Etta: “Il mercato musicale è tossico e usa e getta. Sono scappata dalle logiche di X Factor”

"Queste cose sono io" è il nuovo racconto musicale di Etta, nome d'arte della cantante campana Maria Antonietta Di Marco. Ex concorrente di X Factor 2021 e Area Sanremo, vinto con il brano "Woman", Etta si scaglia contro l'omologazione musicale mainstream: "Secondo me, molta della musica di oggi non lascia niente. Oggi perfino il manager dell'etichetta o lo stesso direttore artistico di Sanremo ti chiedono di portare una hit simile a quella che andava l'anno scorso. Ma dov'è finita la creatività?". Poi l'analisi sui palchi del Concertone del Primo Maggio e del Festival di Sanremo: "Mi dispiace dirlo, ma anche a Sanremo venivano fatti controlli affinché gli artisti non indossassero simboli politici espliciti". Qui l'intervista a Etta.
Qual è il primo passo compiuto per "Queste cose sono io"?
La musica è il mio mezzo di comunicazione con il mondo, specialmente in questo momento sociale e storico. Rispetto agli scorsi progetti in cui c'erano rimandi più ironici, adesso volevo essere un pochino più cruda e più vera, parlando in prima persona. Ho raccontato ciò che effettivamente mi è accaduto, e da lì sono uscite delle cose di cui a volte mi compiaccio, chiedendomi come sia possibile che io sia riuscita a superare momenti così bui.
Com'è stato affrontare anche un lato così intimo della tua salute mentale?
L'ho vissuta più come un percorso di accettazione di questi momenti oscuri, piuttosto che come una vera e propria forma di cura, sebbene tante volte si dica che "la musica è curativa" e ti fa passare il dolore. In realtà io faccio fatica a stare in quei momenti di oscurità, però alla fine ho capito che devo accettare i momenti bui così come accetto quelli felici o di rabbia. Fanno parte della mia indole, della mia identità.
Nell'intro dell'album, ci sono una serie di voci che descrivono Etta anche con termini come "piccolina". Questo disco è anche un modo per rifiutare quel tipo di etichetta che ti è stata cucita addosso fino a questo momento?
In realtà io sono una persona a cui non importa del giudizio altrui. Se mi vedi su un palco e pensi che sia solo una ragazzina, per me è comunque un fatto che resta immortalato, e che descrive implicitamente chi sono per chi mi guarda. Che i commenti siano positivi o negativi, l'importante è che ci siano. In quel caso, l'intro vuole proprio raccogliere una testimonianza della mia esistenza in musica, a prescindere che sia una critica positiva o magari denigratoria.
In "Parapappa" canti: "Sputami anche in faccia finché non è più adatta, finché non trovi un'altra con lo stesso parapappa". Quanto hanno influito, anche nelle tue esperienze televisive precedenti, questo tipo di dinamiche?
In realtà, la cosa che mi ha salvata è che io sono entrata prestissimo in certe dinamiche televisive e di contest, con X Factor e Area Sanremo. Ci sono entrata, le ho viste e sono voluta scappare. Ciò che mi ha aiutato è stato non solo il bagaglio che mi sono sempre portata dietro, ma anche il fatto che fossi già un po' matura e non mi facessi trascinare dalla caciara del momento. Avevo già una mia capacità critica e una mia morale. Quindi è ovvio che se partecipo a un contest, ricevo il massimo dei voti dalla giuria e poi questo giudizio viene confutato improvvisamente da un semplice gioco di carte televisivo, capisco che c'è un problema di fondo.
Che domanda ti sei posta?
Voglio fare musica di qualità o voglio fare musica identica a tutto il resto? Sarò un po' sognatrice, ma ho sempre desiderato lasciare qualcosa. Secondo me, molta della musica di oggi non lascia niente. In quel momento ero molto arrabbiata e ho deciso di ascoltare semplicemente ciò che avevo dentro. Mi sono relazionata al mondo discografico dopo le mie delusioni, con la voglia di cambiare rotta in modo molto più energico e onesto.
Cosa ti ha infastidito di più?
L'essere costantemente messa a paragone con progetti che non c'entravano nulla. Solo per il fatto di essere una donna, vieni accomunata a caso. È una cosa fuori di testa, perché porto avanti progetti completamente diversi. Oggi perfino il manager dell'etichetta o lo stesso direttore artistico di Sanremo ti chiedono di portare una hit simile a quella che andava l'anno scorso. Ma dov'è finita la creatività? Quando ci siamo dimenticati che fare musica significa fare arte e non solo calcoli matematici? Sai quanti ragazzi oggi rimangono schiacciati da questa dinamica completamente tossica? È il fenomeno dell'usa e getta: un artista funziona oggi, lo spremiamo; tra un mese non funziona più, ne prendiamo un altro.
