“Al ministro della Salute”, “Alle Maserati”: abbiamo letto i pizzini del boss Leoluca Bagarella usciti dal 41bis
Di Giulia Ghirardi e Giorgia Venturini
È uscito del materiale dal 41bis del carcere di Sassari, il regime detentivo pensato per impedire qualsiasi comunicazione tra i boss mafiosi e l'esterno. Sono alcuni pizzini attribuiti a Leoluca Bagarella, storico boss di cosa nostra, detenuto dal 1995 e condannato a tredici ergastoli. A consegnarli a Fanpage.it è stato un ex detenuto dello stesso istituto penitenziario che ha raccontato di averli ricevuti dal compagno di cella incaricato di portare ogni giorno il vitto al boss, cognato ed erede di Totò Riina. Abbiamo letto quei fogli, li abbiamo analizzati e, soprattutto, abbiamo cercato di rispondere a una domanda fondamentale: com'è possibile che ancora nel 2026 esca materiale dal 41bis?
"Vi ho portato dei pizzini di Luca Bagarella, che è al 41bis all'interno del carcere di Bancali, che sicuramente possono uscire e possono essere consegnati", ha esordito la nostra fonte. "È la cosa più eclatante per far vedere che là non va niente". E ancora: "È allucinante. Dentro al carcere ti umiliano, c'è una completa mancanza di rispetto continua. Dove nessuno vede, comincia l'inferno". È da lì che arrivano i pizzini.
Fanpage.it ha provato più volte a contattare la direzione del carcere di Sassari per raccogliere una replica e la loro versione dei fatti, ma non ha mai ricevuto risposta.
I pizzini del boss: cosa c'è scritto
Nei pizzini ci sono principalmente saluti, ma anche appelli al ministero della Salute e riferimenti a macchine di lusso. Si legge: "Al ministro della salute", "Saluti alle Maserati". Ma anche: "Alle rosse e a tutti i piccolini". Tutti sono firmati "Luca". Sono scritti confusionari: Leoluca Bagarella ha 84 anni e non sta bene, come confermato a Fanpage.it anche dal suo avvocato Luca Cianferoni. Da qui, forse, un appello al ministero della Salute per poter uscire un giorno dal 41bis.
Nel dettaglio si legge: "Al ministero della Salute (…) per tutte le rosselline anche i maschietti"; "Al Ministro della Salute (…) tutti voi con affetto Ciao Luca"; "Buon Mattino e buon lavoro a tutti. Luca"; "Si prega di non agitare (…) a tutti i piccolini (…) Luca". Quello che colpisce, però, non è solo quello che si legge sui pizzini, ma il loro retro. Su uno degli appunti compare un elenco: Pasta e ceci. Tonno sott’olio. Funghi. Frutta di stagione. Si tratta della lista dei prodotti che i detenuti possono consumare all’interno del carcere. Su un altro, in stampatello nero: Sigarette 5,20 euro, tabacco, filtri 150 pezzi. Poi, un dettaglio che non lascia dubbi sulla provenienza dei pizzini e li collega direttamente all’ambiente carcerario: "F.to La direzione".
"Dietro i pizzini ci sono tutte le cose che puoi comprare, ordinare, c'era proprio la lista della spesa o il menù", ha commentato la nostra fonte. "Loro (i detenuti del 41bis, ndr) hanno tutti i giorni un menù diverso, quindi possono segnare con le crocette quello che vogliono e gli arriva il vassoio, è proprio un foglio che gira all'interno del 41bis".
Chi è Leoluca Bagarella
Per comprendere il peso di questi pizzini, è necessario ricordare chi è il loro autore. Leoluca Bagarella è il cognato di Totò Riina, il capo dei capi di cosa nostra. Bagarella è il fratello di Ninetta, moglie di Riina, ed è il fratello minore di Calogero Bagarella, ovvero colui che, insieme a Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Luciano Liggio, ha preso il controllo di Corleone. Nel 1958 avevano ucciso Michele Navarra, che era al comando del mandamento di Corleone, e da lì si sono presi prima Corleone e poi Palermo e quindi anche i vertici di cosa nostra. Calogero Bagarella è rimasto ucciso nella strage di viale Lazio nel 1969 e Leoluca Bagarella ha preso il suo posto nei vertici dell'organizzazione criminale.
Quando Riina è stato arrestato il 15 gennaio del 1993 ha affidato cosa nostra a Bagarella che ne ha tenuto le redini per due anni, fino a quando, il 24 giugno del 1995, non è stato a sua volta arrestato e ha lasciato tutto il potere nelle mani di Bernardo Provenzano. Parliamo di corleonesi, dei vincitori della seconda guerra di mafia. Parliamo degli anni successivi al maxi processo contro cosa nostra e le stragi del '92 e del '93. Leoluca Bagarella, insieme ai fratelli Graviano, è tra i detenuti italiani al 41bis che non hanno mai collaborato e che conservano ancora i misteri delle stragi. Tra l'altro, Bagarella è tra gli organizzatori mafiosi delle bombe a Milano, Firenze e Roma nel 1993.
