostanza con lo stesso provvedimento l’assistenza sanitaria alla persona viene fortemente ridimensionata, con un crollo delle prestazioni minime richieste", continua poi il rapporto di Amnesty. Una precisazione importante, quest'ultima in materia di sanità: che di fatto sottolinea come i rischi dal punto di vista sanitario ed epidemiologico possano essere ancora una volta ricondotti ai tagli all'accoglienza fatti da Salvini.

I migranti abbandonano i centri perché questi dovrebbero essere di prima accoglienza, non di lunga permanenza. Perché non dovrebbero essere sovraffollati come sono. Perché dovrebbero avere un ruolo diverso dalle quattro mura dentro le quali vengono stipati i migranti. E se proveremo a ricondurre una nuova ondata di contagi da coronavirus a questi episodi, ai nuovi focolai, alle proteste e agli allontanamenti dai centri, allora dimostreremo di non aver capito nulla. Di non aver compreso che le persone continueranno a fuggire da guerre e povertà sia che in Europa ci sia una crisi sanitaria o meno. E che la questione non si risolverà se ci limitiamo a utilizzarla come il capro espiatorio di turno.