Credi ci sia un mercato musicale alternativo in Italia, secondo la tua esperienza?
All'estero la situazione è diversa, c'è uno spazio vitale per l'underground e per i grandi festival non convenzionali. Lì esistono festival storici importantissimi che non moriranno mai, perché fanno volumi enormi di pubblico. Questo si riflette ovviamente anche negli stream e negli ascolti digitali. L'underground che si sviluppa all'estero, americano, inglese, tedesco per esempio, ha un suo posto solido nel mercato. In Italia, purtroppo, questa cosa non c'è, fondamentalmente perché mancano realtà e etichette indipendenti forti, che abbiano lo stesso livello di potenza promozionale e di distribuzione delle major. Negli anni '90 c'è stato un momento in cui questo accadeva: i ragazzi andavano a scoprire fisicamente le band.
È un fenomeno legato alle nuove generazioni?
Mi dispiace molto che oggi, in un momento storico in cui la gente si è stufata del copia e incolla e di questi stimoli omologanti e dannosi, non ci sia una struttura solida ad accoglierli. C'è una forte voglia di esplorare. Va benissimo la canzone pop, ma c'è bisogno anche di musica tosta, con cui la gente possa urlare e sfogarsi. Invece nelle radio c'è un monopolio: passa magicamente una canzone, poi vai al supermercato e senti la stessa identica canzone. È incredibile.
Dove credi si stia direzionando la nuova generazione di pubblico?
Il pubblico si è scocciato di vedere questa macchina finta che è sempre ovunque, in televisione e sui social. Le persone vogliono verità. C'è un ritorno alle cose semplici, all'artigianato: si preferisce l'abito costumizzato al vestirsi tutti uguali con maglietta bianca e jeans chiaro. Si sta tornando a un sano individualismo, allontanandosi dall'omologazione del fenomeno di massa. Spero non sia solo un abbaglio e che sia un cambiamento reale. Vedo nuove generazioni di ragazzini che cercano di esprimersi suonando uno strumento vero, che si approcciano a generi più forti e cercano di approfondire qualcosa di diverso dai propri compagni. Questo mi dà tanta speranza.
Le tracce "Queste sono io" e "Non sento niente" cosa raccontano?
Entrambe raccontano la mia realtà e, in fondo, sono due facce della stessa medaglia. In "Queste sono io" emerge il mio lato più autoironico, quello che dice: "Chi se ne frega della gente". È un modo per prendermi in giro e riconoscere anche i miei difetti, perché so di essere, a volte, autolesionista e autodistruttiva. In "Non sento niente", invece, c'è la parte di me che prova a chiedere aiuto. Credo che il mio limite più grande sia proprio questo: non riesco a farlo. Tendo ad affrontare tutto da sola, cercando di superare ogni difficoltà con le mie sole forze. Ma a volte le proprie forze non bastano e si finisce per toccare il fondo. Chiedere aiuto, paradossalmente, richiede molta forza e una grande consapevolezza di sé. Significa accettare di non essere invincibili e smettere di fingere di esserlo. Queste due canzoni raccontano proprio questo: due lati diversi della mia personalità, che convivono e fanno parte di me. L'importante è avere il coraggio di guardarli in faccia per quello che sono.
In "Nobel" attualizzi una critica molto ampia rispetto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Ho riflettuto molto prima di scrivere quel pezzo, perché sapevo che poteva essere visto come uno schieramento politico netto. Io mi sono schierata apertamente contro una persona specifica. Per me è inaccettabile che un figura del genere sia al governo di uno dei Paesi più potenti del mondo. Ci sono stati tanti capi di Stato pessimi, certo, ma magari restavano tali senza fare i giullari; lui, invece, finge di essere ciò che non è, ed è la cosa che mi spaventa di più. A prescindere dal fatto che sia un capo di Stato, è una persona che mi suscita ribrezzo. Difficilmente odio qualcuno, ma in questo caso è così. Probabilmente dopo questa canzone non potrò più entrare negli Stati Uniti. Basta, però, con questa paura di esporsi. La gente si espone facilmente per criticare l'aspetto fisico di qualcuno, per commentare negativamente sui social o per lanciare minacce, ma ha il terrore di esporsi politicamente. È una farsa creata per appiattire tutto e renderci tutti uguali e inermi. Il vero problema è che esiste la paura che le persone possano riflettere: meno ci fanno pensare, meglio è.
Cosa ne pensi degli artisti che hanno deciso di non esporsi?
