Operazione Mondiali 2026, lo strano caso delle aste per Telethon: affare per i privati, spiccioli alla ricerca

di Giulia Casula e Francesca Moriero
Una grande campagna di beneficenza legata ai Mondiali di calcio, il nome prestigioso di Fondazione Telethon a fare da garanzia e la promessa di sostenere la ricerca scientifica attraverso l’asta di maglie e cimeli sportivi esclusivi. Sulla carta, l’iniziativa lanciata dalla celebre piattaforma CharityStars ha tutti gli ingredienti di una lodevole catena di solidarietà, spinta anche dal tam-tam mediatico di influencer e partner sportivi. Dietro la vetrina della filantropia sembra però nascondersi un sofisticato ingranaggio commerciale. Secondo quanto rivelato da una fonte a Fanpage.it, di cui tuteliamo l'identità sotto il vincolo del segreto professionale, i meccanismi interni della campagna presentano infatti numerose zone d'ombra che rischiano di trasformare la buona fede dei donatori in un business redditizio dei privati.
In cosa consiste la campagna e come funzionano le aste
Prima di addentrarci nell’inchiesta però, è necessario chiarire alcuni punti. È importante, seguiteci. In cosa consiste la campagna? Parliamo di un’iniziativa nata dalla collaborazione tra il creator Filippo Delprete, noto come Italian Jersey Collector, e Fondazione Telethon, che prevede una serie di aste di memorabilia calcistici storici. Maglie di giocatori autografate, scarpini, guanti e altri cimeli messi in vendita in occasione dei Mondiali, con la promessa di destinare i ricavati in beneficenza.
Ma come funzionano queste aste? Allora, sul sito della campagna in questione ci sono due tipologie diverse:
- aste che devolvono a Telethon l'85% del ricavato,
- aste che destinano alla fondazione soltanto il 5%.
Entrambe sono ospitate dalla piattaforma CharityStars che sulle vendite prende una commissione del 15%. Facciamo qualche esempio (piccolo alert: useremo un po’ di numeri, ma cercheremo di essere più chiare possibile). Prendiamo un’asta all’85% e mettiamo che una maglia di un calciatore venga aggiudicata al prezzo di 100 euro. Il prezzo finale, inclusi i costi di gestione, è di 115 euro: 85 euro vanno a Telethon, i restanti 30 vengono trattenuti dalla piattaforma (di cui 15 euro di spese di servizio). Stessa cosa per un’asta al 5%. Cambiano solo le cifre. Quindi, su una maglia venduta al prezzo finale di 115 euro: solo 5 euro andranno alla fondazione.
In generale all’interno della piattaforma è piuttosto frequente trovare aste che fissano al 5% la percentuale del prezzo di vendita che sarà effettivamente devoluta. Al momento, dei 31 prodotti in vendita nella pagina dell’iniziativa, più della metà, tra scarpini, maglie e altri cimeli, sono aste all’85%.
È bene ricordare che in Italia non esiste un livello minimo per legge ma, in questo caso, le aste sono state pubblicizzate come iniziative di beneficenza. Sul sito della Fondazione si legge chiaramente che l’asta viene “costantemente aggiornata con nuovi prodotti” e che “l’intero importo raccolto” dalla vendita sarà destinato alla ricerca sulle malattie genetiche rare, allo scopo di “dare speranza a tanti bambini in tutto il mondo”. Eppure, dalla nostra inchiesta, sembra emergere un quadro molto diverso.

Due versioni della stessa campagna
La campagna poi viene promossa su quella che in gergo tecnico viene definita “una landing page white label”: ovvero una pagina creata appositamente per l’iniziativa, che reca il simbolo della Fondazione e il nome del creator coinvolto nella collaborazione. A questa pagina se ne affianca un'altra, secondaria e interna a CharityStars, da cui è possibile acquistare quegli stessi prodotti. Se le visitate entrambe potrete accorgervi che c’è una sostanziale differenza. Nella pagina secondaria di Charity Stars, potrete vedere i prodotti all’asta con l’indicazione della percentuale devoluta in beneficenza. Nella pagina principale, usata per la promozione, no. Tutte le altre informazioni nella griglia – la scadenza, il prezzo, la tipologia- sono le stesse. Ma la quota destinata all’ente beneficiario manca. Per scoprirla occorre cliccare sul singolo prodotto.


Può sembrare un dettaglio ma non lo è: si tratta dell’informazione più rilevante per chi decide di partecipare a una raccolta fondi. Tant’è che in passato, la stessa Autorità garante della Concorrenza e del mercato (Agcom) aveva avviato un’indagine nei confronti di CharityStars (poi chiusa), invitando la piattaforma a indicare da subito, già nella griglia, la percentuale che verrà donata. Cosa che è stata fatta ma, come abbiamo visto, esclusivamente nel sito della piattaforma, non nella pagina ufficiale creata per la campagna.
Il mistero delle aste al 5% chiuse e poi scomparse
C’è un’altra cosa che non torna. Sulla pagina principale, se si prova a visualizzare i prodotti già venduti, attraverso l’opzione “filtra – chiuse”, potrete vedere tutte le aste aggiudicate. Vi aiuta a farvi un'idea dei prodotti inseriti all’interno della campagna. Eppure, se si prova a fare la stessa cosa sulla pagina di CharityStars, succede una cosa molto strana. Le uniche aste chiuse visibili sono quelle all’85%. Delle aste al 5% non c’è traccia. Che fine hanno fatto? E perché, eventualmente, farle sparire dallo storico? Ci torneremo più avanti.

