
Il grande paradosso
C’è un grande paradosso, nei rapporti tra Jeffrey Epstein e Donald Trump documentati negli Epstein Files. In quelle tre milioni di pagine, in quei duemila video e in quelle 180mila fotografie pubblicati dal Dipartimento di Giustizia americano tra il 12 novembre 2025 e il 30 gennaio 2026, il nome del presidente americano compare più di quattromila volte, in 6307 conversazioni, risultando il nome più pronunciato di tutti. Tuttavia, in quei files, Trump non c’è mai. Non c’è mail, né un messaggio in cui compare come mittente o destinatario e non compare in nessun registro di volo sui jet privati del finanziere pedofilo verso una delle sue residenze, almeno per quel che riguarda il periodo di cui sono oggetto i file, cioè quello tra il 2000 e il 2018.

Questa è solo una delle tante ambiguità nel rapporto tra Epstein e Trump. Trump è stato uno dei migliori amici di Epstein e poi improvvisamente ha interrotto con lui ogni rapporto. È stata la persona che ha chiesto di pubblicare gli Epstein Files quando non era presidente, e si è rifiutato più volte di farlo quando è stato eletto, quella che ha chiesto indagini approfondite sulle amicizie di Epstein e quella che ha detto si è poi chiesta perché fossero tutti tanto interessati, quella che ha alimentato le teorie del complotto sul suo suicidio in carcere, e quella che le ha smontate.

Definire cosa sia stato il rapporto tra Epstein e Trump, insomma, è estremamente complicato. Anche e soprattutto perché parliamo del rapporto tra il presidente degli Stati Uniti d’America e un finanziere pedofilo che abusava di ragazze minorenni e che le metteva a disposizione dei suoi facoltosi amici. E in fondo la domanda delle domande relativamente al caso Epstein è tutta qua: Trump sapeva che il suo amico era un pedofilo? Ha mai usufruito dei suoi servigi? E nel caso la risposta fosse sì, era ed è ricattato in ragione delle sue abitudini sessuali?
Partiamo dall’inizio
Nel datare l’inizio dell’amicizia tra Epstein e Trump bisogna rifarsi a un’intervista che lo stesso Trump concesse al New York Magazine nel 2002. Queste le sue parole sul finanziere pedofilo:
“Conosco Jeff da 15 anni. Un tipo fantastico. È una persona con cui è molto piacevole stare. Si dice addirittura che gli piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono piuttosto giovani. Non c'è dubbio: Jeffrey si gode la vita sociale".