Hanno instillato un terrore folle negli artisti. Guarda Vasco Rossi: dopo anni, di recente si è esposto politicamente. Perché è importante che lo faccia uno come Vasco? Perché Vasco ha un pubblico enorme e trasversale, composto da persone con ideologie diversissime. È fondamentale che un artista prenda posizione per spingere i propri fan a farsi delle domande. Purtroppo oggi chi è al potere spesso non sa nemmeno reggere un confronto o un botta e risposta, proprio perché vuole evitare il dialogo.
Quale pensi possa essere una soluzione?
Il problema è che noi, scena underground, apparteniamo a una fascia che viene lasciata nell'oscurità mediaticamente parlando. Ci sarebbe bisogno che questi concetti arrivassero in prima serata, in televisione, su grandi palchi. Il problema di fondo è sempre la paura. Mi dispiace dirlo, ma anche a Sanremo venivano fatti controlli affinché gli artisti non indossassero simboli politici espliciti. Ma un artista ha il dovere di esprimersi. C'è il terrore di parlare, anche quando non stiamo affrontando temi abominevoli, ma stiamo semplicemente commentando la società e la vita. Bisognerebbe cambiare questo approccio alla radice. Auspico veramente che gli artisti da milioni di stream inizino a usare i loro megafoni per questo, o che le porte si aprano sempre di più per la scena alternativa. Sarebbe bellissimo tornare allo spirito storico del Concertone del Primo Maggio.
Quali sono i fattori per cui credi che Sanremo, come il Concertone del Primo Maggio, abbiano perso questa valenza sociale?
È un problema di gestione organizzativa. Conosco bene quegli ambienti e ti assicuro che c'è gente che si impegna tantissimo e lavora con dedizione. Il problema è che la direzione generale è diventata la ricerca ossessiva di ciò che funziona in termini di numeri digitali, numeri che spesso non sono reali. C'è chi fa un milione di stream e poi non vende i biglietti per i concerti. Questa rincorsa ha portato superficialità e ha standardizzato tutto su un'unica formula pop, facendoci credere che esista solo quel tipo di finestra musicale.
Cosa ne pensi di ciò che è accaduto negli ultimi anni a Ghali e Dargen D'Amico al Festival di Sanremo?
Penso a quando un critico musicale in sala stampa si mette ad aggredire ferocemente un artista che si espone. Lì c'è un cortocircuito. Il pubblico è libero di parlare e dire ciò che vuole, ma se un critico musicale, che dovrebbe avere un ruolo super partes di analisi, perde la lucidità in quel modo, si svaluta tutto l'ambiente.
Cosa significa fare musica autentica?
Significa fare musica vera. Non sto dicendo che tutti debbano necessariamente parlare di politica o di tematiche sociali pesanti. Ma mi sembra altrettanto assurdo che ci siano artisti che scrivono interi dischi solo per dire quanto è troia la ragazza del loro amico, o di quanto amano fare serata in discoteca. Invece prendi Angelina Mango: ha tirato fuori un tormentone con Marco Mengoni, una cosa vera, sincera e si percepisce l'autenticità. Mi dispiace solo che tanti altri artisti, pur avendo capacità enormi, si accontentino di fare prodotti plastificati.
L'autenticità ci porta inevitabilmente a parlare di intelligenza artificiale, che è l'argomento centrale sul tema della creatività.
Basta guardare le locandine o le grafiche sui social: sono ormai tutte uguali, un copia e incolla generato dall'IA. Per me l'intelligenza artificiale è solo uno strumento e, in quanto tale, va utilizzato con criterio. Se produco musica, posso usarla per facilitarmi alcuni processi tecnici. Ma se la uso per generare brani interi cambiando solo due parole in croce, allora è una mossa disonesta. In questo modo stiamo accelerando la fine della creatività. L'industria è diventata asettica. È come andare in un ristorante dove, al posto dello chef che ti prepara un piatto unico e magari strano, trovi piatti tutti identici, stampati in serie dal produttore e dai manager con lo stesso identico sapore. L'arte, per definizione, dovrebbe essere innovazione e particolarità. Tuttavia, credo che nel momento di massima omologazione artificiale, la vera umanità spiccherà ancora di più. Forse avremo più paura, sarà più difficile trovare progetti puramente umani, ma proprio per questo diventeranno uno spiraglio di luce e di valore inestimabile.
Come hai conosciuto Pierpaolo Capovilla?
L'ho conosciuto online. Non ci siamo ancora mai visti fisicamente, ma è nata una connessione idilliaca. Abbiamo uno scambio continuo di messaggi, è un grandissimo pensatore e sono veramente felice e onorata di potermi confrontare con lui.
E invece un commento su Amadeus dopo l'addio al Nove? Nel 2024 gli avevi dedicato un brano.
È una persona molto intelligente, forse anche molto furba, ma merita assolutamente tutta la mia stima.