
Quello che è stato il primo (e, si spera, l’ultimo) show dell’intervallo della finale dei Mondiali di calcio maschili tra Argentina e Spagna ha rivelato tutti i limiti di come il calcio viene concepito da chi lo “governa” nel 2026: l’ansia di compiacere tutti e la mancanza di un’idea di fondo. Cominciamo dal fatto che non tutto può essere spettacolarizzato. Come il gioco della finale stessa ha rivelato, le regole dei giochi, anche quelli più appassionanti come il calcio e la musica, non sempre si adattano alla spettacolarizzazione. E se si vuole creare un intrattenimento degno dello sport che lo giustifica, è bene pensare con attenzione a come questo sport funziona. Non basta mettere nel calderone Madonna, BTS, Justin Bieber, Shakira, Burna Boy e shakerare.
Prendiamo come contro-esempio il modello evidente di questo disastro, scopiazzato in modo indecoroso (e sbagliato): l’halftime show del Super Bowl. Quello spettacolo, che si presenta come incursione di un brand culturale nella serata in cui tutti i brand (commerciali e sportivi) si scontrano dentro un’orgia capitalista di potenza, funziona proprio perché rispetta le regole di quell’appuntamento: è rigorosamente cronometrato e scalettato; rispecchia un dominio commerciale e di immaginario; è attuale e al passo con il momento.
Non tutti gli halftime show del Super Bowl riescono bene, specie quando provano a mischiare cose diverse: non risalirò fino allo psichedelico show del 1995 (Indiana Jones, Patti LaBelle e Tony Bennett? Ma certo!), ma basta ricordare il mescolone latino del 2020, con Shakira, J Balvin, Jennifer Lopez e Bad Bunny. Eppure, anche in quel caso (come poi sei anni dopo nello show solista di Bad Bunny), quell’appuntamento fotografava uno slittamento culturale e identitario profondo negli Stati Uniti, un paese sempre più ispanofono e sempre meno isolato nella sua bolla.
Inoltre, anche nei concerti più disastrosi del Super Bowl le regole del contesto vengono messe al servizio di un intrattenimento efficiente: le canzoni sono accorciate e intrecciate con tanto rigore e ritmo (e per questo spesso, giustamente, in playback) da non farci pensare troppo che avremmo preferito sentire le versioni complete, e i numeri coreografici (visibili con simile soddisfazione dallo stadio e dalla TV, se ben congegnati) aiutano a tenere insieme questa trama fittissima, priva di spazi vuoti e attese.
Ispirata dal gioco che circonda lo spettacolo, la musica dell’halftime show del Super Bowl si adatta alle regole del tempo effettivo, della competenza feroce, delle azioni progettate nel minimo dettaglio: può essere considerata a pieno titolo una celebrazione dell’ingranaggio commerciale che la contiene, un meccanismo impietoso che tutto mastica e tutto digerisce senza sputare scarti. Tutto il contrario di quanto abbiamo visto durante la finale dei Mondiali di calcio maschili, che volendo imitare la muscolare efficienza del Super Bowl è riuscita a non assomigliare né al football americano, né al football vero, quello che si gioca coi piedi.
Per quanto ci si arrovelli a trasformarlo in un intrattenimento americano, il calcio non ha gli stessi ritmi del cosiddetto football: gli spazi vuoti e le pause abbondano, e chiunque abbia visto la finale può confermarlo; non tutte le azioni finiscono in un goal o in un ribaltamento travolgente della direzione del gioco, e il modo in cui mischia e apertura si combinano è tutt’altro che prevedibile; spesso la migliore delle organizzazioni e la progettualità più attenta rischia perfino di annoiare. Il calcio, poi, è un gioco epico, nel senso che si svolge secondo le regole un po’ stralunate del racconto di guerra: infatti, anche chi non ha risorse tecniche può sperare nell’aiuto della sorte e con un po’ di tenacia spuntarla sull’avversario, magari puntando sul singolo campione (parola bellica dei tempi cavallereschi), anziché sull’esercizio tenace di una strategia militaresca. Altro che dominio e potenza, altro che ingranaggi, il calcio si muove come un fiume: lento o rapido, melmoso o limpido, quieto o vigoroso a seconda delle situazioni in campo.

L’unico momento dell’halftime show della finale che ha sembrato rispecchiare l’andamento caotico di questo gioco è stato l’intervento di Justin Bieber. Guardacaso l’unico artista a portare una canzone del suo repertorio attuale, vale a dire "EVERYTHING HALLELUJAH" dal suo ultimo doppio progetto SWAG del 2025 – possiamo immaginare, posta come condicio sine qua non dall’artista canadese per partecipare al pasticcio di ieri sera. Insomma, l’unico artista a presentarsi nel luglio 2026 con qualcosa di attinente al momento e non semplicemente con un pezzo pescato da un greatest hits, ha portato la sola performance in sintonia con l’assurda e un po’ sgangherata dimensione del momento.
Il calcio, infatti, business globale secondo i cinici ma anche gioco di strada per gli esperti imbevuti di retorica, riesce sul serio a vivere su scale completamente incapaci di esistere sullo stesso piano. Perciò, l’immagine di un uomo solo in mezzo al campo con una chitarra, vista dagli spalti o ripresa dal basso dalla regia, ha dato l’impressione giusta a livello geografico. E l’andamento irregolare dell’esibizione, non perfettamente programmato con segmenti pre-registrati, senza coreografie millimetriche, si è ben adattato all’imprevedibile e talvolta macchinoso ritmo del pallone.
