Siccità, caro-energia e prezzi alle stelle: la tempesta perfetta che rischia di affondare l’agricoltura italiana
L'estate rovente del 2026, la più calda dal 1950 a oggi, ha lasciato le campagne italiane letteralmente a secco. Ma i picchi di temperature superiori a 40 gradi e la relativa siccità sono solo la punta dell’iceberg di una crisi ben più profonda che sta travolgendo il mondo agricolo italiano. A lanciare l'allarme, in questa intervista a Fanpage.it, è Cristiano Fini, presidente nazionale di Cia – Agricoltori Italiani.
Le campagne del nostro Paese si trovano oggi strette in una morsa asfissiante, una vera e propria "tempesta perfetta". Da un lato, il clima che brucia i raccolti e fa crollare le rese produttive, dal grano al vino, dal latte fino all'olio. Dall'altro, l'esplosione incontrollata dei costi di produzione – dai fertilizzanti al gasolio agricolo – innescata dalle crescenti tensioni geopolitiche internazionali, in particolare dal conflitto scatenato in Iran dagli Stati Uniti.
In questo contesto si inserisce infine l'inaccettabile paradosso economico che si sta consumando sulle tavole degli italiani: mentre agli agricoltori vengono riconosciuti compensi da fame, con crolli fino al 50%, i prezzi dei prodotti al supermercato continuano a salire inesorabilmente. Un cortocircuito dove a pagare il conto salato della crisi sono solo due soggetti: chi la terra la lavora e i cittadini che fanno la spesa. Nel mezzo, una filiera in cui intermediari commerciali, trasformazione e grande distribuzione continuano a macinare profitti.
Presidente Fini, nei giorni scorsi il CNR ha certificato che questa è l'estate più calda degli ultimi almeno78 anni. In che modo il cambiamento climatico e la siccità hanno impattato sul settore agricolo?
L'impatto è stato estremamente negativo. Parliamo dell'estate più calda dal 1950 a oggi e gli effetti si sono visti soprattutto nelle campagne, dove tutte le produzioni hanno subito cali di resa o danni da bruciatura per via dell'eccessiva insolazione e della scarsità idrica. Le aree meno servite a livello infrastrutturale, come quelle di montagna e di collina, sono le più penalizzate: nella vitivinicoltura, ad esempio, a fronte di rese nella norma in pianura, in collina registriamo perdite a causa della siccità che vanno dal 50% al 70%.
Quali altre filiere hanno subito le perdite maggiori?
Tutto il comparto cerealicolo è in forte sofferenza: la produzione di mais ha visto cali fino al 50%, e flessioni importanti tra il 30% e il 50% si registrano anche per sorgo, soia e riso. Anche la zootecnia ha subito danni evidenti: con il caldo estremo della stagione estiva la produzione di latte è diminuita tra il 10% e il 20%. Per le olive la raccolta sta per iniziare, ma molto dipenderà dalle piogge delle prossime settimane; senza precipitazioni adeguate prevediamo forti tagli alle rese.
Oltre al fattore climatico e ai costi produttivi, la filiera del vino deve fare i conti con un calo dei consumi…
Registriamo una contrazione dei consumi su scala globale, più marcata sui vini rossi che sui bianchi. Questo impone a tutta la filiera di riorganizzarsi e rivedere le proprie strategie. Dobbiamo far incontrare meglio domanda e offerta, intensificare la promozione del nostro vino e intervenire per riequilibrare il mercato ed evitare surplus che farebbero crollare i prezzi delle uve.
A questa emergenza climatica si aggiunge la pressione sui costi. Qual è la situazione sul fronte dei fertilizzanti e dell'energia, anche alla luce delle tensioni geopolitiche legate al conflitto in Iran?
Purtroppo la situazione non è affatto migliorata negli ultimi mesi, anzi è peggiorata. Abbiamo registrato ulteriori rincari sul costo del gasolio agricolo e nessun sollievo sul fronte dei fertilizzanti o dell'energia elettrica. Il quadro dei costi di produzione resta estremamente grave e insostenibile per le aziende agricole.
Le misure messe in campo dal governo per sostenere il settore sono adeguate?
Ci sono alcune azioni e risorse positive, come il cofinanziamento per i fertilizzanti e i fondi per la promozione del latte, della pasta 100% italiana e del vino. Tuttavia, servono interventi più strutturali. Chiediamo di accelerare l'iter del decreto "Coltiva Italia" affinché entri subito in vigore e dia ossigeno ai comparti più in crisi, a partire da cereali, olio d'oliva e zootecnia. L'agricoltura non può aspettare: la crisi è profonda e rischia di prolungarsi a lungo.
Qual è il reale impatto di questa crisi sui consumatori finali? Dobbiamo attenderci ulteriori rincari della spesa?
Si sta verificando un paradosso inaccettabile. Gli anelli più deboli dell'intera catena sono due: i produttori agricoli e i cittadini consumatori. Da un lato, i prezzi riconosciuti agli agricoltori alla stalla o al campo sono in netto calo in quasi tutti i settori – dal latte alle uve, dai cereali all'olio, fino a carne, miele e riso, con crolli tra il 10% e il 50%. Dall'altro lato, gli stessi prodotti sullo scaffale del supermercato continuano a costare sempre di più.
Se l'agricoltore incassa meno e il cittadino paga di più la spesa, chi sta guadagnando da questa situazione?
Significa evidentemente che lungo il tragitto ci sono soggetti che stanno applicando margini per tutelare i propri bilanci a scapito degli estremi della filiera. Mi riferisco ai comparti della logistica, dei trasporti, degli intermediari commerciali, dell'industria di trasformazione e della grande distribuzione. Serve un assunzione di responsabilità collettiva: oggi la crisi la stanno pagando esclusivamente gli agricoltori che producono e le famiglie che fanno la spesa, mentre la speculazione e i guadagni restano nel mezzo.