Più istruiti, più aperti al cambiamento ma precari: come non far scappare i giovani italiani, spiegato dall’esperta

La precarietà che colpisce i giovani all'ingresso nel mondo del lavoro, il divario di genere nell'occupazione, le condizioni socio-economiche di partenza delle famiglie e il loro impatto sui ragazzi. Queste sono solo alcune delle complesse dinamiche che interessano l'Italia di oggi e che emergono dal Rapporto annuale Istat 2026. Per fare chiarezza tra i numeri, abbiamo intervistato Clelia Romano, dirigente di ricerca dell'istituto nazionale di statistica. Romano si è occupata della stesura dei capitoli del rapporto che analizzano le trasformazioni demografiche del nostro Paese e la produzione e la valorizzare del capitale umano in Italia.
Dottoressa, complessivamente che fotografia ci restituisce il Rapporto annuale 2026 sulla relazione tra giovani, istruzione e lavoro nell’Italia di oggi?
Il Rapporto di quest’anno mette al centro il ruolo del capitale umano e del capitale sociale come leve strategiche per il futuro del Paese: risorse in grado di generare benessere non solo per l’intera collettività, ma soprattutto per le nuove generazioni. Il quadro che emerge sui giovani è attraversato da criticità note, ma anche da segnali di cambiamento che aprono prospettive di miglioramento. La fotografia che il rapporto ci restituisce è quella di giovani più istruiti, più mobili e più aperti all’innovazione, che tuttavia faticano ancora a vedere pienamente riconosciuto il proprio capitale umano. La sfida che abbiamo di fronte è proprio questa: trasformare il potenziale delle nuove generazioni in un vero motore di sviluppo.
Nel Rapporto annuale 2026 si evidenzia una forte precarietà dei giovani all’ingresso nel mercato del lavoro. Possiamo considerarlo un problema strutturale o vede margini di miglioramento?
La precarietà che caratterizza l’ingresso nel mercato del lavoro ha certamente una dimensione strutturale: per quasi due terzi dei giovani fino a 34 anni, l’entrata nell’occupazione del lavoro avviene attraverso un contratto a termine, e il 30% degli occupati under 35 si trova in una condizione di vulnerabilità lavorativa, cioè con un lavoro a termine e/o un part‑time involontario. Ma la precarietà non è un destino inevitabile. Il Rapporto mette in evidenza anche segnali incoraggianti. Tra il 2019 e il 2025 l’occupazione dei 15‑34enni è cresciuta di 2,2 punti percentuali e, soprattutto, nella stessa fascia di età, è aumentata di 11 punti la quota di occupazione “standard”, cioè quella a tempo pieno e indeterminato o svolta come lavoro autonomo con dipendenti. E restano ampi margini di miglioramento, soprattutto se si riconosce appieno il valore strategico dell’istruzione: come Paese, destinando a questa voce una quota più elevata del Pil (nel 2024 il 4% contro il 4,8% della media UE27) e come individui. Il premio occupazionale associato a un titolo terziario è evidente: nel 2025 risulta occupato il 74% dei giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, contro il 55,9% di chi possiede al massimo la licenza media.
Per quanto riguarda l'ascensore sociale, il Rapporto fotografa qualche cambiamento?
La mobilità assoluta, cioè la quota di occupati che appartiene a una classe occupazionale diversa da quella dei genitori, è aumentata. Tuttavia per le generazioni nate tra il 1980 e il 1994 si osserva un cambiamento significativo: a 30 anni, la percentuale di chi si trova in una classe occupazionale inferiore rispetto alla famiglia di origine (27,1%) supera per la prima volta quella di chi vive invece una traiettoria ascendente (25,1%).
E nel lungo periodo, in linea con quanto accade in altri Paesi europei, si registra una graduale riduzione dell’ereditarietà sociale, soprattutto tra le donne: le origini familiari, cioè, continuano a influenzare le opportunità di raggiungere o mantenere posizioni più vantaggiose, ma il loro peso è meno determinante rispetto al passato.
Le giovani donne oggi studiano di più e raggiungono titoli di studio più elevati. Perché questo vantaggio spesso non si riflette allo stesso modo nel mercato del lavoro?
Non esiste una sola causa, ma un insieme di fattori che si intrecciano. Il problema non riguarda le competenze: è noto che le donne investono più degli uomini nell’istruzione e con risultati migliori. La questione riguarda piuttosto i meccanismi di accesso e di valorizzazione del capitale umano femminile. Le donne si concentrano in un numero limitato di professioni, spesso meno retribuite e con minori prospettive di carriera, mentre i settori più dinamici e meglio pagati – in particolare quelli tecnico‑scientifici – restano a prevalenza maschile. Anche quando possiedono titoli di studio elevati e competenze comparabili, le donne incontrano maggiori ostacoli nell’accedere ai livelli più alti della carriera. Nel 2025, le donne rappresentano il 43% degli occupati, ma solo il 25,3% nelle professioni dirigenziali e manageriali.
A questo si aggiunge il peso del lavoro di cura non retribuito, che continua a ricadere in misura prevalente sulle donne, influenzando scelte professionali, disponibilità oraria e continuità delle carriere.
