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Perché la Digos ha potuto identificare l’uomo che aveva gridato “viva l’Italia antifascista” alla Scala

Perché la Digos ha identificato l’uomo che durante la Prima alla Scala ha urlato “viva l’Italia antifascista”? La risposta a questa domanda ha a che fare con il nostro sistema di gestione dell’ordine pubblico, che affonda ancora le sue radici negli anni Trenta, un’epoca in cui evidentemente sostenere l’Italia antifascista rendeva le persone pericolose o sospette.
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A cura di Roberta Covelli
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La Prima della Scala, a Milano, è da sempre occasione di presidi, contestazioni, atti politici. Anche quest’anno è stato così. Prima dell’inizio dell’opera, al termine dell’Inno di Mameli, s’è infatti levata una voce: “Viva l’Italia antifascista!” . Ma la notizia, più che questa, è il seguito, ossia l’identificazione di chi ha pronunciato la frase. In molti stanno mostrando sconcerto per questo atteggiamento della Digos milanese, pubblicando sui social le proprie generalità in solidarietà a Marco Vizzardelli, che ha urlato la frase poco prima dell’inizio dell’opera del Don Carlo. Riportando all’Ansa quanto avvenuto, il loggionista ha spiegato le proprie perplessità, stemperando il clima con una battuta: i quattro agenti in borghese che l’hanno fermato nel foyer, spiega Vizzardelli, "si sono messi a ridere ma mi hanno detto che dovevano fare così". Ma davvero era un dovere della Digos verificare l’identità del soggetto in questione?

L’identificazione è una facoltà, non un dovere

La Digos, Divisione investigazioni generali e operazioni speciali, è un ufficio di polizia presente nelle varie questure d’Italia. Il compito di questa divisione è di contrasto al terrorismo e, più in generale, di tutela dell’ordine pubblico, specie durante manifestazioni ed eventi politici e sportivi. Gli agenti della Digos sono il più delle volte in borghese, anche se sono spesso riconoscibili dall’atteggiamento.

Nell’ambito di queste funzioni, la Digos ha il potere, ma non il dovere, di identificare chicchessia. O, meglio, l’articolo 4 del Tulps, il Testo Unico delle Leggi Pubblica sicurezza, prevede la "facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette", o chi non sia in grado o si rifiuti di provare la propria identità, “siano sottoposti a rilievi segnaletici”. Il nostro sistema di gestione dell’ordine pubblico si basa ancora in gran parte su questo testo unico, varato nel 1931, un’epoca in cui evidentemente sostenere l’Italia antifascista rendeva le persone pericolose o sospette.

I rischi di intimidazione: come difendersi ed esercitare i propri diritti

I tempi sono cambiati, la Costituzione varata nel 1948 e tuttora vigente è antifascista e prevede il "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". Nei decenni della nostra vita repubblicana è però mancata la volontà politica di bonificare l’ordinamento dai residui autoritari varati in epoca fascista ma ancora vigenti in un contesto socialdemocratico. Questo lascia alle forze di pubblica sicurezza poteri che sarebbero perfettamente legittimi anche in un contesto democratico, ma che vengono spesso utilizzati anche a fini vessatori o intimidatori.

Per difendersi da questi abusi, occorre una grande consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri. Resta infatti un obbligo per chiunque fornire le proprie generalità al funzionario di pubblica sicurezza che le richieda. Tuttavia, visto che, come detto, gli agenti della Digos sono normalmente in borghese, è diritto del cittadino chiedere al funzionario di identificarsi: questo perché, se è lecito che la pubblica sicurezza mi identifichi, lo stesso non può dirsi dello sconosciuto per strada che voglia sapere il mio nome o conoscere i miei dati personali.

L’identificazione preventiva non presuppone né implica querele

Quella avvenuta nel foyer della Scala, tra l’altro, è la cosiddetta identificazione preventiva, prevista appunto dall’art. 4 T.u.l.p.s.: non presuppone la commissione di reati né una successiva denuncia o querela. Questa consapevolezza è necessaria per non cedere a eventuali intenti intimidatori: urlare "viva l’Italia antifascista" non è reato, così come non lo è scuotere la testa quando disapproviamo un discorso, o esprimere un’opinione, o esercitare un qualunque diritto che ci spetta in quanto individui e in quanto collettività. Le stesse fonti di polizia confermano questa versione.

L'identificazione dei due spettatori presenti in galleria, avvenuta durante la "Prima" del Teatro alla Scala, è stata effettuata quale ordinaria modalità di controllo preventivo per garantire la sicurezza della rappresentazione.

L'iniziativa non è stata assolutamente determinata dal contenuto della frase pronunciata, ma dalle particolari circostanze, considerate le manifestazioni di dissenso poste in essere nel pomeriggio in città e la diretta televisiva dell'evento che avrebbe potuto essere di stimolo per iniziative finalizzate a turbarne il regolare svolgimento.

La conoscenza dell'identità delle persone ha consentito, infatti, di poter ritenere con certezza l'assenza di alcun rischio per l'evento.

I rischi di repressione politica attraverso la discrezionalità poliziesca

La consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, da cui discende la (leale ma non servile) collaborazione con le forze dell’ordine, non basta però di fronte a prassi politiche e normative che lasciano ampi spazi alla discrezionalità.

Lo si è visto con molti provvedimenti degli ultimi anni, dal decreto Minniti a quelli di Salvini, fino ai tentativi di repressione contro gli ecoattivisti e perfino con il decreto Caivano, con l’aumento dello spazio per l’arresto in flagranza e con l’allargamento del ricorso alle misure di sicurezza e prevenzione, con cui si limitano le libertà delle persone in base alle valutazioni di pericolosità sociale da parte delle forze di polizia.

In altri termini, non solo non si risolve l’attrito tra norme fasciste e diritti democratici, ma vengono persino aumentati gli spazi di discrezionalità concessi alle autorità di pubblica sicurezza, che restano, è il caso di ricordarlo, dipendenti dal potere esecutivo, cioè dal Governo. E questo è un problema, nonostante le rassicurazioni della Questura di Milano.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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