Ora il debito pubblico americano fa paura: l’economista spiega cosa rischiano Usa, Europa e Italia

A cura di Giulia Renda
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Il debito americano ha superato i 40 trilioni di dollari e continua a crescere. Ma il vero rischio, spiega l’economista Dario Guarascio a Fanpage.it, non è che gli Stati Uniti falliscano, quanto la crescente difficoltà nel gestire l’equilibrio che per decenni ha permesso di finanziare il debito americano, con possibili conseguenze anche per l’Europa.
Intervista a Prof. Dario Guarascio
Professore di Politica economica alla Sapienza di Roma

Quaranta trilioni di dollari. È una cifra talmente grande da essere quasi impossibile da immaginare. Eppure è il numero attorno al quale si sta concentrando una parte crescente delle preoccupazioni sull'economia americana. Ma perché dovrebbe interessarci? Gli Stati Uniti sono dall'altra parte dell'Atlantico, il loro debito è in dollari e noi viviamo in Europa. Ma poi, cosa significa davvero che Washington è indebitata?

La questione, in realtà, ci riguarda molto più da vicino di quanto sembri. Il debito americano non è soltanto un problema degli Stati Uniti, attorno ai titoli di Stato americani ruota una parte enorme del sistema finanziario mondiale, e se quel meccanismo comincia a incepparsi, le conseguenze possono arrivare fino alle nostre tasche.

Fanpage.it ha parlato con Dario Guarascio, economista e professore di Politica economica alla Sapienza di Roma, che da anni studia il rapporto tra economia, tecnologia e potere. Nel suo ultimo libro, "Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA", Guarascio analizza proprio il legame tra Stati Uniti, finanza, Big Tech e competizione per l’egemonia globale. Con lui abbiamo cercato di capire perché il debito americano sia diventato una questione così delicata e perché le difficoltà degli Stati Uniti possano avere conseguenze anche molto lontane da Washington.

Partiamo dalle basi: cos'è il debito pubblico americano e chi presta i soldi agli Stati Uniti?

Quando uno Stato spende più di quanto incassa deve prendere denaro in prestito. Gli Stati Uniti lo fanno soprattutto emettendo titoli del debito pubblico, i cosiddetti Treasury, che vengono acquistati da banche, fondi, investitori, ma anche da governi e banche centrali straniere.

Per decenni il debito americano è stato considerato uno degli investimenti più sicuri al mondo. Questo ha permesso agli Stati Uniti di finanziarsi anche grazie ai capitali che arrivavano dall'estero. Pensiamo alla Cina: per anni ha venduto enormi quantità di beni agli Stati Uniti; poi, una parte di quei capitali è tornata negli Usa attraverso l'acquisto di titoli del Tesoro da parte di Pechino.

Il problema nasce se gli investitori cominciano a comprarne meno. A quel punto gli Stati Uniti devono offrire interessi più alti per trovare chi è disposto a prestargli denaro. E, con un debito così grande, anche un aumento dei tassi significa una crescita enorme della spesa per pagare gli interessi.

Perché questo dovrebbe preoccuparci anche in Europa, nella nostra vita quotidiana?

Perché il debito americano non è una questione che riguarda soltanto Washington. Il mercato dei Treasury è uno dei pilastri del sistema finanziario internazionale e quei titoli sono presenti nei portafogli di banche, fondi, imprese e investitori di tutto il mondo. Una forte caduta del loro valore avrebbe quindi conseguenze anche fuori dagli Stati Uniti.

L'Europa, poi, è particolarmente esposta perché dipende dagli Stati Uniti sul piano finanziario, tecnologico e militare. Se il sistema finanziario americano entra in una fase di maggiore instabilità, le economie più legate agli Stati Uniti vengono coinvolte. E questo può arrivare anche alla vita quotidiana. Se aumenta il costo con cui gli Stati Uniti devono finanziarsi, aumentano i tassi di interesse e il denaro diventa più caro. Questo significa credito più costoso, maggiori difficoltà per le imprese a investire e, più in generale, meno risorse disponibili per consumi e investimenti.