Tutto il resto dello show di ieri assomiglia non al calcio, ma alla FIFA: con l’ansia di radunare i più grandi (la più grande popstar donna, la più grande boy band coreana) senza badare al fatto che questi artisti abbiano qualcosa da dirsi tra loro, ma pensando solo ai mercati da andare a colpire; con il bisogno di includere il coro ormai più celebre e imitato (consigliato questo bel documentario sulla sua storia); con la voglia di tirare in mezzo grandi-e-piccini (endiadi d’obbligo); con l’incapacità di tagliare le performance in un medley asciutto richiesto dai tempi sportivi e televisivi; con la confusione della regia, che non ha avuto una linea coerente ma ha inseguito tutto e il suo contrario.
Questo pasticcio insostenibile non è solo un fallimento di Chris Martin, direttore artistico dell’evento, né degli organizzatori Global Citizen e Done+Dusted, già responsabili di alcune pessime imitazioni del Live Aid/Live 8, evento peraltro noiosissimo di suo e che nessuno dovrebbe voler replicare a dispetto dei migliori intenti benefici. No, questo è un fallimento del calcio come fenomeno culturale e commerciale governato da Gianni Infantino. Il timore pavido di compiacere tutti per non farsi piacere da nessuno; l’insana fatica di allargare i confini di uno sport che è già il più amato del pianeta; la pigrizia di pescare dal cestone del greatest hits anziché cercare una storia rilevante per il presente; l’ansia di avere i GOAT (greatest of all time) a ogni costo, sacrificando il bel gioco di chi avrebbe potuto dare qualcosa di presente e vibrante al momento.
Tutto ciò puzza incredibilmente di FIFA, un’associazione talmente affezionata al football da essere ben disposta a cambiare le sue regole e i suoi tempi (l’intervallo è durato mezz’ora) pur di renderlo uno spettacolo a misura di tutti. E tutti i prodotti per tutti, inevitabilmente, finiscono per diventare prodotti per nessuno: non sono stati i rigori da metà campo ad avvicinare gli statunitensi al soccer, tanto per fare un esempio, ma la volontà di assomigliare più fedelmente al calcio europeo o sudamericano, pur con le sue regole astruse e le sue tradizioni secolari. Con la musica vale lo stesso, lo abbiamo anche detto spesso parlando di stagnazione attuale: voler accontentare tutti significa scontentare il pubblico che davvero ti potrebbe apprezzare.

Ovviamente, certi disastri sono specifici della direzione dell’evento: perché il montaggio della prima sezione pre-registrata di Madonna doveva farci venire il mal di testa andando in tutte le direzioni insieme e tenendo un ritmo folle? Perché la popstar è stata accompagnata da due pezzi di legno (Ronaldo e Ronaldinho) che non hanno messo in campo nemmeno un grammo della proverbiale propensione al ballo della loro gente brasiliana? Perché proprio loro due hanno affiancato Madonna nella canzone meno baile di una lunga discografia che ha anche una canzone come Faz Gostoso? Perché si sono scomodati professionisti di un’orchestra e quel prezzemolino di Gustavo Dudamel per mimare po-popopo-po-poo-poo? Perché non farla suonare a Jack White, peraltro americano? Perché i BTS hanno cantato (quasi per intero, in uno show teoricamente da 11 minuti) una canzone del 2020 e non un singolo a tema resilienza e amicizia (temi molto calcistici) dal loro album più recente? Perché i Muppets sono stati confinati a un ruolo così marginale, da farmi tirare fuori lo slogan-meme “my culture is not your costume”? (Va bene, questa potrebbe essere una lamentela solo mia!).
Di fatto, però, nemmeno la sgonfia direzione creativa di Chris Martin è da imputare di tutte le colpe. Si torna sempre alla FIFA, che non è capace di mettere in campo nemmeno le sue bizzarre e sdentate idee di cosmopolitismo: da qualche edizione, infatti, il “governo del calcio mondiale” si sforza di creare intere compilation di canzoni dei campionati del mondo di calcio maschili, tanto da arrivare al paradosso per cui “gli inni” risultano sempre meno memorabili. Forse ricorderemo la pessima "Dai dai" di Shakira e Burna Boy, ma qualcuno che non sia calciofilo saprebbe cantare l’inno dei mondiali in Russia del 2018 senza andare a controllare?
Questa produzione a perdere di musica rispecchia perfettamente non il gioco ma il suo governo e i nostri tempi storti: una produzione irragionevole di intrattenimento pensato non per catturare l’attenzione, ma per sopraffarla e inondarla, una cascata di musica (e di partite) che deve sconvolgere come un’abbuffata piuttosto che stuzzicare come un pasto ben progettato. E nonostante questo chiasso di riferimenti e spunti, questa disperazione di tenere tutti sotto lo stesso ombrello, l’halftime show della finale dei mondiali di calcio maschili non ha provato a portare in campo uno spicchio di quel caos: solo i già citati Shakira e Burna Boy, e tangenzialmente Madonna (che non ha portato però la reinterpretazione di "Read My Lips" donata alla compilation).
E così, con le gambe spezzate da una pausa idratazione e il sonno che avanza in un intervallo lungo il doppio del normale, ci ritroviamo tra le mani uno spettacolo misero, confusionario, ossessionato dalla grandezza e dal marketing, privo di divertimento, completamente sballato sui tempi, e inutile non come un gioco ma come un gingillo. Per qualcuno con responsabilità direttive questa è l’idea definitiva di calcio e di musica. Fortunatamente entrambi questi giochi continueranno a esistere molto a lungo, dopo che tutti questi pasticcioni saranno dimenticati.