Le ondate di caldo fanno salire anche il prezzo della spesa: l’economista Becchetti spiega perché

La Banca centrale europea, nel suo ultimo bollettino economico, ha messo nero su bianco alcuni degli effetti che la crisi climatica sta già avendo, e rischia di avere in futuro, sull'economia. Innanzitutto, gli "eventi meteorologici estremi" come l'attuale ondata di caldo, ad esempio, "potrebbero determinare aumenti dei prezzi dei beni alimentari superiori alle attese". Ovvero, il carrello della spesa costerà di più. Inoltre, ci sono effetti più indiretti anche nel lungo periodo. Ad esempio, le banche tendono a offrire prestiti più vantaggiosi alle aziende green o che si stanno adattando alle energie rinnovabili, e ci sono più richieste di mutui per case che hanno buone prestazioni energetiche.
Fanpage.it ha intervistato Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia politica all'Università di Roma Tor Vergata, per chiarire meglio la situazione. Da una parte, perché il clima ha a che fare con il prezzo della spesa. Dall'altra, gli effetti più ampi del surriscaldamento globale a cui stiamo andando incontro, e quali sarebbero le mosse giuste per affrontarli.
Professore, perché le ondate di calore o altri eventi meteo estremi – che vedremo sempre più spesso – possono avere un effetto sul carrello della spesa?
Il meccanismo di base è semplice. Un’ondata di calore prolungata, una siccità o un’alluvione possono ridurre i raccolti, danneggiare gli allevamenti, aumentare il consumo di acqua ed energia e interrompere trasporti e catene di approvvigionamento. L’offerta di prodotti agricoli diminuisce mentre la domanda alimentare resta sostanzialmente stabile: quando un bene diventa più scarso, il suo prezzo aumenta.
Quindi si parla soprattutto di frutta, verdura, cereali, insomma quegli alimenti i cui raccolti possono essere più condizionati dal clima?
No, l’effetto non riguarda soltanto il prodotto direttamente colpito. Se diminuisce il raccolto di mais, per esempio, aumentano anche i costi dei mangimi e quindi quelli di latte, carne e uova. A questi si aggiungono i maggiori costi di irrigazione, refrigerazione, assicurazione e trasporto. Lo shock iniziale si propaga così lungo tutta la filiera fino al carrello della spesa. Poiché gli alimentari hanno un peso rilevante nell’indice dei prezzi al consumo, il loro rincaro contribuisce direttamente all’inflazione complessiva. Può poi estendersi indirettamente alla ristorazione, ai servizi e alle richieste salariali.
È il fenomeno che avevo definito “heatflation” in un articolo pubblicato su Avvenire il 16 giugno 2023, intitolato Un effetto clima sull’inflazione e la nuova medicina da trovare. Già allora osservavo che stavamo entrando in una fase nella quale l’inflazione sarebbe stata alimentata non solo dall’eccesso di domanda, ma da shock ripetuti sull’offerta di energia e alimenti.
Quanto potrebbe essere forte l'effetto del clima sull'aumento del prezzi?
Richiamo il Working Paper BCE n. 2821 di Kotz, Kuik, Lis e Nickel, pubblicato nel maggio 2023. Analizzando dati mensili relativi a 121 paesi, lo studio stimava che il caldo estremo dell’estate europea del 2022 avesse aggiunto circa 0,67 punti percentuali all’inflazione alimentare. In assenza di adattamenti straordinari, il riscaldamento previsto entro il 2035 potrebbe aggiungere ogni anno tra 0,92 e 3,23 punti all’inflazione alimentare mondiale e tra 0,32 e 1,18 punti all’inflazione complessiva.
Il nuovo Bollettino BCE conferma dunque che quella che nel 2023 appariva una frontiera della ricerca economica è ormai entrata nella valutazione ordinaria dei rischi per la stabilità dei prezzi.
La BCE ha fatto anche delle osservazioni più specifiche, legate al clima. Ad esempio, nell'ultimo hanno le banche hanno concesso più prestiti alle aziende green, mentre le condizioni sono state più svantaggiose per quelle che non hanno "piani di transizione climatica credibili". Anche per quanto riguarda le famiglie, ci sono state più richieste di mutui per case con buone prestazioni energetiche. La crisi del clima sta già segnando la nostra economia in modo profondo?
Sì, anche se bisogna interpretare correttamente i dati. Il Bollettino non dice semplicemente che tutte le imprese verdi chiedono più denaro. Riferisce che, secondo le banche intervistate, le considerazioni climatiche stanno già influenzando sia le condizioni alle quali il credito viene offerto sia la domanda di finanziamenti.
Per le imprese verdi e per quelle che stanno realizzando una transizione credibile, i fattori climatici hanno contribuito ad allentare i criteri di concessione e a sostenere la domanda di prestiti. Per le imprese ad alte emissioni prive di un piano di transizione credibile, invece, le banche segnalano criteri più restrittivi e una minore domanda. Non per giudizi morali del sistema bancario ma perché le prime (quelle green) sono considerate meno esposte al rischio climatico che poi incide su utili e profitti.
Un andamento analogo emerge nel mercato immobiliare: condizioni relativamente migliori per gli edifici efficienti o destinati alla riqualificazione e peggiori per quelli con prestazioni energetiche persistentemente basse. È evidente che regolamentazione e mercato preferiranno i primi ai secondi.
Cosa ci dice questa indicazione della Banca centrale europea?
