Rinnovabili in Sardegna: la guerra delle pale eoliche tra caro energia e tutela del paesaggio

“La transizione energetica non è una questione tecnica da regolare per via amministrativa: è una scelta politica che modifica territori, paesaggi, ambiente, economie locali, rapporti sociali e non può essere scaricata sulle Regioni e sui Comuni con un quadro nazionale frammentato e contraddittorio”. La presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, è chiara su uno dei temi caldi dell’attualità: il costo dell’energia e la transizione verso le fonti rinnovabili. Proprio sull’installazione di impianti eolici e fotovoltaici, nell’isola si sta consumando una lotta, in un calderone di leggi, ricorsi al TAR, sentenze del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale. Che mettono inevitabilmente in discussione le decisioni delle amministrazioni locali.
Il caso di Luogosanto
Luogosanto è un piccolo comune della Gallura, esposto al vento. Molte società vorrebbero installare pale eoliche nel suo territorio, con evidenti ricadute sul paesaggio.
“C’è stato un ginepraio di richieste presentate da varie parti, prima che venisse approvata la legge regionale per bloccare gli impianti”, spiega a Fanpage.it il sindaco del paese, Agostino Pirredda.
Nel dicembre 2024, infatti, l’amministrazione regionale guidata da Todde, seguendo l’input della normativa nazionale voluta in passato da Mario Draghi, aveva adottato una legge per definire le aree idonee allo sfruttamento delle energie rinnovabili: terreni in cui l’impatto ambientale non fosse devastante. Ma la legge sarda è stata impugnata dal governo nazionale e la Corte costituzionale ha sollevato dei rilievi, perché è stata considerata troppo restrittiva sotto vari aspetti.
Così, dopo l’intervento della Corte suprema, la società Carbonera Wind Srl, che aveva visto bloccato un progetto per l’installazione di pale eoliche nel territorio di Luogosanto, ha fatto ricorso al Tar. E a febbraio il tribunale amministrativo ha dato ragione all’azienda.
“Una volta che questa legge è stata cassata dalla Corte costituzionale, le società stanno avviando i ricorsi e i tribunali amministrativi stanno dando loro ragione”, prosegue Pirredda. “Sono stati presentati anche altri progetti che interessano il nostro territorio e sono stati fatti senza nessuna concertazione con l’amministrazione comunale, sono stati buttati lì per mera convenienza, forti delle leggi che tuttora vigono in questo settore”.
“Le amministrazioni comunali hanno le mani legate, possono fare ben poco. Si possono opporre, come abbiamo fatto noi per un altro progetto, il “Mistral”, di ENGIE Mistral S.r.l., per il quale abbiamo adottato una delibera in consiglio comunale e presentato un’osservazione durante la conferenza dei servizi. Anche in quel caso, è subentrata la legge regionale sulle aree idonee del 2024, dopodiché non ci sono state più notizie. Non escludo che ora anche loro possano fare ricorso”.
“La questione è un libro aperto. Noi dal 2015 abbiamo bloccato l’installazione di altri impianti, abbiamo fatto una serie di ricorsi, sino ad arrivare al Consiglio di Stato. Però alla fine [nel 2018] Palazzo Spada ci ha dato torto dicendo che gli interventi sono di carattere strategico, di interesse nazionale, pertanto il Consiglio comunale di Luogosanto non ha poteri per legiferare. Parlavamo di una piccola azienda [la Ortomac], quindi potevamo cercare di opporci”.
“Purtroppo, oggigiorno, stanno intervenendo dei colossi in grado di mettere in ginocchio non il comune di Luogosanto, ma la regione Sardegna”, evidenzia il primo cittadino gallurese. “Oggi bisogna dare voce ai territori. Bisogna dare voce alla pianificazione dei comuni. Bisogna anche che, se gli interventi e gli impianti dovessero essere installati, siano concertati con gli enti territoriali. E soprattutto bisogna avere certezze sulle quantità di impianti che eventualmente dovrebbero essere realizzati”.
“Per questo dico che i comuni non possono fare niente. Se anche il comune di Luogosanto dovesse riuscire a opporsi con qualche cavillo e i comuni limitrofi non facessero nulla, gli impianti verrebbero installati oltre il confine comunale, ma l’impatto inciderebbe comunque sul nostro territorio e non avremmo risolto nulla. Bisogna che la pianificazione sia territoriale, non può essere del singolo ente, perché altrimenti ci facciamo male tra noi”.
“Io non mi sento di dire no agli impianti da fonte rinnovabile”, chiarisce Pirredda, “però mi oppongo fortemente alle imposizioni calate dall’alto, fatte per mero interesse dell’azienda tal dei tali. Se dalla regione mi dicono che il comune di Luogosanto deve dare il suo contributo per le fonti rinnovabili, possiamo anche ragionare su un rapporto costi-benefici, perché ovviamente dobbiamo avere un ristoro per l’impatto ambientale derivato”.
Il caso di Putifigari
“Non si può barattare il paesaggio con una transizione energetica selvaggia”. Lo aveva detto il primo aprile l’assessore regionale all’urbanistica, Francesco Spanedda, in relazione a un altro caso esploso nell’isola: un impianto fotovoltaico da realizzare nel territorio del comune di Putifigari, a ridosso delle Domus de Janas di S’incantu, un patrimonio archeologico dichiarato sito UNESCO.
