Qualche settimana fa la Banca Centrale Europea aveva annunciato un ampio piano per stimolare la crescita economica, basato essenzialmente su tre canali di intervento: una nuova riduzione sui tassi di interesse (essenzialmente sulle operazioni delle banche presso la stessa Bce, con il tasso sui depositi liberi che è sceso a -0,4%, in sostanza stiamo pagando le banche per fare credito); le TLTRO2, ovvero delle operazioni di credito alle banche commerciali (che in questo modo dovrebbero aumentare il volume di credito ai soggetti privati); un aumento dell’acquisto dei titoli fino a 80 miliardi di euro (titoli di Stato, ma anche obbligazioni societarie non bancarie).

L’obiettivo dichiarato di questa iniezione di liquidità e del sostegno alle banche è combattere la bassa inflazione dell’area Euro. Bersaglio mancato, a quanto pare. Il tasso di inflazione su base annua è infatti fermo allo 0,2%, mentre la quota “ideale” è del 2%.

Per quello che riguarda il nostro Paese, la situazione è ancora più complessa, come testimoniano i dati Istat diffusi in giornata. L’inflazione cresce dello 0,2 percento su base mensile, ma su base annua è a -0,2%, la stima per il 2016 è di una inflazione acquisita a meno 0,4%; le principali città italiane, per quel che riguarda i prezzi al consumo, sono tutte in deflazione: Bari -1%, Cagliari -0,6%, Roma -0,5%, Firenze -0,4%, Torino -0,2%, Napoli e Milano -0,1%.

In generale, i prezzi calano in quasi tutte le Regioni italiane e per quasi tutte le tipologie di prodotto. Ma perché questa cosa sarebbe un problema?

Per capirlo bisogna chiarire prima di tutto il concetto di deflazione. Con tale termine intendiamo la diminuzione nel tempo del prezzo per l’acquisto di beni e servizi. Tecnicamente cominciamo a parlare di deflazione quando il tasso di inflazione è negativo, ovvero quando i prezzi smettono di crescere. Per tale motivo, non è corretto parlare di deflazione per l’area Euro, quanto piuttosto di bassa inflazione (il tasso su base annua è -0,2%).

L’Italia, invece, è ancora in deflazione. Ed è un problema, secondo la quasi totalità degli analisti. Nel breve periodo, infatti, la discesa dell’inflazione si traduce in un aumento del potere d’acquisto dei salari e dunque il “senso comune” sembrerebbe autorizzarci a valutare in maniera positiva la diminuzione dei prezzi al consumo. Ma ci sono una serie di effetti collaterali, di non poco conto, che bisogna tenere in considerazione.

Nel lungo periodo, la diminuzione dei prezzi comporta anche una diminuzione dei salari e dei redditi, dal momento che, in soldoni, “pagare meno un bene” significa dare meno soldi a chi quel bene lo ha prodotto, chi lo ha messo in commercio, chi ci ha lavorato e via discorrendo. All’inflazione è legata anche la crescita degli stipendi, che dunque ristagnano in caso di deflazione prolungata. La sola cosa che resta costante, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’interesse sui debiti.

Come spiegava Roberto Romano sul Manifesto, la questione è cruciale, per le imprese ad esempio:

Le imprese non solo devono realizzare un profitto, ma devono anche restituire gli interessi sul debito contratto con le banche, assieme a una parte del capitale preso a prestito. Se i prezzi continuano a contrarsi, non solo le imprese non fanno profitto, ma indeboliscono la propria posizione finanziaria e, come è accaduto in Italia e in altri paesi europei, sono costrette a chiudere.

La deflazione “distrugge produzione, lavoro e, alla fine, compromette la stabilità finanziaria del sistemo economico”, anche per i suoi effetti “secondari”. In presenza di una fase lunga di deflazione, infatti, è finanche “sconveniente” spendere e investire: la scelta più utile resta infatti quella di rimandare l’acquisto di un bene (o il momento di effettuare un investimento), sapendo che il suo prezzo continuerà a scendere. Un circolo vizioso che finisce con l’autoalimentarsi: le imprese hanno meno liquidità, investono di meno e assumono di meno, i cittadini non acquistano beni e servizi (anche per la diminuzione del reddito), il denaro in circolo è sempre di meno e via discorrendo.

Vero, c'è una sorta di "deflazione buona", con la quale si identifica il calo dei prezzi per l'aumento dell'offerta (che è tanto più "vantaggioso" per chi ha un reddito fisso o posizioni di rendita), ma nel lungo periodo resta una "anoressia dell'economia", come la definisce Il Sole. La deflazione deprime l'economia, insomma, e le politiche deflattive (o in generale quelle di controllo dell'inflazione), secondo molti analisti, restano uno degli strumenti più delicati da maneggiare per i governi.

C'è infine un altro aspetto da considerare: il problema della bassa inflazione (o della deflazione) in un momento di scarsa crescita economica. Lo riassume bene Il Post:

Quando il PIL non cresce può accadere un’altra cosa a paesi con un altissimo debito pubblico come l’Italia: il rapporto debito/PIL è formato da un numeratore – il valore del debito – e da un denominatore – il PIL. Più è alta l’inflazione più il denominatore sale, anche in assenza di crescita “reale”, per il solo fatto che i prezzi aumentano. Nella stessa situazione, con il PIL reale fermo o in crescita molto bassa, se non c’è inflazione, o addirittura con deflazione, il PIL nominale cala, rendendo il rapporto debito/PIL sempre più elevato e potenzialmente ingestibile.

Il punto è che contrastare la deflazione o la bassa inflazione non è semplicissimo. E non è affatto detto che le mosse della Banca Centrale Europea funzionino.