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Opinioni
27 Settembre 2022
12:51

Prepariamoci a una legislatura e a un governo fossilista, iniquo e vigliacco

Se nel programma di Fratelli d’Italia compaiono cenni alla questione climatica, basta dare un’occhiata al resto dei punti per rendersi conto che il progetto politico di Giorgia Meloni è dichiaratamente fossilista. È inutile girarci intorno: il 26 settembre l’Italia si è svegliata nell’ennesima legislatura consacrata alla rassicurazione delle strutture di potere esistenti. Mentre ci sarebbe bisogno di una politica anti-fossilista.
A cura di Fabio Deotto
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Inutile girarci intorno: il giorno in cui un partito postfascista (o che integra, metabolizza e legittima elementi di fascismo, se vogliamo dirla in maniera meno politicamente corretta) come quello guidato da Giorgia Meloni arriva a prendere il 26% dei voti e a prenotarsi alla guida di un intero paese è un giorno infausto. E non soltanto perché si tratta di un partito che parla di blocchi navali, di lavoro obbligatorio, di flat tax, di “tutela dell’identità dal processo di islamizzazione”, lasciando intenzionalmente lacune in ambiti come la riforma della cittadinanza e la tutela dei diritti civili, ma anche perché con questo voto l’Italia si candida a ostacolare le sfide difficili e cruciali che ci aspettano di qui ai prossimi mesi. Mi riferisco in particolare alle sfide climatiche (che poi sono sfide che riguardano ogni settore economico, sociale e produttivo), ossia a tutti quei banchi di prova che richiederebbero un cambio di paradigma, uno slancio propulsivo in avanti, verso un sistema decarbonizzato tutt’altro che irrealizzabile, di certo non l’ingessamento conservatore di strutture economiche e di potere, e di certo non un’armata di nostalgici e indagati che non vede l’ora di cancellare molti dei passi in avanti compiuti negli ultimi anni.

Ma è anche inutile girare intorno al fatto che la vittoria della destra è anche – e, per certi versi, soprattutto-, la sconfitta di un centrosinistra (o di un centro che include e isola elementi di sinistra, se vogliamo dirla in maniera più schietta) che non ha saputo veicolare un’idea chiara e collegiale di futuro, un’idea che consenta di spostare lo sguardo dalla situazione precaria e nebulosa in cui ci troviamo da anni.

Le ultime elezioni non-climatiche (si spera)

Dovevano essere le prime elezioni climatiche della storia della Repubblica: non lo sono state. Questa campagna elettorale si è concentrata nell’estate più calda e disastrosa di sempre, in un paese flagellato da una siccità senza precedenti, costellato da incendi record, con ghiacciai secolari che crollavano a valle, piogge scarse che mettevano in ginocchio un intero settore agricolo e prosciugavano laghi e fiumi, piogge torrenziali che, complice il dissesto idrogeologico, devastavano interi territori; era lecito auspicare che la crisi climatica diventasse un tema di confronto inaggirabile, e invece a conti fatti l’hanno dribblata anche i partiti che a parole dicevano di considerarla una priorità.

Stando al monitoraggio effettuato dall’Osservatorio di Pavia in collaborazione con Greenpeace, solo lo 0,5% delle dichiarazioni rilasciate dai politici nei telegiornali riguardava la crisi climatica; mentre nei post su Facebook la quota scende addirittura a 0,2%. La cosa ancor più sconfortante è che tra tutte le dichiarazioni a tema ambientale solo il 3,8% riguardava la crisi climatica, mentre la stragrande maggioranza si concentrava sulla componente energetica (92,3%).

La questione climatica non è sexy, dicono, non attira voti, anzi ne respinge, perciò tanto vale inserirla nel programma (così da non essere accusati di ignorare il problema) e poi ignorarla platealmente. Non è solo uno dei tanti errori che la sinistra ha fatto in questa campagna elettorale, è anche il meno lungimirante, perché di qui ai prossimi anni avere un’agenda climatica estesa e circostanziata rappresenterà la vera discriminante tra chi propone di affrontare il problema in maniera realistica e chi invece si ostina a tenere in piedi uno status quo sempre più dissennato sotto ogni punto di vista, a cominciare da quello economico.

