"I 49 milioni sono stati spesi in anni e anni di iniziative elettorali. Manifesti, affitti di sede, corrente elettrica, pagamento dei dipendenti. Quindi cercano soldi che semplicemente non ci sono. Perché sono stati spesi Se li trovate ditelo anche a me che mi interessa", afferma il leader della Lega, Matteo Salvini, ospite della trasmissione diMartedì su La7. "Sono anni che cercano i soldi in Russia, i soldi in Svizzera, i soldi in Lussemburgo, ma non hanno mai trovato niente. Perché non abbiamo nascosto soldi da nessuna parte", aggiunge l'ex ministro dell'Interno. E ancora: "Per 3 anni i giornali italiani hanno parlato di soldi dalla Russia, non si è visto un rublo, una matrioska… Perché non ci sono. Se volete parliamo tutta la sera di questo, mentre gli italiani pensano alla scuola e domani partite Iva e artigiani che sono chiusi da 4 mesi devono pagare le tasse. Sono 5-6-7 anni che parlate di 49 milioni, trust, Russia. I giudici facciano le ricerche che devono fare".

La questione però qui è un'altra. Salvini racconta come sono stati spesi i 49 milioni negli anni, ma il punto è che quei soldi vanno restituiti. Il leader leghista sottolinea che si stiano cercando dei soldi che semplicemente non ci sono: i magistrati però hanno stabilito che questi sono stati percepiti irregolarmente dal partito di via Bellerio e perciò devono essere restituiti. Punto. Sostenere che gli inquirenti stiano cercando delle cifre che non esistono non risolve la vicenda. E non toglie il fatto che la Lega, dallo scorso settembre 2018, debba restituire 49 milioni. Anche se in comode rate da 100 euro a bimestre, per cui la piena resa avverrà in 80 anni.

La vicenda dei 49 milioni

Facciamo un passo indietro e andiamo a vedere perché il Carroccio deve restituire questi soldi. L'inchiesta sui fondi risale ancora a quando alla Lega si accompagnava l'appellativo "Nord". Precisamente al 2012, quando l'ex tesoriere Francesco Belsito viene indagato con le accuse di truffa ai danni dello Stato e riciclaggio per la gestione dei rimborsi elettorali, che sarebbero stati trasferiti all'estero e reinvestiti in diverse attività, tra cui anche l'acquisto di diamanti. Il segretario Umberto Bossi si dimette e a Genova inizia un processo che vede nel mirino i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010. Precisamente, si parla di una somma di 48.969.617 che secondo l'accusa sono stati in parte utilizzati per delle spese personali della famiglia Bossi.

Nel 2017 arrivano le condanne. Due anni e cinque mesi al Senatur, quattro anni e dieci mesi per Belsito. I giudici dispongono della confisca di 49 milioni al partito in quanto "somma corrispondente al profitto, da tale ente percepito, dai reati per i quali vi era stata condanna". Nel 2018 la Cassazione accoglie il ricorso della Procura del capoluogo ligure e stabilisce "l'esistenza di disponibilità monetarie della percipiente Lega Nord che si sono accresciute del profitto di reato, legittimando così la confisca diretta del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all'esecuzione del provvedimento genetico". A settembre di quello stesso anno la Procura raggiunge un accordo con i legali della Lega Nord per un piano di pagamenti da 600 mila euro all'anno per restituire tutti i 49 milioni.

Cosa c'entra Salvini con la condanna di Bossi e Belsito

C'è chi ha affermato che l'attuale leader leghista non c'entri nulla con le vicende giudiziarie del vecchio segretario. Ma la memoria di 60 pagine depositata dall'avvocatura dello Stato in difesa di Camera e Senato (parti civili nel processo) spiega esattamente perché la Lega, di cui Salvini è segretario, non avrebbe dovuto ottenere i rimborsi elettorali e perché quindi quei 49 milioni vadano oggi restituiti. Ed è molto semplice: tra il 2008 e il 2010 i bilanci del partito sono stati falsificati e quindi il Carroccio non aveva diritto a incassare i soldi dei rimborsi elettorali. "La liquidazione è subordinata all'accertamento della regolarità del rendiconto", si legge nella sentenza, che fa riferimento alla legge 2/1997.

Per ottenere i rimborsi vanno presentati dei bilanci regolari e corretti: in caso contrario, i rimborsi elettorali saranno sospesi. E questo avrebbe dovuto essere il caso della Lega. Le spese personali dei Bossi rappresentano reato di appropriazione indebita, quello per cui padre e figlio Bossi sono stati condannati. Ma c'è poi il reato di truffa ai danni dello Stato, che è il caso dei rimborsi elettorali percepiti illegalmente dal Carroccio. Per questo i giudici genovesi non hanno sequestrato solo una cifra pari a quella delle spese dei Bossi e altri, ma l'intero ammontare dei rimborsi ottenuti nei tre anni al centro delle indagini.

Cosa sta succedendo ora con i commercialisti vicini alla Lega

La questione dei fondi della Lega è tornata al centro dell'attenzione mediatica dopo che tre commercialisti vicinissimi al partito sono finiti agli arresti domiciliari perché coinvolti nell'indagine sui finanziamenti alla Lombardia Film Commission. Inchiesta che si è concentrata sulla vendita di un capannone a un prezzo gonfiato (si parlerebbe di un surplus di 400 mila euro rispetto al valore iniziale dell'immobile) a Cormano alla Lombardia Film Commission, ente regionale il cui presidente era stato nominato dall'allora governatore leghista Roberto Maroni. L'operazione avrebbe coinvolto delle immobiliari legate ai tre commercialisti, che i pm milanesi hanno descritto come in grado di raggiungere "i piani altissimi della politica" e come "infiltrati nelle istituzioni" ai massimi livelli. Implicato anche un prestanome, arrestato lo scorso luglio.

I magistrati ritengono che per non restituire tutti i 49 milioni la Lega potrebbe aver escogitato un modo per celare questi soldi. Ecco da dove partirebbe la torbida e ambigua trama di giri di denaro. Come quello in cui sarebbero ora implicati i tre commercialisti. Quindi no: il segretario del partito su cui pesano tutte queste inchieste e indagini non se la può cavare con un "i soldi sono stati spesi" e "se li trovate ditemelo". Non solo i 49 milioni vanno restituiti, ma non è accettabile che il leader della Lega liquidi le (legittime) domande dei cronisti come se la vicenda non lo riguardasse. Perché lo riguarda. E visto che si sta parlando di soldi pubblici, riguarda anche tutti noi.