Chi sono davvero i venditori?
Non è chiara nemmeno l'identità di chi vende. In alcuni casi infatti, il lotto risulta contemporaneamente presente sia nella campagna Telethon che disponibile in formato “Compralo Subito” su altre inserzioni di CharityStars. È il caso della maglia di Giampiero Boniperti, ex attaccante della Nazionale (per semplicità prenderemo un solo esempio): messa all’asta per la raccolta al prezzo di 260 euro e allo stesso tempo, venduta a 10.000 mila euro per chi decide di comprarla subito. Come mai questa differenza di prezzo per la stessa maglia? È possibile che si parta da una base d'asta così bassa rispetto al valore del prodotto in vendita? L'unica differenza è il soggetto venditore: nell'asta è la Fondazione Telethon, nell'altra inserzione è “ONP premium”.

Cos'è questo ONP premium? È il programma di CharityStars attraverso il quale il 5% del ricavato viene teoricamente destinato a 24 organizzazioni non profit. Telethon non ne fa parte, o almeno così si evince dall’elenco consultabile sul sito della piattaforma. Abbiamo potuto visionare un contratto, risalente al 2022, stipulato tra un'associazione e CharityStars per aderire al programma, Stando a quanto scritto sopra, per farne parte le organizzazioni dovevano sostenere un costo annuale di circa 3.000 euro (la cifra nel frattempo potrebbe essere cambiata), attribuito alla "strategia di marketing".
Di conseguenza, per cominciare a poter essere spartito, il totale del 5% deve superare il costo che deve sostenere l’associazione. Essendo 24 associazioni il conto è semplice: 72.000 euro. Considerando che stiamo parlando del 5% del valore di aggiudicazione, questo significa che le associazioni cominciano a ricevere concretamente del denaro solamente quando viene superata la cifra monstre di 1 milione e 440mila euro di aggiudicazioni annuali. Fino a quel momento le associazioni non riceveranno nulla.
Ma allora chi è il venditore? Sui suoi social sembra lo stesso Filippo Delprete ad aver recuperato i cimeli della campagna da club e giocatori. Ma molti di questi prodotti non risultano reperiti dall’influencer.
Per esempio la maglia di Gianluca Zambrotta, ex difensore della Juventus. Sulla piattaforma CharityStars, nella sezione “provenienza del lotto” si legge che quest’ultimo appartiene a “un Collezionista Privato” . Nella pagina principale, questa informazione, ancora una volta, non appare limpidissima. Si fa riferimento semplicemente a un ignoto “seller #55854”. La stessa maglia, tra l'altro, sarebbe già stata riproposta in passato, in un'asta terminata senza aggiudicazione da parte di un soggetto terzo. Eppure, se si clicca al link della vecchia asta, sia l'immagine del prodotto che tutte le informazioni collegate risultano oscurate. Siamo riuscite a recuperare la pagina originaria: la trovate qua sotto assieme alla versione "censurata".