Duemiladue meno quindici fa 1987. E in effetti possiamo datare l’inizio della conoscenza tra Epstein e Trump a cavallo tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. In quel periodo, l’allora finanziere e l’allora immobiliarista sono vicini di casa a New York City e ci sono fotografie che li ritraggono assieme a numerosi eventi. A una festa in onore delle cheerleader della NFL nel resort di Trump a Mar-A-Lago, ad esempio. O a una festa in onore delle modelle di lingerie di Victoria’s Secrets, nel 1997. Ed è proprio tra il 1993 e il 1996 che Trump sale su un jet privato di Epstein diretto a Palm Beach, per ben otto volte. Questa informazione è contenuta proprio in una delle mail contenute negli Epstein Files, inviata il 7 gennaio del 2020 e parte di una catena di messaggi il cui oggetto sono i “Registri di volo di Epstein" e il cui mittente, seppur oscurato, dovrebbe essere un assistente procuratore degli Stati Uniti del distretto Meridionale di New York. In questa mail si dice che su due di questi voli “due dei passeggeri, rispettivamente, erano donne che potrebbero essere possibili testimoni nel caso Maxwell". Cioè, presumibilmente, giovani ragazze adescate dal finanziere pedofilo.
Fine di un’amicizia
Le ultime fotografie che ritraggono assieme Epstein e Trump sono datate 2000, sempre a una festa, sempre a Mar-A-Lago. Poi, più niente. E infine, nel 2004, la rottura tra i due. C’è chi dice per una proprietà in Florida, la Maison de L’Amitié, che entrambi desideravano acquistare. C’è chi dice perché Epstein avrebbe molestato diverse ragazze tra cui alcune alle dipendenze di Trump, e la figlia minorenne di un altro membro del club di Mar-A-Lago, scatenando le ire di Trump, che gli avrebbe vietato l’accesso al resort. Quest’ultima è la versione di The Donald, ovviamente.
Sta di fatto che da quel momento le strade dei due si dividono e, a quanto pare, non si incrociano più. Anche perché la strada di Epstein, da quel momento, comincia a incrociare quella della giustizia federale americana. Nel 2005, infatti, viene arrestato per la prima volta dalla polizia di Palm Beach, per abusi sessuali su una minorenne. Epstein ha ammesso le sue colpe – sia quella di aver abusato di una minorenne, sia quella di aver procurato delle ragazze minorenni ad alcuni politici – ma ha patteggiato una condanna a soli tredici mesi di reclusione. Questo nonostante gli inquirenti di Palm Beach avessero trovato trentasei ragazze, alcune delle quali appena quattordicenni, di cui Epstein aveva abusato sessualmente. Ricordate le parole di Trump, solo tre anni prima: “Un tipo fantastico. È una persona con cui è molto piacevole stare. Si dice addirittura che gli piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono piuttosto giovani”. Appunto.
“Il cane non ha abbaiato”
Lo diciamo subito: buona parte delle email in cui viene nominato Trump che abbiamo potuto visionare negli Epstein Files sono inutili: si tratta di notiziari online, o newsletter politiche o di mail inviate dallo stesso comitato elettorale di Trump per chiedere soldi a potenziali finanziatori. Nulla di rilevante. Per trovare qualcosa, bisogna spulciare tra le mail che lo stesso Jeffrey Epstein nomina Trump. E lì ce ne sono alcune interessanti. C’è quella del 14 settembre del 2006 in cui Epstein chiede a Maxwell di rimuovere Trump assieme ad altre persone da una lista di contatti, o di invitati, in cui prima compariva. C’è quella in cui scherza con l’ex ministro e ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson dopo l’elezione di The Donald a presidente degli Usa. Ci sono quelle con lo scrittore Michael Wolff, scrittore e grande accusatore di Trump, che invita Epstein a vuotare il sacco su Trump e sulle sue malefatte – cosa che Epstein farà, in effetti. E poi ce n’è una che merita particolare attenzione.

È il 2 aprile del 2011 e Jeffrey Epstein invia un messaggio alla sua compagna Ghislaine Maxwell: “Voglio che tu capisca che quel cane che non ha abbaiato è Trump. Ho passato ore a casa mia con lui, non è mai stato menzionato una sola volta”. Parafrasi: il cane che non ha abbaiato, cioè la persona messa sotto torchio dalla polizia che non ha parlato è Virginia Giuffré, la grande accusatrice di Epstein e Maxwell, la prima vittima della coppia a uscire pubblicamente allo scoperto. Quel che Epstein sta dicendo a Maxwell è che Giuffré non ha fatto il nome di Trump alla polizia, nonostante – assicura Epstein – abbia passato ore con lui a casa sua. Di fatto, Epstein confessa in quella mail che Trump ha avuto rapporti sessuali con Virginia Giuffré, nonostante la stessa Giuffré abbia sempre negato di essere stata abusata o anche solo molestata da Trump.

Anche in questo caso l’ambiguità regna sovrana ed è difficile stabilire dove stia il vero. Da un lato c’è una donna, Giuffrè, che non avrebbe alcun interesse a scagionare Trump. Dall’altro c’è un uomo, Epstein, che sta scrivendo una mail riservata alla sua compagna, presumibilmente ignaro del fatto che possa diventare un capo d’accusa contro Trump. In entrambi i casi, insomma, non pare esserci un incentivo a mentire. Eppure, uno dei due, tra Epstein e Giuffrè, sta mentendo.
Nota a margine: tra le persone che Trump afferma che Epstein abbia molestato a Mar-A-Lago ci sarebbe anche Virginia Giuffré.
Altro giro, altre ambiguità
Spulciando negli Epstein Files si trova anche la deposizione di Juan Alessi, maggiordomo alle dipendenze del finanziere pedofilo nella villa di Palm Beach, in Florida, quella frequentata da Trump. Anche lui afferma di aver visto l’attuale inquilino della Casa Bianca nella villa, e che la villa fosse frequentata da numerose giovani ragazze. Tuttavia, afferma con sicurezza che Trump non abbia mai richiesto un massaggio, che di solito era il messaggio in codice con cui si invitava una ragazza in camera per consumare un rapporto sessuale.