“Nel decreto di compatibilità ambientale n.585 del 3 ottobre 2025″, spiega a Fanpage.it la sindaca di Putifigari, Antonella Contini, "nonostante il parere negativo del Ministero della Cultura, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) aveva dato parere favorevole alla VIA (Valutazione di impatto ambientale) per l’installazione di un impianto fotovoltaico previsto in prossimità del sito Unesco”. Salvo poi tornare sui propri passi a marzo 2026.
“Il dietrofront del MASE è stato un passaggio significativo, che abbiamo accolto con grande soddisfazione, perché fin da subito abbiamo promosso momenti di confronto pubblico e organizzato un consiglio comunale all’aperto, il 20 ottobre del 2025, che ha visto la partecipazione della Regione Sardegna, dei sindaci del territorio, della città metropolitana e del CESIM (il Centro Studi Identità e Memoria, che ha seguito l’iter presso l’UNESCO)”.
“Il ruolo della Regione Sardegna è stato molto importante, sostenendo il comune nel presentare tempestivamente il ricorso al TAR”, ha proseguito Contini, che però aspetta a gridare vittoria. “Ora ci aspettiamo di tutto. La società proponente [la Ine Seddonai Srl] potrebbe fare ricorso in altre sedi.”
“Ci auguriamo che queste decisioni non ci cadano dall’alto, ma vogliamo dire la nostra e ottenere anche il riconoscimento delle competenze che la Costituzione ha riconosciuto alla nostra regione a statuto speciale”, conclude la sindaca. “Ogni decisione va concertata e decisa insieme ai territori”.
Le parole della presidente Todde
Fanpage.it ha raggiunto anche la presidente Todde, che ha chiarito quanto il tema sia spigoloso soprattutto dopo il pronunciamento della Consulta.
“All’inizio del mio mandato tra i problemi principali che la Giunta ha dovuto gestire c’è stato quello di affrontare la speculazione energetica. Fin da subito abbiamo chiarito un principio fondamentale sul tema delle energie rinnovabili: la Sardegna doveva tornare ad avere un ruolo attivo senza più limitarsi ad accettare decisioni prese da altri. Il lavoro che è stato fatto in due anni conferma l’evidente cambio di registro rispetto al passato. Dopo un primo intervento con la legge regionale 5, che è stata necessaria per frenare i tentativi di speculazione in atto, abbiamo approvato la legge 20 dotando la Regione di regole chiare e investendo circa 1 miliardo per autoconsumo e comunità energetiche. Per noi è centrale un principio politico semplice e non negoziabile: la transizione si governa, non si impone”.
“Abbiamo preso atto dei rilievi della Corte Costituzionale. Ma come ho già detto, la sentenza non ha rimosso il nodo politico che la Sardegna ha posto, anzi lo ha reso più evidente. La nostra legge 20 nasceva esattamente dall’esigenza di mettere ordine, definire criteri chiari, difendere un territorio che non può essere considerato uno spazio vuoto disponibile a qualsiasi intervento, deciso altrove. Abbiamo ottemperato ad una precisa richiesta del decreto legislativo 199: le Regioni dovevano individuare le aree idonee con legge regionale e noi siamo stati la prima Regione a farlo. Nel frattempo, è accaduto di tutto: un decreto ministeriale disconosciuto dallo stesso Ministero dell’Ambiente e una nuova legge nazionale che toglie la competenza alle Regioni e che, di conseguenza, abbiamo deciso di impugnare in Corte Costituzionale. Si tratta di una norma che scavalca le nostre competenze statutarie, ignora la copianificazione, preferisce automatismi che non tengono conto delle caratteristiche uniche dei territori e riduce la Regione a semplice esecutrice di decisioni prese altrove. Noi una legge regionale sulle aree idonee l’abbiamo già scritta e stiamo ovviamente lavorando per perfezionarla accogliendo i rilievi della Corte. Sulla Sardegna decidono i sardi”.
La questione può avere un interesse nazionale che scavalca le prerogative delle Regioni? “Dipende da come si intende l'interesse nazionale”, ha risposto la presidente Todde. “Se lo si intende come obiettivo condiviso di decarbonizzazione, riduzione delle emissioni, sicurezza energetica, allora sì, esiste un interesse nazionale e la Sardegna non lo ha mai messo in discussione. Siamo parte dell'Italia e dell'Europa, e conosciamo bene gli impegni del Green Deal”.
“Ma se per "interesse nazionale" si intende la facoltà dello Stato di scavalcare le Regioni, ignorare i piani paesaggistici, derogare alle normative di tutela del territorio e imporre localizzazioni senza un reale processo di copianificazione, allora no. Quello non è interesse nazionale: è una scorciatoia che produce conflitti, blocca i cantieri, alimenta il contenzioso giudiziario e, alla fine, rallenta la transizione stessa. La Sardegna ha già dimostrato di saper fare la sua parte. Siamo stati la prima Regione a dotarci di una legge sulle aree idonee. Abbiamo investito risorse proprie sulle comunità energetiche. Abbiamo lavorato per costruire un modello in cui la transizione energetica produce benefici reali per i territori, non solo per i grandi operatori finanziari. Quello che chiediamo non è un veto, ma un tavolo. Una governance condivisa, in cui Stato e Regioni decidono insieme dove, come e con quali ricadute locali si realizza la transizione. Senza questo, qualsiasi piano energetico nazionale resterà sulla carta, ostaggio dei ricorsi, delle opposizioni locali e di una conflittualità istituzionale che non serve a nessuno, tanto meno al clima”.