E poi c'è il problema dell'inflazione. Se a una situazione di questo tipo si aggiunge un aumento dei prezzi dell'energia, il meccanismo può diventare ancora più problematico.

Che cosa c'entra la guerra in Medio Oriente con il problema del debito americano?

La guerra, soprattutto quando coinvolge una regione centrale per il mercato dell'energia come il Medio Oriente, può far aumentare il prezzo del petrolio e dell'energia. Se aumenta il prezzo dell'energia, aumentano i costi di trasporto e di produzione e quindi possono aumentare i prezzi di moltissimi beni. Questo significa inflazione, che incide direttamente sulla capacità di acquisto delle famiglie.

A quel punto intervengono le banche centrali, che per cercare di contenere l'inflazione aumentando i tassi di interesse, rendendo il denaro più costoso e cercando di raffreddare l'economia. Ma per gli Stati Uniti questo produce un problema ulteriore, perché tassi più alti significano anche pagare più interessi su un debito già enorme.

Si crea quindi una sorta di avvitamento: la guerra può generare inflazione, l'inflazione porta a tassi più alti, i tassi più alti rendono più costoso il debito e un debito più costoso significa meno risorse disponibili per altre politiche pubbliche. Contemporaneamente, gli Stati Uniti devono continuare a finanziare la propria spesa pubblica, comprese le spese militari.

Il punto è che le azioni coercitive, le minacce e la guerra non risolvono il problema alla radice, cioè la crescente difficoltà degli Stati Uniti nel mantenere quell'equilibrio economico, finanziario e geopolitico che per decenni ha sostenuto la loro egemonia. Possono invece produrre ulteriore instabilità e accelerare quelle stesse dinamiche di indebolimento che gli Stati Uniti stanno cercando di contrastare.

Quanto può costare tutto questo a Trump, anche sul piano elettorale, e quanto è davvero responsabile di questa situazione?

È possibile che gli si ritorca contro, ma bisogna fare attenzione a non pensare che tutto dipenda da Trump. Molti dei processi che hanno portato ai dazi e alle avventure militari degli Stati Uniti sono processi strutturali di lungo periodo. Un'altra amministrazione avrebbe probabilmente agito in modo diverso, ma avrebbe comunque dovuto affrontare gli stessi vincoli e gli stessi problemi.

Trump è, in qualche misura, l'espressione più evidente di una crisi che viene da lontano. Questo non significa giustificare le sue politiche. Significa capire che il problema è più profondo della singola amministrazione: gli Stati Uniti stanno cercando di gestire un modello economico, finanziario e geopolitico che mostra contraddizioni sempre più difficili da tenere insieme.

E qui c'è una delle contraddizioni più evidenti. Da un lato l'amministrazione Trump vuole ridurre le tasse, soprattutto per alcune fasce più ricche, dall'altro deve sostenere una spesa pubblica molto elevata e una spesa militare enorme. Nel frattempo gli interessi sul debito assorbono una quantità crescente di risorse. E poi c'è la guerra, che naturalmente ha un costo.

La domanda, quindi, è quanto a lungo sia possibile continuare a finanziare contemporaneamente queste politiche senza aumentare ulteriormente il debito. La risposta dipenderà anche dalla capacità degli Stati Uniti di continuare ad attirare capitali dall'estero e dalla disponibilità degli investitori a considerare il debito americano come un investimento sicuro.

Quindi il vero rischio non è che gli Stati Uniti "falliscano"?

No. Parlare del rischio che gli Stati Uniti semplicemente non paghino il proprio debito è fuorviante. Il problema vero è la capacità di gestire l'equilibrio che ha permesso agli Stati Uniti di finanziare per decenni il proprio modello economico. Se questo equilibrio diventa sempre più instabile, le conseguenze possono essere finanziarie, economiche e politiche. E, considerata la centralità degli Stati Uniti nel sistema globale, possono propagarsi rapidamente anche nel resto del mondo.

È per questo che il debito americano ci fa paura. Non perché domani mattina gli Stati Uniti dichiareranno bancarotta, ma perché, se la macchina che per decenni ha sostenuto il sistema finanziario americano comincia a incepparsi, siamo tutti abbastanza vicini a quella macchina da sentirne gli effetti.

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