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Lavoro domestico e di cura, dati Istat: le donne lavorano quasi 3 ore in più degli uomini

Secondo il rapporto Istat 2026, le donne italiane dedicano al lavoro domestico e di cura quasi 3 ore in più al giorno rispetto agli uomini (4h44m contro 2h06m). Il divario resiste anche nelle coppie in cui lavorano entrambi, dove le donne si fanno carico del 68,9% dei compiti familiari.
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Quasi tre ore in più al giorno. Ogni giorno. Trecentosessantacinque giorni l'anno. È questo il tempo che separa le donne italiane dagli uomini quando si parla di lavoro domestico e di cura. Un divario che resiste da decenni e che il nuovo rapporto annuale dell'Istat 2026 mette nero su bianco con precisione impietosa: nel 2023 le donne dedicano in media 4 ore e 44 minuti al giorno alle faccende di casa, contro le 2 ore e 6 minuti degli uomini. E la cosa più sconcertante? Questo vale anche nelle coppie in cui lavorano entrambi.

Le ore che mancano alle donne

Il divario di quasi due ore e quaranta minuti, pur essendo diminuito rispetto al 2003 (quando superava le tre ore e mezza) rimane uno dei più ampi d'Europa. Ma c'è un dettaglio che vale la pena sottolineare: la riduzione del gap è avvenuta più perché le donne hanno ridotto il tempo dedicato alla casa e alla cura (-40 minuti in vent'anni), che per un reale aumento del contributo maschile, cresciuto di soli 19 minuti nello stesso periodo. In altre parole, non è che gli uomini abbiano fatto di più. È che le donne hanno smesso di fare altrettanto.

Anche nelle coppie dove lavorano entrambi

La situazione non cambia nemmeno quando si guarda alle coppie con entrambi i partner occupati, tra i 25 e i 64 anni. Nel 2023 gli uomini dedicano al lavoro familiare 1 ora e 48 minuti al giorno, le donne 4 ore e 10 minuti. Quasi due ore e mezza di differenza, ogni giorno, anche a parità di impegno professionale. Un dato che fa riflettere: per la prima volta nel 2023, il lavoro retribuito ha superato quello domestico come componente prevalente del tempo lavorativo complessivo delle donne occupate. Un segnale di cambiamento, certo, ma che non ha intaccato in modo sostanziale la struttura tradizionale della divisione dei ruoli.

Chi fa cosa in casa

L'indice di asimmetria del lavoro familiare, strumento statistico che misura quanto sia sbilanciata la distribuzione dei compiti tra i partner, conferma poi il quadro. Nel 2023, nelle coppie di lavoratori tra i 25 e i 64 anni, le donne si fanno carico del 68,9% del lavoro familiare complessivo. Era il 75,4% nel 2003: un miglioramento di quasi sette punti in vent’anni, ma siamo ancora lontani da una reale parità. Il lavoro domestico in senso stretto (pulizie, cucina, commissioni) è l'ambito più resistente al cambiamento. La cura dei figli, invece, vede livelli di condivisione relativamente più alti, segnalando una maggiore disponibilità dei padri a partecipare attivamente alla genitorialità.

Il divario cala se la donna è laureata, picco dell'82% al Sud

L'istruzione gioca però un ruolo determinante. Nelle coppie in cui la donna è laureata, l'indice di asimmetria scende al 66%, mentre supera il 71% nei casi in cui la donna ha conseguito al massimo la licenza media. Più istruzione femminile significa, in genere, una maggiore ridiscussione dei ruoli tradizionali e una gestione più condivisa della vita domestica. Anche il territorio dice la sua. Il divario è più contenuto al Nord, dove le donne svolgono il 66,6% del lavoro familiare, e nel Centro (68,1%). Nel Mezzogiorno si arriva al 76,2%, con una riduzione rispetto al 2003 meno intensa rispetto al resto del paese. Nel solo lavoro domestico, il dato meridionale tocca l'82,6%: un numero che racconta di modelli culturali ancora solidamente ancorati alla tradizione.

Il problema degli stereotipi

Il rapporto Istat affronta anche la dimensione culturale del problema, spesso sottovalutata. Nelle coppie in cui almeno uno dei partner aderisce a visioni tradizionali dei ruoli di genere, l'asimmetria nella divisione del lavoro è sistematicamente più alta. Quando si ritiene che sia soprattutto l'uomo a dover provvedere economicamente alla famiglia, l'indice di asimmetria cresce di oltre 5 punti se è la donna a condividere quella convinzione. Analogamente, chi ritiene che gli uomini siano meno adatti alle faccende domestiche mostra una distribuzione ancora più sbilanciata, fino a 6 punti in più quando è l'uomo a sostenerlo. Gli stereotipi, insomma, non restano nelle teste: si traducono direttamente in minuti e ore di lavoro non pagato, che ricadono quasi sempre sulle spalle delle donne.

Il valore dell'uguaglianza, a parole

Su un punto gli italiani sembrano più avanzati: il riconoscimento formale del valore della parità. Nel 2025, il 79,7% delle persone con più di 25 anni ritiene che l'uguaglianza di diritti tra uomini e donne sia molto importante. Le donne sono più convinte degli uomini su tutti gli ambiti considerati, dalla parità di genere ai diritti delle minoranze, dall'orientamento sessuale alla libertà religiosa. L'istruzione, anche qui, fa la differenza: chi ha una laurea ha il doppio delle probabilità, rispetto a chi si è fermato alla terza media, di considerare tutti questi valori molto importanti. Credere nella parità, però, non basta. I numeri dimostrano che tra i valori dichiarati e i comportamenti quotidiani il divario è ancora enorme. Il ritratto che emerge dal rapporto Istat è insomma quello di un paese che si trasforma, ma con fatica. Le donne italiane lavorano di più, dentro e fuori casa, rispetto a vent'anni fa, e la distanza con gli uomini si riduce. Il carico invisibile del lavoro domestico e di cura continua però a pesare in modo sproporzionato sulle loro spalle, limitandone le opportunità professionali, il tempo libero e, in ultima analisi, la libertà.

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