Un nuovo scollamento tra piazze e palazzo

Due giorni prima del voto, venerdì 23 settembre, le piazze delle maggiori città italiane sono state invase da decine di migliaia di giovani (e meno giovani), in quello che sulla carta era lo Sciopero globale per il clima indetto dagli attivisti dei Fridays For Future, ma che nei fatti è stata la dimostrazione lampante di quanto oggi, in questa Italia che derapa a destra, esista una piazza intersezionale capace di stringersi attorno a valori che intersecano la questione climatica senza esaurirsi in essa: la necessità di una decarbonizzazione radicale, di un ripensamento dei sistemi economici e riproduttivi, della tutela degli ecosistemi, ma anche la difesa dei diritti civili e riproduttivi, la sicurezza sul lavoro, la riforma della cittadinanza, solo per citarne alcuni. Ho marciato assieme a queste persone per due ore, ho fatto il pieno di bellezza e di fiducia nel mondo, e sono tornato a casa animato da una nuova carica. Due giorni dopo mi sono recato alle urne con una nuova determinazione, ma senza troppe aspettative.

E questo perché sapevo che la parte di paese che avevo visto marciare, una parte sempre più vasta, consapevole e inclusiva, è scollata dalla politica tradizionale e partitica; principalmente per colpa di quest’ultima. Negli ultimi anni, gli attivisti e le attiviste di realtà come Fridays For Future e Extinction Rebellion, insieme ai cittadini di Giudizio Universale e di altre organizzazioni attive in ambito climatico, si sono impegnati ogni giorno per informare, sensibilizzare e creare ponti in un paese tradizionalmente frammentato, e nel farlo hanno sempre chiamato in causa la politica partitica. Hanno chiesto e ottenuto colloqui con le più alte cariche dello stato, hanno organizzato cause in tribunale per costringere lo Stato Italiano a uscire dall’inazione climatica, si sono fatti arrestare senza giusta causa, hanno persino lavorato fianco a fianco con esperti e scienziati per stilare una serie di punti programmatici circostanziati e realistici che hanno poi messo a disposizione della politica. Ma la politica li ha ignorati.

Risultato: i più giovani, in buona parte, hanno disertato le urne. I primi dati rivelano che se già nella popolazione generale l’astensione ha raggiunto in un balzo il record storico del 36%, tra i più giovani la percentuale è salita fino a sfiorare il 50%. Alla luce di ciò, chi oggi si stupisce che il primo partito d’Italia sia quello che porta avanti le idee più retrograde, dovrebbe farsi un esame di coscienza.

Il catenaccio in politica non funziona

Calcisticamente parlando, in questa campagna elettorale Letta ha difeso lo 0 a 2 in casa; il leader di uno dei partiti più decisivi della maggioranza di governo uscente, in una delle situazioni più complesse e difficili dal punto di vista geopolitico, energetico, sociale, sanitario e climatico, ha speso un’intera campagna elettorale a parlare dell’avversario, che naturalmente ne approfittava per rimandare la palla in porta. Che giocare in difesa in politica non funzioni davvero, che la logica del male minore e del voto utile sulla lunga distanza si traduca in un allontanamento dal voto, dovrebbe essere ormai lampante. È dai tempi del ventennio berlusconiano (tempi che a quanto pare non sono mai finiti, visto che nelle liste Fratelli d’Italia appaiono alcuni tra gli esponenti più notori del berlusconismo d’annata) che il principale partito della coalizione progressista, invece di confezionare una proposta politica imperniata su idee chiare, si propone come unico argine a una deriva populista. Gli argini però non bastano; e soprattutto, per definizione, non portano da nessuna parte. Nella congiuntura storica in cui ci troviamo, caratterizzata da una guerra di respiro globale, da una crisi energetica ed economica in procinto di esplodere, da una crisi climatica entrata nel suo vivo che causa ogni anno decine di migliaia di morti, la decisione di ingessare in questo modo una campagna elettorale è a dir poco scellerata. Soprattutto perché i temi esistono, e un partito e una coalizione che ancora hanno l’ardire di definirsi di sinistra dovrebbero quantomeno intuire la portata trasversale e popolare di una questione stratificata e complessa come quella climatica.