È un segnale significativo perché il sistema finanziario vive di valutazioni sul futuro. Una banca concede un prestito chiedendosi quale sarà fra dieci o vent’anni la capacità dell’impresa di restituirlo e quale sarà il valore dell’immobile dato in garanzia. Un’impresa molto dipendente dalle fonti fossili può essere esposta all’aumento dei costi energetici, alla regolamentazione, alla perdita di competitività e al rischio che i suoi impianti diventino prematuramente obsoleti. Una casa inefficiente può comportare bollette più alte, richiedere costose ristrutturazioni e perdere valore rispetto a un edificio energeticamente efficiente.
La crisi climatica entra quindi nell’economia attraverso almeno quattro canali: i danni materiali degli eventi estremi, i costi dell’energia e delle materie prime, il valore delle attività e le condizioni di finanziamento. Non è più soltanto una questione ambientale. Sta modificando la valutazione del rischio, l’allocazione del credito e le decisioni d’investimento. Il dato del Bollettino è però una rilevazione delle percezioni e dei comportamenti delle banche, non una misura esaustiva dell’intero impatto macroeconomico.
L'emergenza climatica è in atto da anni, anche se se ne parla quasi solo durante o dopo eventi meteo estremi. Sul piano politico, però, c'è chi sostiene che non si debba esagerare con l'"ideologia" negli interventi per il clima, e che gli interventi "green" debbano essere moderati tenendo conto delle esigenze dell'economia. Da economista, cosa ne pensa?
È una contrapposizione mal posta. Naturalmente non tutte le politiche che si presentano come verdi sono automaticamente efficienti: vanno valutate nei costi, nei benefici, negli effetti distributivi e nella capacità di ridurre effettivamente le emissioni. Una politica ambientale mal costruita può produrre burocrazia, sprechi o costi regressivi. Questo, però, non autorizza a ignorare il problema o a descrivere l’intervento climatico come un lusso ideologico.
L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente, a un ritmo superiore al doppio della media globale, e le conseguenze economiche sono già visibili. La questione reale non è quindi scegliere tra transizione ed economia, ma scegliere tra una transizione governata e il costo crescente della transizione rinviata.
Cosa intende?
Lo vediamo sul fronte energetico. La dipendenza da petrolio e gas espone l’Europa alle guerre, alle decisioni dei produttori e ai colli di bottiglia come lo Stretto di Hormuz. Quando aumentano petrolio e gas, salgono i costi di energia, trasporti, fertilizzanti e produzione, con effetti che si propagano ai prezzi di beni e servizi. Rinnovabili, reti, sistemi di accumulo, efficienza ed elettrificazione non servono dunque soltanto a ridurre le emissioni: sono anche un’assicurazione contro l’inflazione fossile e contro l’instabilità geopolitica.
Lo stesso vale per l’adattamento climatico. Investire oggi nella gestione dell’acqua, nella protezione del territorio e nella resilienza agricola costa. Ma non investire significa accettare raccolti più instabili, maggiori danni, premi assicurativi crescenti e prezzi alimentari più elevati.
Parlerei quindi non tanto di costo della transizione, quanto di costo della transizione incompiuta. Il primo è visibile nei bilanci pubblici e negli investimenti; il secondo riappare meno ordinatamente nelle bollette, nel carrello della spesa, nella perdita di competitività e nei tassi d’interesse.
Quali sarebbero delle politiche economiche utili per contrastare la crisi climatica?
Occorre agire contemporaneamente sulla mitigazione, che riduce le cause del riscaldamento, e sull’adattamento, che limita i danni ormai inevitabili.
Ci può fare degli esempi?
Sul fronte energetico servono procedure autorizzative più rapide per le rinnovabili per liberare le energie del paese (sono uno scandalo le migliaia di progetti in attesa di autorizzazione alla commissione VIA e le decina di migliaia di comunità energetiche in attesa di valutazione presso il GSE), investimenti nelle reti e nei sistemi di accumulo, elettrificazione dei consumi e maggiore efficienza di edifici e processi produttivi. L’obiettivo non è soltanto ambientale: aumentare la quota di energia prodotta a costi marginali molto bassi riduce la dipendenza dal gas e la vulnerabilità agli shock geopolitici. Quando tutta la domanda di energia è soddisfatta dalle rinnovabili il gas non entra nel prezzo all’ingrosso che precipita quasi a zero. Questo accade più frequentemente quanto più alta è la quota di energia elettrica prodotta da rinnovabili.
Sul fronte agricolo occorrono infrastrutture idriche, riduzione delle perdite delle reti, irrigazione di precisione, ricerca su colture più resistenti, diversificazione delle produzioni e strumenti assicurativi contro siccità, alluvioni e caldo estremo. Le misure pubbliche dovrebbero premiare la prevenzione e l’adattamento, non limitarsi a risarcire i danni dopo ogni emergenza.
La politica finanziaria deve favorire investimenti con effetti climatici misurabili e piani di transizione credibili, evitando tanto il greenwashing quanto una penalizzazione indiscriminata delle imprese dei settori difficili da decarbonizzare. A queste imprese non va semplicemente chiuso il credito: va chiesto un percorso verificabile di innovazione e riduzione delle emissioni.
Insomma, se l'inflazione sale a causa del clima non basterà un intervento della BCE sui tassi di interesse per sistemare la situazione.
L’aumento dei tassi può impedire che uno shock iniziale si trasformi in una spirale generalizzata tra prezzi, salari e aspettative. Non può però produrre energia, far piovere sui campi o ricostituire un raccolto distrutto. La politica monetaria resta necessaria, ma non può sostituire le politiche energetiche, industriali, agricole e climatiche. Era il problema che ponevo già nell’articolo del 2023: una nuova inflazione, originata sempre più spesso da shock di offerta, richiede strumenti più articolati della sola “medicina tradizionale” dei tassi.