video suggerito
video suggerito

Per Piantedosi gli aiuti della Flotilla per Gaza sono “irrisori”, Music for Peace smonta la retorica del governo

Mentre il Viminale liquida ancora una volta come “irrisoria” la solidarietà civile, Stefano Rebora di Music for Peace denuncia a Fanpage.it il fallimento dei canali ufficiali: “Food for Gaza non esiste, i nostri aiuti restano al macero da 7 mesi tra veti israeliani e torture”.
Intervista a Stefano Rebora
Presidente Music For Peace
A cura di Francesca Moriero
0 CONDIVISIONI
Immagine

L'illusione di una normalità diplomatica nei soccorsi a Gaza si infrange contro il muro di container stipati tra i magazzini di Genova e i depositi polverosi della Giordania. Sono oltre 240 tonnellate di aiuti umanitari destinati alla Striscia, un tesoro di solidarietà civile dal valore di 800mila euro, che Music for Peace tenta disperatamente di far arrivare a destinazione da mesi. Ma mentre il Ministro degli Esteri Antonio Tajani lucida il brand di "Food for Gaza", e dal governo si levano nuovi attacchi frontali alla solidarietà dal basso, la realtà raccontata a Fanpage.it dal presidente dell'associazione Stefano Rebora è quella di un "fallimento sistemico". Un iter che doveva risolversi "in poche telefonate", secondo le promesse fatte dalla stessa Giorgia Meloni appena lo scorso settembre, per sbloccare i carichi diretti alla popolazione palestinese, "è diventato un calvario burocratico lungo sette mesi".

Il paradosso degli aiuti "irrisori"

Immagine

Proprio su questo nervo scoperto si è innestato l'ultimo affondo politico del Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi. Dal palco della libreria Rizzoli a Milano, il titolare del Viminale ha liquidato la seconda missione della Global Sumud Flotilla definendo i suoi carichi "irrisori" rispetto a "quelli messi in campo dal governo italiano".

Un'affermazione che stride con i numeri del campo, che ignora la natura stessa della missione civile (le attiviste e gli attivisti della Flotilla hanno infatti sempre rivendicato il valore simbolico e politico della missione, nata non per sostituirsi alle agenzie umanitarie, ma per rompere l'assedio fisico e morale e denunciarne l'isolamento attraverso la disobbedienza civile) e che soprattutto sembra non rispondere ancora ad alcune domande: com'è possibile che il Governo definisca irrisoria la solidarietà dal basso quando le sue stesse 2.400 tonnellate dichiarate coprono appena un sesto del fabbisogno di un singolo giorno nella Striscia? E poi, perché l'esecutivo non ha ancora chiarito se e in che misura l'Italia stia sottostando alle brutali linee guida imposte da Tel Aviv? E ancora: come si conciliano, eventualmente, gli aiuti ufficiali con le restrizioni di Israele, che rischiano di trasformare ogni spedizione in un simulacro di aiuto? Per rispondere a questi interrogativi occorre guardare dentro quel labirinto di veti che trasforma il diritto al cibo in uno strumento di pressione militare.

Le linee guida dell'orrore: niente zucchero e niente felpe per i bimbi di Gaza

Fanpage.it lo ha documentato mesi fa: le condizioni dettate da Israele prevedono l'esclusione sistematica di alimenti ad alto valore energetico per donne e bambini come miele, biscotti e marmellata, nonostante la FAO li consideri vitali nei contesti di carestia e denutrizione. Viene indicato per iscritto che è "auspicabile che donne e bambini non ricevano troppo sostegno energetico". Ma Israele non si limita a vietare: apre i pacchi, rimuove i prodotti "non conformi" e costringe i donatori a pagare il pedaggio per lo smaltimento degli alimenti scartati, trattati alla stregua di rifiuti. Alle restrizioni alimentari si è aggiunta recentemente una nuova indicazione, tanto assurda quanto crudele: il divieto assoluto di inserire felpe per bambini nei pacchi umanitari.