E c’è anche la deposizione fornita all’FBI da una donna che afferma di essere stata abusata più volte da Epstein, a partire dal 1983, e di essere stata portata, due anni dopo, in un palazzo a New York dove avrebbe avuto rapporti sessuali anche con Donald Trump. Anche in questo caso, tuttavia, ci sono cose che non tornano. Ad esempio, non ci sono prove del fatto che Trump ed Epstein si conoscessero nel 1985. E il profilo psicologico della donna, oltre alle diverse condanne in frodi e furti accumulate hanno aiutato la Casa Bianca a delegittimare le sue accuse.

Quello che non c’è
Dovessimo fermarci a quel che c’è, potremmo dirla così: che Donald Trump è stato per anni amico di un pedofilo, che era a conoscenza del suo amore per le ragazze molto giovani, che per lui non è mai stato un problema, per almeno quindici anni, anzi. E ancora: che ha viaggiato spesso sul suo aereo privato, probabilmente in compagnia di quelle ragazze e che ha frequentato case in cui quelle ragazze, spesso minorenni, venivano abusate da uomini molto più anziani, ricchi e potenti di loro. Ma che, pur essendo per sua stessa ammissione, un uomo sensibile al fascino delle giovani donne, abituato a relazioni fondate sui rapporti di forza e di potere, accusato da ventotto donne per condotte sessuali inappropriate, e senza aver mai avuto remore morali nel frequentare un pedofilo, non ha mai approfittato di nessuno dei servigi offerti di Jeffrey Epstein.
Per quanto possa essere curioso, questo è quel che emerge dalle carte. Con un gigantesco però, tuttavia. Che quelle carte sono solo una parte del tutto. Che buona parte dei documenti su cui c’è ancora attività di indagine non è stato pubblicato. Che molti nomi e molte frasi sono state arbitrariamente pecettate, ossia oscurate con una banda nera, per occultare nomi e circostanze. Che esiste un mondo al di fuori di quelle carte, che racconta una realtà un po’ più controversa. Come le testimonianze rese da Jeffrey Epstein allo scrittore Michael Wolff, autore di Fire and Fury, uno dei libri più critici sulla prima presidenza Trump. Nel suo podcast e nei suoi articoli su The Daily Beast, Wolff dipinge Epstein come “un uomo ossessionato da Trump”, un predatore incapace di credere di essere finito in carcere, mentre il suo miglior amico e compagno di malefatte è finito alla Casa Bianca.
In quei nastri, Epstein racconta una storia del tutto diversa. Racconta di un uomo “Illitterato” che leggeva solo la pagina sei del New York Post, quella delle notizie di gossip. Racconta di un uomo senza valori, mosso solo dalla volontà di prevaricare gli altri, mosso dall’unico affetto per la figlia Ivanka. Racconta i viaggi con Trump sul Lolita Express, il suo aereo privato. Racconta di un uomo ossessionato dall’idea di fare sesso con le mogli dei suoi migliori amici. E che si premurava di offrire loro “scopate migliori” con ragazze più giovani proprio per poi farli scoprire dalle mogli e usare queste circostanze per sedurle. Quei racconti sono registrati su nastro e la voce che parla è stata definita da più esperti come compatibile con quella di Epstein durante le deposizioni rese in tribunale, tra il 2013 e il 2016. Anche in questo caso, tuttavia, non ci sono riscontri e testimonianze che possano confermare le parole del finanziere pedofilo.
A ben vedere, l’unica, in fondo, che potrebbe davvero inguaiare Donald Trump, l’unica reale testimone vivente di quanto accaduto davvero, è Ghislaine Maxwell, la compagna di Epstein, che sta scontando 25 anni di carcere per i crimini commessi da lei e dal suo compagno. Maxwell ha affermato che parlerà e dirà tutto quel che sa, se le sarà concessa la grazia. Combinazione, la grazia, ancora una volta, puo concederla solamente Donald Trump. E questa è forse l’ultimo di una somma di clamorosi paradossi.