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Se Vasco, Ferro e Cremonini riempiono ancora gli stadi è perché le loro canzoni hanno creato il nostro immaginario

Vasco, Cremonini, Ferro e gli altri continuano a riempire gli stadi perché le loro canzoni sono diventate un immaginario condiviso. E poco importa che i numeri siano cambiati nell’era dello streaming.
Vasco Rossi, Cesare Cremonini e Tiziano Ferro
Vasco Rossi, Cesare Cremonini e Tiziano Ferro

La stagione dei grandi concerti italiani è cominciata con le grandi venue occupate da artisti come Vasco Rossi, Tiziano Ferro e Cesare Cremonini. Ci aspettano quelli di Eros Ramazzotti e Max Pezzali, tra gli altri. Generazioni che nonostante abbiano difficoltà nel nuovo mondo degli streaming (Cremonini a parte) riescono costantemente a portare centinaia di migliaia di persone ai propri concerti. Sono loro ad aver fatto i cosiddetti "numeri veri", ovvero gli album venduti, quelli fisici, i cd e le cassette soprattutto, oltre ai vinili. Sono coloro che più hanno visto cambiare l'industria, ma sono stati in grado di mantenere attorno a sé comunità importanti di fan, pronti a tutto per vederli live. Artisti intergenerazionali, diversi a modo loro, anche per questioni anagrafiche, ma portatori di un tempo in cui la musica aveva un peso specifico diverso da quello liquido di oggi. Il mondo culturale digitale ha cambiato i meccanismi che costruiscono l'immaginario delle nuove generazioni a causa, soprattutto, di una maggiore frammentazione, rendendo difficile unire tante persone attorno a poche cose che costruivano un sostrato culturale.

Sono artisti che hanno costruito un immaginario comune importante, quando tutto era un po' più lento, la musica non era liquida come oggi e le canzoni avevano una vita media maggiore, così come gli album. C'era il tempo di abituarsi, di affezionarsi, esisteva un solo Festivalbar e il cancello di ingresso della musica nell'immaginario collettivo era meno aperto di oggi: gli intermediari (dai giornalisti ai critici, passando per le radio e le tv) erano di meno, mentre oggi c'è un accesso più facilitato ai consumi culturali. Capiamoci, non è un articolo che rimpiange i vecchi tempi, anzi la democratizzazione dell'accesso alla musica è stata un bene, ci ha arricchiti apportando un certo tipo di valore e sicuramente ne ha perso per strada altro, come è giusto che sia. Oggi la quantità di informazioni, musica, canzoni, album e di mezzi per diffonderla, dai social ai cellulari, semplicemente ha reso diversa la sedimentazione dei prodotti culturali.

L'ingresso di certe canzoni nell'immaginario collettivo è più lento, abbiamo bisogno di più tempo per capire cosa rimarrà. Non è una questione di qualità, non solo, insomma, non è sempre vero che "ai tempi nostri la musica era migliore", anche perché a seconda della generazione che parla quei tempi cambiano. C'entra più la difficoltà di raccapezzarsi in un mondo che ha attuato un cambiamento velocissimo. Oggi, per esempio, la canzone subisce un effetto di viralità (con TikTok, per esempio) che lo sedimenta ma per un tempo minore, regalandogli una popolarità talvolta momentanea. Ed è anche il motivo per cui nell'immaginario comune dei giovani di oggi restano molte canzoni di artisti appartenenti alla generazione dei propri genitori. Non significa che siano quelli che ascoltano, sia chiaro, ma alcune canzoni rimangono intergenerazionali. Non sappiamo se "Ricchi x sempre" di Sfera Ebbasta, canzone simbolo di un certo mondo, resterà, ma sappiamo che alcune canzoni di Vasco Rossi, Tiziano Ferro, Max Pezzali e Cesare Cremonini sono classici ancora oggi. O, per restare al giugno scolastico, tra qualche giorno saremo invasi da "Notte prima degli esami" di Antonello Venditti.

È anche questo che oggi permette agli artisti citati di poter continuare a riempire stadi, palazzetti e venue come il Circo Massimo. E alcuni di loro, Cremonini su tutti, riescono a giocarsela anche in streaming. Il loro catalogo è una sequenza di hit, canzoni che sono state tramandate da genitori a figli. Vasco Rossi forse è l'esempio massimo di chi ha creato un immaginario musicale solido, una narrazione che forgia l'identità di gruppi importanti (per numero) di persone: i fan di Vasco sono ciò che sono anche grazie alle sue canzoni. Quelle canzoni hanno accompagnato ciascuno di loro, così come lo hanno fatto per le generazioni precedenti. Hanno avuto il tempo di essere digerite, e si sono universalizzate.

Per questo motivo è più semplice per alcuni di loro riempire grandi venue ogni anno, innanzitutto perché hanno cataloghi enormi, quindi la possibilità di proporre scalette diverse a seconda degli anni. E poi perché hanno canzoni che ancora oggi sono parte di un immaginario comune. Possono piacerci o meno, ma quelle canzoni le conosciamo e le canticchiamo a 20, 40 o 60 anni. Il che non significa che le nuove generazioni non abbiano numeri, basta guardare a quello che ha costruito Geolier o, soprattutto, in pochissimi anni Ultimo, il quale, però, pesca a piene mani proprio da quell'immaginario, sia sonoro che tematico. È il giovane artista più vicino a quella generazione di cui stiamo parlando. E infatti fa quei numeri: uno dei pochi che può annunciare ogni anno tour negli stadi con la certezza di riempirli. Sempre.

Forse è semplicemente questo che stiamo osservando: non la fine dei grandi fenomeni popolari, ma il loro cambiamento. Gli artisti che oggi riempiono gli stadi sono il prodotto di un'epoca che aveva tempi più lunghi per costruire miti e appartenenze. Quelli di domani dovranno riuscirci in un mondo che corre molto più veloce. Solo il tempo dirà quali canzoni avranno abbastanza forza da attraversare le generazioni. E soprattutto se questo ecosistema culturale frammentato consentirà ancora a qualcuno – e in quali modalità, se le nostre o altre – di diventare un patrimonio condiviso da generazioni diverse.

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