
Già nel 2011 Simon Reynolds, in un libro probabilmente più citato che letto, raccontava l'impatto che la retromania aveva sulla nostra vita e sulla musica. Quel momento in cui l'era pop in cui vivevamo era "impazzita per tutto ciò che è rétro e commemorativo" come diceva all'inizio di questo saggio che siamo certi Max Pezzali abbia letto. La critica del giornalista britannico è di qualche anno fa, ma la retromania ha semanticamente ampliato il proprio campo d'azione e la parola è stata presa in prestito per descrivere i fenomeni più vari. L'effetto nostalgia è ormai un dato di fatto: reunion, repack, celebrazione di album e sentimenti di anni fa. Non è una cosa sempre negativa, però, anzi. A volte questa nostalgia fa da collante in un momento in cui si polarizzano sempre più le posizioni, dalla politica alla musica.
E in effetti quello che fa Max Pezzali con il suo ultimo tour, FestivalMax – arrivato il 19 giugno anche al Maradona di Napoli -, è proprio questo, unire migliaia di persone dietro l'egida della nostalgia e della musica, ça va sans dire. Non lo fa di nascosto, ma è tutto esplicito, il format è proprio trasformare quella nostalgia in uno strumento di comunità. E che Pezzali e gli 883 ci piacciano o meno importa fino a un certo punto. Non siamo più al punto di discussione sull'influenza di quelle canzoni sulla nostra cultura, questo discorso lo abbiamo sdoganato quando Rockit pubblicò una compilation di cover fatte da artisti di un mondo che una volta definivamo indie. In quel momento, dopo polemiche enormi, abbiamo fatto pace con una cosa che era chiara: gli 883 hanno raccontato una generazione.
Generazionali, appunto. Sono parte – come Vasco, Ligabue, Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Tiziano Ferro – di un immaginario comune. E intorno a quell'immaginario condiviso, fatto di provincia – con conseguente fuga dalla routine – e amori anche un po' sfigati, si è creata una comunità che dopo 30 anni è ancora lì, talvolta fugge e critica la musica contemporanea, perché "quando ero giovane io…", e su quella malinconia – e a volte sulla pigrizia di immaginarsi un mondo musicale nuovo – ha costruito un rito collettivo. E Pezzali è un maestro nel riuscire a convogliare questa felicità malinconica in uno spettacolo di oltre due ore.

C'è da dire una cosa: quanti sono gli artisti che hanno in canna 30 hit come le sue? Sono pochi, alcuni li abbiamo citati prima. Pezzali, quindi, ha deciso di calare tutto negli anni 90, con il denim, il walkman, il Festivalbar, appunto, e MTV che diventa, sul palco, Max, con la canonica M della tv che ha lanciato i video musicali. Anche lo stadio Maradona è pienissimo, il prato è colmo all'inverosimile: Pezzali sul palco si muove sornione, si gode questo lungo karaoke, nessun effetto speciale (a parte un po' di AI per farlo parlare con il sé giovane) perché – perdonateci un po' di retorica – l'effetto speciale è vedere il Gold impazzire sotto di lui.
Da "Tieni il tempo" a "Sei un mito", passando per "La regola dell'amico", "Hanno ucciso l'uomo ragno", "Non me la menare", "Rotta per casa di Dio", "Una canzone d'amore", "La regina del Celebrità", "Nella notte", "Come mai", "Nessun rimpianto" fino a "Gli anni", "Nord Sud Ovest Est" e il finale con "Con un deca". Un lunghissimo singalong del pubblico napoletano, con un po' di belle parole calcistiche, un ormai immancabile "Diego Diego", e questa nostalgia che è anche nelle interpolazioni che Pezzali inserisce in maniera più esplicita o come easter egg, all’interno delle canzoni: "Disco inferno" dei The Trammps ne "La regola dell’amico", "Bitter Sweet Symphony" dei Verve in "Io ci sarò" e "Children" di Robert Miles in "Nella notte".
Ed è questo che probabilmente rende Pezzali un caso unico, perché questa retromania, questa nostalgia, questo rito collettivo, riesce a vivere ancora e funzionare nel presente. Migliaia di persone che continuano a cantare le stesse canzoni, rivivere la propria giovinezza, per una volta abbandonano le polarizzazioni dei social, condividono gli stessi ricordi e parlano una lingua comune. FestivalMax riesce a far sentire queste persone parte di qualcosa. Che in fondo è uno dei ruoli che i concerti dovrebbero avere: far stare bene degli sconosciuti uniti da una passione.