Alfonso Sabella è stato sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo: ha coordinato le indagini che il 24 giugno 1995 hanno portato all'arresto di Bagarella. A Fanpage.it ha spiegato: "Lo arrestammo il 24 giugno del 1995. Subito dopo incontrò l'allora procuratore capo Gian Carlo Caselli a cui Bagarella disse solo una frase in dialetto stretto ‘voi fate i magistrati e io il detenuto' facendo intendere che non aveva nessuna volontà di collaborare". E ancora: "Bagarella è uno dei boss più pericolosi di cosa nostra. Dopo l'arresto di Riina ha portato avanti la strategia stragista, infatti, è colui a cui si ascrivono le stragi del '93". Anche la nostra fonte ha ricordato che ora in carcere è tra i detenuti più conosciuti e tra i pochi ad essere "scortato da più persone".
La firma "Luca", le rosse e le Maserati
Una volta avuti tra le mani questi appunti abbiamo cercato altri pizzini di Bagarella per compararli. Trovarli non è stato facile perché tra le regole non scritte di cosa nostra c’è anche quella di distruggere ogni appunto o pizzino. Perché la criminalità organizzata li considera pericolosi? Ecco un esempio: Matteo Messina Denaro è stato arrestato il 16 gennaio del 2023 perché i carabinieri della Crimor di Palermo in un sopralluogo a casa della sorella del boss avevano trovato un appunto della donna nascosto nella gamba della sedia in camera da letto con scritto le date delle visite mediche del fratello. Da qui i carabinieri hanno scoperto che il boss era malato e lo hanno arrestato alla clinica La Maddalena a Palermo.
Torniamo ai pizzini. Abbiamo recuperato uno scritto autografo di Bagarella risalente al 1995 e lo abbiamo sottoposto a un grafologo. L'esperto ci ha spiegato che un confronto attendibile sarebbe stato difficile perché tra i due documenti erano trascorsi oltre trent'anni. Abbiamo quindi deciso di mostrare gli appunti direttamente al magistrato Alfonso Sabella, che coordinò le indagini che portarono all'arresto di Bagarella. A Fanpage.it Sabella ha quindi sottolineato diversi elementi che, a suo giudizio, mostrerebbero un legame con la figura di Bagarella.
Il primo riguarda la firma: "La firma "Luca" è molto significativa. Bagarella, infatti, pur chiamandosi Leoluca all'anagrafe, veniva chiamato da tutti "Luca" in confidenza. Ed è così che lui stesso firma i suoi scritti". Poi, il magistrato ha evidenziato un secondo elemento: il riferimento alle Maserati. "È un richiamo che considero plausibile. Ricordo che, quando mi occupavo della censura della corrispondenza di Riina e Bagarella, quest'ultimo si scambiava numerose lettere con Giovanni Riina, il figlio maggiore di Totò. Nelle loro lettere parlavano molto spesso di Formula 1″, ha spiegato. "Per questo il riferimento a una macchina di lusso come la Maserati è assolutamente compatibile con gli interessi di Bagarella".
Infine, secondo l'ex magistrato, anche il richiamo al ministero della Salute è un dettaglio significativo. "Il riferimento al ministero della Salute ha un suo peso. Un detenuto può rivolgersi al ministero perché oggi la sanità penitenziaria non è più di competenza esclusiva del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, come avveniva un tempo, ma fa capo al ministero della Salute attraverso le ASL".
Come i pizzini sono usciti dal 41bis
Secondo la ricostruzione della nostra fonte, i pizzini sarebbero usciti dal reparto di massima sicurezza del carcere di Sassari attraverso "un detenuto addetto al servizio di portavitto al 41bis", ovvero colui incaricato di consegnare il cibo e svolgere attività all'interno della sezione detentiva del cosiddetto "carcere duro" dove le celle sono separate e i contatti con l'esterno sono ridotti al minimo. "Anche se non doveva, faceva anche le pulizie al 41bis perché loro (i detenuti della sezione, ndr) si rifiutavano di pulire la stanza". Quel detenuto era il compagno di cella della nostra fonte. "Veniva dall'Africa […] si riteneva fortunato a fare questo lavoro perché era uno dei lavori pagati meglio", ha ricordato. Poi, ha aggiunto: "Un giorno mi ha portato questi pizzini. Mi ha detto: ‘Questi sono i biglietti di Bagarella'. Se li è messi in tasca e me li ha portati. Non si è reso conto della gravità del gesto".
A questo punto sorge una domanda: come faceva quel detenuto a sapere che quei biglietti provenivano proprio da Bagarella? Secondo la nostra fonte, all'interno del carcere la sua identità è facilmente riconoscibile. "Ancora oggi, nonostante l'età avanzata, è l'unico detenuto che viene scortato all'ora d'aria da una decina di agenti, con gli scudi", ha raccontato a Fanpage.it. Un dispositivo di sicurezza che, a suo dire, lo rendeva immediatamente distinguibile dagli altri reclusi del 41bis. "Anche una persona che non l'aveva mai visto, una volta arrivata in carcere, capiva subito di chi si stava parlando. Non è possibile confonderlo con qualcun altro", ha spiegato. Attorno alla figura del boss, ha poi aggiunto, circolava anche una sorta di alone di notorietà tra i detenuti: "È un mito là dentro".