Insomma il venditore non sembra né Telethon, né Onp premium, né l'influencer, ma piuttosto un privato che mette in vendita su CharityStars il proprio oggetto col fine di guadagnarci qualcosa.
L'operazione svuota-magazzino e il nodo delle commissioni
Siamo poi andate a verificare direttamente sulla piattaforma l’elenco dei lotti inseriti nella campagna per capire cosa venisse effettivamente offerto ai potenziali donatori. Se da un lato la quota di oggetti che devolve l'85% a Telethon comprende un mix tra pezzi di prima fascia e stock minori di squadre di Serie B e C (come Südtirol, Carrarese, Cremonese o Virtus Entella), dall'altro lo scenario cambia radicalmente per i lotti legati ai privati. Incrociando i dati e analizzando le tracce lasciate dalle stesse inserzioni, sembra emergere una prassi sistematica: una parte consistente di queste aste al 5% sarebbe infatti composta da oggetti già passati sulla piattaforma nei mesi precedenti, rimasti ripetutamente invenduti e poi “riciclati” all’interno della vetrina dedicata a Telethon.
Un caso emblematico è rappresentato dall'asta per una maglia attribuita a Rivelino (Brasile, FIFA World Cup 1974). Analizzando la struttura tecnica dell'indirizzo web dell'inserzione legata a Telethon, si nota la presenza di un suffisso numerico progressivo nel link (un "-2" finale nel codice della pagina). Da qui siamo riuscite a rintracciare l'inserzione precedente dello stesso identico lotto, conclusasi senza acquirenti lo scorso 22 aprile.
Come visto prima, la piattaforma tenderebbe infatti a oscurare, o rendere non più accessibili direttamente dal sito, le pagine delle vecchie aste chiuse e invendute. Le stringhe di testo restano però indicizzate su Google, permettendo di ricostruire la cronologia del cimelio. Quella che viene oggi presentata come un’opportunità esclusiva all’interno di una catena umanitaria risulterebbe, insomma, in molti casi, la riproposizione di rimanenze commerciali di collezionisti privati che sfruttano la visibilità del brand Telethon per trovare finalmente un compratore.
Il tutto con un preciso ritorno economico per CharityStars, garantito da un sistema di doppia commissione: la percentuale trattenuta sulla base d’asta (nel caso specifico di telethon 15% come parte venditrice) e il buyer premium (un ulteriore 15% circa applicato direttamente sul prezzo finale a carico dell’acquirente).
I certificati fantasma
Un altro elemento emerso dalle nostre verifiche riguarda i sistemi di garanzia offerti ai compratori. Nel collezionismo sportivo, l'autenticità stabilisce il valore economico del pezzo. Per questa ragione, lotti di altissimo rilievo inseriti nella tornata al 5% (come una maglia attribuita a Giampiero Boniperti del 1950 o una di Pedro Manfredini del 1959), vengono presentati con un Certificato di Autenticità (COA) a fare scudo legale e commerciale.
Esaminando la documentazione fotografica allegata a queste inserzioni, i certificati risultano emessi da un presunto ente internazionale dal nome coasportsauthenticmemorabilia.com. Una dicitura che sembrerebbe suggerire l’autorevolezza di una casa di certificazione estera e indipendente. Visitando il portale in questione, però, si riscontrano anomalie macroscopiche: la struttura web appare estremamente spoglia, priva di un footer aziendale, di dati societari, di riferimenti legali o di una qualsiasi reale operatività nel settore, se si escludono alcune immagini di repertorio sfocate di campioni dello sport.
La natura apparentemente posticcia del portale emergerebbe però cliccando sulla voce "Imprint" (cioè la sezione che nei siti internazionali deve contenere i dati legali dell’editore). A dispetto di un sito interamente impostato in lingua inglese, la pagina "Imprint", si presenta interamente in italiano, mostrando ancora i testi preimpostati e i modelli di istruzioni per la compilazione del layout (come le linee guida su dove inserire l’indirizzo o i dati del registro delle imprese), lasciati in bianco e mai tradotti.
Non solo, ad aumentare gli interrogativi si aggiunge poi un altro dettaglio: su alcuni di questi documenti digitalizzati risulterebbe visibile in filigrana (watermark) il logo della stessa piattaforma d’asta, CharityStars.

Ma quindi, cosa c'entrano i Mondiali 2026?
Tutti gli elementi fin qui raccolti ci portano a una domanda: ma quindi, cosa c'entrano i Mondiali e cosa c'entra la ricerca? L'intera operazione viene spinta online con un titolo d'impatto: "Fondazione Telethon-Mondiali 2026". Un tempismo perfetto, un brand commerciale potentissimo (la Coppa del Mondo) accostato al marchio della solidarietà per eccellenza. La campagna beneficia infatti, come anticipato, di una massiccia spinta mediatica, supportata da sponsorizzazioni social e dal coinvolgimento dello stesso Delprete, inviato direttamente sui campi del torneo iridato per promuovere le aste.
Laddove ci si aspetterebbe di trovare cimeli storici della Coppa del Mondo, compaiono invece oggetti decisamente distanti dal contesto internazionale. Veri e propri "invenduti seriali" che la piattaforma avrebbe acquisito a inizio stagione e che parrebbero ora destinati a Telethon per smaltire le giacenze di magazzino, vengono presentati al pubblico all'interno della cornice celebrativa dei Mondiali.
Come questi articoli possano rientrare a pieno titolo in una campagna celebrativa della Coppa del Mondo resta una domanda a cui è difficile dare una risposta collezionistica. La spiegazione parrebbe esclusivamente comunicativa: il nome dei Mondiali servirebbe a fare "traffico" intercettando l'attenzione del momento, mentre il brand Telethon servirebbe a generare "fiducia" nei donatori.
Davvero tutto il ricavato andrà in beneficenza? Lo spot di Cronache di Spogliatoio
La comunicazione pubblicitaria è un altro aspetto opaco vicenda. Nei media i richiami alla solidarietà e alla beneficenza sono costanti. Pensate che in un contenuto sponsorizzato pubblicato dalla nota pagina Cronache di Spogliatoio la raccolta fondi viene descritta come “una delle più grandi aste di memorabilia calcistici di sempre”. Sebbene, come abbiamo visto, di pezzi collegati al campionato internazionale ce ne siano ben pochi (oltre che in alcuni casi, di dubbia autenticità). Non solo, nell'advertising si scrive a chiare lettere che “tutto il ricavato verrà devoluto a Fondazione Telethon per sostenere la ricerca”. Affermazioni difficilmente conciliabili con la realtà degli elementi riportati finora. Dai numerosi lotti che devolvono soltanto il 5% alla presenza di venditori privati che percepirebbero la quasi totalità del ricavato, le zone grigie di questa campagna benefica restano parecchie.
