Le elezioni Regionali 2020 sono terminate con un sostanziale pareggio fra centrodestra e centrosinistra, al netto del risultato della Valle d’Aosta che premia comunque i partiti di opposizione. Nel complesso delle analisi su vincitori e vinti, c’è una sola certezza: l’irrilevanza del Movimento 5 Stelle, che esce ancora una volta con le ossa rotta dalle consultazioni “locali”, per un disastro solo parzialmente nascosto dal risultato “storico” del referendum sul taglio dei parlamentari. Il tracollo è talmente evidente da rendere inutilizzabile persino il classico “sono elezioni locali, c’era da aspettarselo”.

Per averne un’idea basterebbe solo un dato: in numeri assoluti la lista Zaia, presente solo in Veneto, ha preso più voti (oltre 250mila la differenza) di quanti ne abbia presi il M5s in 6 Regioni. Volendo infilare il dito nella piaga, si potrebbe aggiungere che a livello nazionale il M5s sarebbe all’8,9% (la metà del disastroso dato delle Europee 2019, 24 punti percentuali in meno rispetto alle Politiche del 2018).

In Campania i 5 Stelle, sempre con la Ciarambino, passano dal 17% del 2015 al 10%, perdendo oltre120mila voti; in Puglia, con la stessa candidata, dal 17,2% al 9,9% (meno 110mila voti); in Liguria dal 24,9% al 7,8% (con soli 48mila voti); in Veneto dal’11,9% al 3,25% (perdendo quasi 200mila voti e restando fuori dal Consiglio Regionale); in Toscana prendono il 7% dal 15% di cinque anni prima; nelle Marche avevano il 21,8% ora crollano all’8,6%. Il dato sulla rappresentanza all’interno delle assemblee regionali è ancora più chiaro: in Veneto passano da 5 a 0 consiglieri, in Toscana da 5 a 2, idem nelle Marche, in Liguria da 6 a 2, in Puglia perdono un seggio così come in Campania.

Parlare di Caporetto non rende l’idea del bilancio finale, che per carità di patria abbiamo evitato di confrontare con i dati delle Politiche (altra storia, chiaro, ma se passi da oltre il 50% all’irrilevanza come in Puglia e Campania in poco più di due anni, forse sarebbe il caso di farsi qualche domanda). Anche perché oltre i numeri c’è il dato politico, che rende il quadro più che desolante.

Cosa non sta funzionando nella strategia dei 5 Stelle

Alla vigilia delle Regionali, Luigi Di Maio era stato piuttosto netto sugli errori di valutazione commessi sulla scelta delle candidature e, più in generale, sulla strategia impostata dai 5 Stelle per l’appuntamento elettorale. Il ministro degli Esteri del resto chiede da tempo che si apra un tavolo di coordinamento nazionale per “ragionare con forze civiche e politiche, in modo da realizzare il programma del Movimento tenendo anche conto delle esigenze del territorio”. L’obiettivo dichiarato è quello di entrare nella partita delle Comunali del prossimo anno, quando si voterà in città come Roma, Torino, Milano, Napoli e Bologna, ma il senso è più profondo: trarre le conseguenze del mutato quadro politico e della polarizzazione ormai consolidata, lavorando per rendere strutturale e organica l’alleanza di governo con il Partito Democratico. Ragionare di volta in volta e caso per caso, come fatto finora (Puglia no, Liguria sì, Marche sì ma fuori tempo massimo), non funziona e rischia proprio di essere percepita come un’operazione da vecchia politica.

Il punto è che assegnare al reggente Vito Crimi o al gruppo dirigente la responsabilità del fallimento e degli errori tattici sarebbe persino ingeneroso. Il Movimento si trova in una fase complicatissima, nella quale sta sostanzialmente subendo il corso degli eventi, avvitato in una spirale discendente da cui sarà difficile riemergere. La vittoria al referendum sulla Fraccaro è aria purissima, ma bisognerebbe essere nelle condizioni di capitalizzarla: e ciò non è detto che accada.

La crisi dei 5 Stelle ha ragioni profonde (che ho provato a riepilogare qui e qui), che hanno determinato uno spaventoso caos interno. Il termine che si usa con sempre maggiore frequenza è “balcanizzazione”, riferendosi alla frammentazione in correnti, fazioni, gruppuscoli e cerchi magici che coinvolge eletti, dirigenti e militanti. Lo stesso gruppo dei “contiani-governisti” è tutt’altro che compatto, soprattutto perché diviso sul ruolo che il Presidente del Consiglio dovrebbe assumere all’interno del Movimento e, più a stretto giro, sulla necessità di un rimpasto che dia maggior potere a figure più politiche dei 5 Stelle. Di fatto, l’attuale gruppo dirigente è impossibilitato a muoversi in qualunque direzione, stretto tra Conte, nostalgici dell’accordo con la Lega, pontieri zingarettiani, personalismi mai sopiti del tutto e richiami “francescani”. Subire l’agenda politica, piuttosto che dettarla, è il limite insormontabile contro cui stanno sbattendo da mesi i 5 Stelle. Così anche la “scelta” di non accogliere l’invito del Presidente del Consiglio per le Regionali è parsa incomprensibile: il senso della proposta di Conte era quello di fare fonte comune per non rafforzare l’opposizione, prendendo atto della necessità di mettersi d’accordo su candidati comuni, legittimando politicamente il patto di governo e preparando il terreno per i prossimi mesi, in un contesto di graduale ma costante avvicinamento strutturale di PD e M5s e di rafforzamento dell’ala governista in Parlamento. Declinarla per una battaglia di bandiera, col rischio di indebolire il governo e rafforzare l'opposizione interna, è ai limiti del tafazzismo.

Noon regge neanche la tesi secondo cui i grillini abbiano subito l'appello al voto utile e la polarizzazione tra PD e salviniani, non solo per la scarsa incidenza del voto disgiunto. Infatti, la polarizzazione è una conseguenza, non la causa, della debolezza politica dei 5 Stelle, che hanno rinunciato a essere della partita, in molti casi affidandosi a una classe dirigente territoriale stanca e priva di mordente. Senza una leadership forte e un'identità politica chiara, con un processo di ricostruzione (gli stati generali del Movimento) interrotto dalla pandemia e condizionato dall'emergere della figura di Conte, in un clima perenne da resa dei conti interna, i 5 Stelle non potevano in alcun modo essere "attrattivi" per l'elettorato. E non lo sono stati. E la domanda che dovrebbero porsi è una sola: quando abbiamo smesso di essere l'alternativa per diventare parte del sistema politico tradizionale?