Secondo il racconto dell'ex detenuto, i controlli esistevano, ma sarebbero stati insufficienti. "Gli facevano una perquisizione all'ingresso e una all'uscita, ma dipendeva dalla guardia: c'erano quelle più attente e quelle meno attente", ha spiegato. Eppure, il 41bis nasce con un obiettivo preciso: impedire ai boss di continuare a comandare dall'interno del carcere. È un sistema pensato per interrompere i collegamenti tra il detenuto e l'organizzazione criminale di appartenenza. Le regole sono rigide: isolamento dai detenuti comuni, limitazione dei colloqui, controllo della corrispondenza, sorveglianza continua. "È un'area totalmente diversa. Bisogna creare una separazione assolutamente rigida, invalicabile, tra 41bis e popolazione detenuta", ha spiegato Sabella. Se, però, il muro tra il 41bis e il resto del carcere presenta una falla, allora viene meno la ragione stessa per cui quel regime è stato creato. "Se tu permetti che ci sia una permeabilità hai fallito. Quello strumento non serve più a niente, diventa solo un inutile strumento di tortura", ha rincarato Sabella a Fanpage.it. Ma, quindi, come è potuto accadere che un detenuto di un'altra sezione sia entrato e uscito in un reparto di massima sicurezza?
Il 41bis e i contatti con i detenuti
Abbiamo analizzato decine di documenti, tra questi abbiamo trovato una circolare del ministero della Giustizia che affronta proprio la gestione dei servizi all'interno delle sezioni 41bis. Il regolamento prevede che alcune attività, come la pulizia delle camere detentive o la gestione del vitto, vengano svolte dai detenuti della stessa sezione "fatta salva la possibilità della Direzione di impiegare detenuti/internati di media sicurezza opportunamente individuati", si legge all'articolo 9 della circolare.
Dunque, i detenuti sottoposti al 41bis sono persone considerate così pericolose da non poter avere contatti liberi nemmeno con gli altri detenuti. Allo stesso tempo, però, per ragioni pratiche, altri detenuti possono entrare in quegli spazi per svolgere attività quotidiane. Questo perché "i detenuti al 41bis normalmente sono boss di alto livello e come tali non accettano di lavorare per l'amministrazione penitenziaria. Sarebbe riconoscere lo Stato e sarebbe umiliante per loro perché sono capi", ha spiegato Sabella a Fanpage.it.
Proprio per questo, secondo il magistrato, nella scelta di chi entra in contatto con il reparto sarebbe necessario valutare attentamente il profilo della persona. La scelta, così, ricadrebbe su chi "non parla la lingua italiana, che non ha contatti con l'ambiente italiano, magari uno straniero appena arrivato". Una logica che è emersa anche dal racconto della nostra fonte: "Preferivano stranieri che non parlassero italiano, per non ricevere informazioni. Persone che non sapessero neanche cosa fosse la mafia".
Il problema non è cosa c'è scritto nei pizzini
I pizzini che abbiamo ricevuto parlano di saluti, automobili e parole rivolte al ministro della Salute. Ma il problema non è questo. Un pizzino di Bagarella non dovrebbe mai essere valutato soltanto dal suo contenuto, ma per quello che rappresenta: un messaggio proveniente da un boss sottoposto al regime più duro dell'ordinamento italiano che, secondo la nostra fonte, è riuscito a uscire da uno dei carceri più blindati d'Italia.
"Il 41bis dovrebbe impedire l'uscita di qualunque messaggio", ha ricordato Sabella. E il rischio è proprio questo: oggi escono saluti e riferimenti personali, ma domani potrebbe uscire altro. Perché nella storia del 41bis è già successo: sono usciti ordini di morte, indicazioni, comunicazioni mafiose. Come nel caso di Vito Vitale, boss dell'area palermitana considerato uno degli eredi di quella stagione mafiosa. Durante un colloquio con il figlio di nove anni, approfittando della possibilità di un contatto fisico con il bambino, riuscì a trasmettere un ordine di morte. "Mi auguro per il bene del paese che questi pizzini non siano autentici, perché se veramente dovessero provenire da Leoluca Bagarella qualunque sia il suo contenuto sarebbe il fallimento di un intero sistema", ha concluso il magistrato.
L'ordine non arrivò a destinazione perché il colloquio venne intercettato, ma dimostrò una cosa importante: anche il 41bis, quando presenta punti deboli, può diventare uno spazio attraverso cui la mafia tenta ancora di comunicare. E se oggi, nel 2026, qualcosa è riuscito a superare ancora una volta quel confine, la domanda è: cos'altro potrebbe uscire?