Nel fenomeno dei Neet continua a essere forte la componente femminile, in particolare delle donne con figli. Quanto incidono ancora oggi gli stereotipi e il carico della cura nella marginalizzazione lavorativa delle giovani donne?
Incidono ancora molto, direi troppo. La cura dei figli e dei familiari è infatti il motivo più frequentemente indicato dal segmento di donne che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare. Il sovraccarico di lavoro familiare resta un dato di fatto: nelle coppie tra i 25 e i 64 anni in cui entrambi lavorano, sulle donne ricade ancora il 68,9% del lavoro domestico e di cura. I cambiamenti nel tempo procedono con estrema lentezza, in un contesto di marcate differenze territoriali: una donna occupata del Mezzogiorno svolge in media il 76,2% del lavoro familiare, contro il 66,6% delle lavoratrici residenti nel Nord. E l’asimmetria è più elevata quando uno o entrambi i partner hanno visioni stereotipate dei ruoli di genere, mostrando con chiarezza come i fattori culturali continuino a rappresentare uno snodo cruciale, capace di frenare l’avanzamento verso assetti di genere realmente paritari e limitando la piena partecipazione delle donne nella vita lavorativa e familiare.
I vostri dati mostrano quanto le condizioni economiche e culturali di partenza incidono sul futuro dei ragazzi. In quale ambito bisognerebbe investire di più per ridurre le diseguaglianze?
Non esiste un unico fronte d’azione: le disuguaglianze si formano presto e si consolidano lungo tutto il percorso di vita. Ci sono però ambiti in cui l’impatto delle politiche è particolarmente forte. Il primo è un’istruzione di qualità, fin dalla prima infanzia, che è l’investimento con i ritorni più elevati. Servizi educativi accessibili, continuità dei percorsi e ambienti di apprendimento inclusivi riducono gli svantaggi iniziali e sostengono lo sviluppo delle competenze cognitive e socio‑emotive. Un altro ambito decisivo riguarda il rafforzamento dei percorsi professionalizzanti e delle connessioni tra istruzione e imprese, in modo da ridurre la distanza tra competenze acquisite e domanda di lavoro.
Non va inoltre dimenticato che nel 2024 il 13,8% dei minori – pari a 1,28 milioni di ragazzi sotto i 18 anni – vive in condizioni di povertà assoluta, senza la possibilità di accedere a un paniere di beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. In questo quadro, politiche efficaci di contrasto alla povertà e interventi mirati di sostegno alla genitorialità nei contesti più fragili possono contribuire a creare condizioni più favorevoli alla crescita e allo studio, riducendo gli svantaggi che si accumulano fin dai primi anni di vita.
Per i giovani stranieri e le seconde generazioni le difficoltà sembrano ancora più marcate. Cosa, secondo il Rapporto Istat, rallenta maggiormente i processi di integrazione e qual è l'elemento che incide maggiormente sulla marginalizzazione dei giovani stranieri? Osservate delle variazioni rispetto agli ultimi anni?
Anche in questo caso, le difficoltà non dipendono da un solo fattore, ma da un insieme di elementi che si sommano e si rafforzano nel tempo. Le barriere linguistiche, le interruzioni nei percorsi scolastici e l’ingresso spesso tardivo nel sistema educativo italiano incidono sulla riuscita scolastica e, di conseguenza, sulle opportunità lavorative future. Nel 2023, oltre un quarto degli studenti 11-19enni con background migratorio è iscritto nella classe immediatamente precedente e l’8,3% in classi in cui l’età teorica di frequenza è di almeno 2 anni inferiore. Più è elevata l’età all’arrivo, maggiore è la quota dei ragazzi inseriti in ritardo. Anche chi ha seguito percorsi formativi qualificanti spesso non riesce a vedere valorizzate appieno le proprie competenze. Tra gli occupati laureati di 25‑34 anni, infatti, il 47,8% degli stranieri svolge professioni a media o bassa qualifica, contro il 23,7% degli italiani. Per ridurre questi divari, sono necessarie politiche di integrazione orientate alla valorizzazione del capitale umano straniero, lungo tutto il percorso formativo e professionale.
Che ruolo continua ad avere, quindi, la famiglia nel determinare opportunità, aspettative e benessere delle nuove generazioni? Continua a contare più la famiglia o più in generale il contesto sociale, i pari, la scuola?
La famiglia continua a svolgere un ruolo centrale nel determinare le opportunità, le aspettative e il benessere delle nuove generazioni: influendo sulle risorse economiche disponibili, sulla partecipazione civica, sulle opportunità educative e professionali, così come sulla stabilità emotiva e sul benessere complessivo. Un dato particolarmente significativo, a mio parere, riguarda le scelte scolastiche: nel 2024, la propensione a iscriversi a un liceo tra i ragazzi con almeno un genitore laureato è quasi otto volte superiore rispetto a chi ha genitori con al massimo la licenza media. Analogamente, la probabilità di laurearsi è oltre dodici volte più alta quando almeno un genitore è laureato. Il Rapporto mostra però anche un altro elemento molto importante: il gruppo dei pari e la qualità dell’ambiente scolastico incidono più del contesto familiare nel determinare la riuscita scolastica. Questo significa che una scuola con un buon clima educativo, relazioni positive e insegnanti stabili può compensare, almeno in parte, condizioni socio‑economiche di partenza svantaggiate.