Ma per imperniare una campagna elettorale sulle opportunità insite in una transizione radicale, e cioè su un cambio di paradigma innanzitutto economico, era necessario smarcarsi dall’influenza economica e politica di chi ha come principale interesse far sì che il sistema non si decarbonizzi troppo velocemente. Insomma, ci voleva coraggio.

Una questione di coraggio e realismo

Invece: è stata una campagna elettorale estremamente pavida. E a giudicare dai programmi i più pavidi sono gli stessi che si battono il petto, urlano in piazza e sollevano pavloviane braccia tese ai funerali di un estremista di destra. Il partito di Giorgia Meloni, infatti, non ha solo il demerito di aver cucito un vestito nuovo addosso agli impresentabili rimasugli della destra post-fascista e berlusconiana, ha anche quello di aver presentato un’idea politica che sembra ingranare la retro laddove bisognerebbe quantomeno partire in seconda.

Se infatti nel programma di Fratelli d’Italia compaiono cenni alla questione climatica, dalla “progressiva messa al bando dei materiali non biodegradabili”, al “potenziamento del trasporto pubblico”, al “deciso aumento della produzione di rinnovabili”, basta dare un’occhiata al resto dei punti per rendersi conto che il progetto politico di Giorgia Meloni è dichiaratamente fossilista: nuovi rigassificatori, nuovi gasdotti e potenziamento di quelli esistenti; riattivazione e modernizzazione degli impianti nazionali di estrazione di gas e di petrolio; nessuna menzione della decarbonizzazione del settore elettrico; nessuna menzione degli obiettivi climatici entro il 2030, né a una proposta di legge quadro sul clima; nessun riferimento a un piano per le foreste; nessun riferimento alla finanza climatica o a una riforma della fiscalità ambientale.

Insomma, se anche questa coalizione di governo riuscisse a realizzare i punti del suo programma, la direzione non sarebbe quella di una transizione ecologica, quanto di una riconfigurazione di un sistema fossile rinnovato e ripotenziato. Ed è qui che il programma di Giorgia Meloni si mostra anche poco realistico: una transizione energetica mancata, infatti, non solo ci porterebbe ad avvitarci ancor di più nella condizione di subalternità energetica di cui questo autunno pagheremo un caro prezzo; non solo ci farebbe perdere l’occasione di trasformare quella che oggi è una crisi in un’opportunità di investimento energetico; ci metterebbe anche nella condizione di essere un paese economicamente e socialmente arretrato, tra i più ostinati responsabili di una crisi climatica che di qui ai prossimi anni comprometterà ogni aspetto della nostra esistenza: dalla sanità, all’agricoltura, al lavoro, all’indipendenza energetica, alla qualità della vita in città sempre meno vivibili e in campagne sempre più vulnerabili.

È inutile girarci intorno: il 26 settembre l’Italia si è svegliata nell’ennesima legislatura pavida, consacrata alla rassicurazione delle strutture di potere esistenti a discapito delle fasce più deboli; mentre avrebbe bisogno (come ne ha bisogno il mondo intero) di una politica dichiaratamente e fieramente transizionista, una politica che sappia esprimere un’idea di futuro realistica e sostenibile, una politica che più che argini sappia creare ponti verso un nuovo modo di abitare il mondo, verso un sistema che non abbia come baricentro la crescita e il profitto. Una politica antifossilista, se vogliamo dirla senza troppe perifrasi.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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