Questi aiuti, nati da una raccolta partita mesi fa a Genova proprio su appello di Music for Peace e del Calp (il collettivo autonomo dei lavoratori portuali), sono oggi intrappolati in un incubo logistico tra la Giordania e i valichi. Un labirinto fatto di documenti cambiati all'ultimo e pre-clearance ritirate, aggravato dal fatto che Israele mantiene il controllo totale sugli unici varchi d'accesso, gestendone l'apertura a intermittenza per limitare il flusso vitale al minimo indispensabile.

Stefano Rebora su questo è categorico: il progetto della Farnesina è un'architettura vuota: "Food for Gaza, così come svelato da Tajani mesi fa, non esiste", dichiara ancora a Fanpage.it, sottolineando come l'organizzazione segua un iter sistematicamente bloccato da regole a cui nessuno ha avuto la forza di opporsi. Music for Peace aveva il suo campo base nella Chiesa di Gaza, il cuore logistico da cui partivano le distribuzioni capillari. Quella chiesa sarebbe oggi il destinatario naturale del materiale, "se solo lo Stato italiano facesse valere il peso della propria diplomazia". Invece, il silenzio istituzionale accompagna l'agonia di carichi pronti ma destinati al macero.

Il silenzio della diplomazia 

Al disinteresse operativo dei canali ufficiali si affianca, ancora una volta, una strategia comunicativa che sembra voler sanzionare non solo il carico delle navi, ma la legittimità stessa del dissenso umanitario. È in questo clima che, sempre dal palco della Rizzoli, il Presidente del Senato Ignazio La Russa ha definito la missione della Flotilla un'operazione strumentale: "Se poi hai la fortuna di essere fermato e dire che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti". Parole che "segnano un punto di non ritorno", spiega Valentina Gallo di Music for Peace. Il cinismo istituzionale deve fare infatti i conti con la realtà documentata. Mentre una parte della politica liquida la vicenda parlando di semplici "malmenamenti", minimizzando violazioni illegali che, in altri contesti, richiederebbero passi diplomatici urgenti, per Thiago Ávila e Saif Abukeshek la realtà ha le pareti di cemento del centro di detenzione di Shikma. Oggi il tribunale di Ashkelon ha concesso una proroga della detenzione di altri sei giorni. Significa, nei fatti, altri sei giorni di torture. I due attivisti restano così immersi in un protocollo di annientamento che punta a frantumare la resistenza psicologica prima ancora che fisica: isolamento totale, celle mantenute a temperature polari e luci ad alta intensità accese 24 ore su 24 per cancellare ogni percezione del tempo e impedire il sonno. Un trattamento che si consuma tra interrogatori estenuanti sotto minaccia di morte, confermando che il confine tra fermo di polizia e violazione sistematica dei diritti umani è stato deliberatamente cancellato.

"Non funziona così uno Stato", ribatte Valentina Gallo, ricordando che liquidare queste violazioni significa abdicare al ruolo di Stato di diritto. È d'altronde necessario ricordare che le carceri israeliane, nel 2026, non sono zone d'ombra su cui è possibile fingere di non sapere. Sono luoghi di sopraffazione ampiamente documentati da inchieste internazionali e testimonianze dirette, dove torture psicologiche e trattamenti inumani sono prassi sistemica.

La geografia della sparizione

Immagine

Nel frattempo, sullo sfondo di questo scontro tra retorica e realtà, la geografia di Gaza continua a venire riscritta. Analisi recenti e rilievi sul campo rivelano infatti che la "linea arancione" dell'occupazione militare israeliana copre ormai i due terzi della Striscia, restringendo lo spazio vitale fino all'osso. Ciò che resta è una gabbia sempre più piccola, dove la sopravvivenza di milioni di persone è schiacciata in un perimetro di pochi chilometri quadrati. In questo scenario di annientamento progressivo, anche le critiche del Board of Peace, che ha bollato la missione della Flotilla come "attivismo performativo", appaiono pericolosamente fuori strada. Parole scollegate dalla realtà di un genocidio che continua a consumarsi sotto gli occhi di tutti.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views