"L'Italia non ha rispettato la regola del debito e una procedura è giustificata", ha scritto la Commissione europea nel suo rapporto sul debito pubblico italiano. Il nostro Paese ha ora a disposizione un mese di tempo correggere il bilancio e rimettersi in linea con le direttive Ue evitando quindi una procedura d'infrazione. Se non dovesse farlo, Roma rischia in ultima istanza di andare incontro ad una sanzione dello 0,2% del Pil, equivalente a 3,6 miliardi di euro. Prima di arrivare a quel punto, però, sono previste delle tappe intermedie per cui l'Italia potrebbe ancora riuscire a rimettersi in regole ed evitare la multa. Ma quali sono queste tappe? E da dove potrebbero essere presi i fondi per aggiustare il bilancio?

Le tappe della procedura: evitare l'infrazione

La Commissione ha raccomandato, nel suo rapporto, che venga avviata una procedura d'infrazione per disavanzo eccessivo del debito pubblico. Secondo l'iter, si dovranno prima esprimere sulla questione il Comitato economico e finanziario e poi l'Eurogruppo: si arriverà quindi all'Ecofin del prossimo 9 luglio, dove verrà presa la decisione finale e si aprirà o meno alla procedura. Il verdetto dovrà essere approvato con la maggioranza qualificata, cioè i due terzi dei voti ponderati. Già lo scorso autunno l'Italia ha evitato lo scontro diretto con Bruxelles. In quel caso il richiamo arrivò sul deficit: la Commissione non accettò quanto previsto dalla legge di Bilancio, che segnava il deficit al 2,4%, costringendo il ministro dell'Economia Giovanni Tria e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a sedersi al tavolo delle trattative e tagliare l'indice al 2,04%. Come indica il Sole 24 Ore, questa volta la richiesta riguarda una riduzione della spesa pubblica dello 0,1%, insieme ad un aggiustamento dei conti pubblici dello 0,6% del Pil.

Da dove prendere i fondi per evitare la procedura?

La ricerca dei fondi necessari per evitare la procedura d'infrazione ha riaperto la discussione sulla sostenibilità di reddito di cittadinanza e quota 100, su cui la Ue ha esplicitamente espresso i suoi dubbi, imputando a queste politiche parte della responsabilità per la stagnazione economica e l'instabilità finanziaria. Nonostante Tria abbia assicurato che i provvedimenti chiave di  Movimento 5 Stelle e Lega non verranno toccati, la nota in cui il governo ha garantito di rispettare il Patto di stabilità stretto con la Ue, andando a recuperare 1,3 miliardi di fondi inutilizzati a fine anno, sembra alludere proprio alle due misure. Nel comunicato di Palazzo Chigi si evidenzia che le maggiori entrate fiscali che si stanno riscontrando nel corso dell'anno comporterebbero una riduzione di due punti percentuali sul deficit, previsto lo scorso aprile al 2,4%. Inoltre, si prosegue, l'indebitamento netto del Pil a fine 2019 scenderà a quota 2,1% del Pil, tenendo in considerazione "gli effetti delle minori spese derivanti da accantonamenti prudenziali riguardanti le più cospicue misure adottate dal governo nel corso dell'anno". Il riferimento a reddito di cittadinanza e quota 100 pare dunque evidente. Gli 1,3 miliardi di fondi inutilizzati corrisponderebbero quindi allo 0,07% del Pil e al 10% dei circa 11 miliardi destinati nella legge di Bilancio di quest'anno per i due provvedimenti.

Già nelle scorse settimane, il presidente dell'Inps Pasquale Tridico aveva affermato che il fondo riservato al reddito di cittadinanza non sarebbe stato speso completamente, con un residuo di almeno un miliardo. Qualche giorno fa, intervenendo alla Camera, Tridico ha poi confermato che anche le uscite per quota 100 risultano contenute rispetto al previsto: "Fino ad ora noi non abbiamo ricevuto una grossissima spesa per quota 100: quelle domande che abbiamo ricevuto consentono a persone stanche, e ingessate dalla precedente riforma del 2011 del governo Monti, di ammorbidire la loro uscita dal lavoro. E con conti, numeri e spesa molto contenuti".