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Frankie hi-nrg mc: “Da giovane mi snobbavano, oggi canto con Jova e Ferro. Certi rapper tifano Meloni perché vince”

Frankie hi-nrg mc è tornato nel 2026 con “VOCE e BATTERIA” con le collaborazioni di Jovanotti, Tiziano Ferro, Fabri Fibra, Elisa, Emma, Diodato, Raiz e Lina Simons. Qui l’intervista.
Frankie hi–nrg mc, foto di Damiano Andreotti
Frankie hi–nrg mc, foto di Damiano Andreotti

Frankie hi-nrg mc è tornato nel 2026 con "VOCE e BATTERIA", un nuovo progetto discografico realizzato in collaborazione con il batterista Donato Stolfi. Un album d'impatto con un impianto sonoro minimale, basato esclusivamente su arrangiamenti per voce e batteria acustica ed elettronica. All'interno anche i featuring di numerosi artisti, tra cui Jovanotti, Tiziano Ferro, Fabri Fibra, Elisa, Emma, Diodato, Raiz e Lina Simons. Un lavoro che mette sotto i riflettori la voce, "spogliata da tutti gli orpelli a cui la produzione contemporanea ci ha un po' assuefatti". L'artista ha poi descritto il coinvolgimento degli ospiti, definendo Diodato "un educatissimo e pettinato anarchico" che ha voluto nel progetto a tutti i costi, e ricordando la reazione di Tiziano Ferro che "ha manifestato l'entusiasmo di un fan". Poi i successi di "Fight the faida" e "Quelli che ben pensano" e la disgregazione del panorama di protesta, a 25 anni dal G8: "Oggi vedi marce pacifiche rovinate da gruppuscoli che arrivano e devastano, rubando i titoli dei giornali a trecentomila persone che sfilano per una giusta causa. Inizio a pensare che alcune di queste dinamiche siano guidate per ottenere esattamente quel tipo di titolone, mettendo in ombra le vere motivazioni della protesta". Qui l'intervista a Frankie hi-nrg mc.

Come nasce "Voce e batteria"?

Il progetto è nato quasi per scherzo. Tutto è partito da una chiacchiera fatta con Donato Stolfi, il batterista torinese con cui già collaboravo. È nata così l'idea di provare a realizzare un intero progetto musicale nella maniera più scarna che il rap consenta, a parte chiaramente le registrazioni a cappella. Quello che è iniziato come un gioco ci ha fatto scoprire che non solo ne eravamo capaci, ma potevamo addirittura farne un disco, nella fattispecie, un disco che suona anche parecchio bene, almeno secondo il mio gusto e quello di chi ha avuto occasione di ascoltarlo.

Donato Stolfi e Frankie hi–nrg mc, foto di Damiano Andreotti
Donato Stolfi e Frankie hi–nrg mc, foto di Damiano Andreotti

Come e dove avete lavorato?

Una volta fatte le mie registrazioni e quelle di Donato, mentre eravamo freschi di studio a Città di Castello (al Malkovich Studio), ho pensato che sarebbe stato carino chiedere a un po' di amici di aggiungere la loro voce a questo progetto. È un lavoro che mette ben sotto i riflettori la voce, proprio nel suo essere così scarna, nuda, spogliata da tutti gli orpelli a cui la produzione musicale contemporanea ci ha un po' assuefatti. Poteva essere l'occasione ideale per far risaltare altre vocalità.

Il primo che hai contattato?

Ho iniziato con Jovanotti, che è stato il primo pensiero avendo fatto "Pedala", mi sono detto: "Sarebbe veramente divertente". Tra l'altro, essendo Lorenzo un fan della canzone, ero sicuro che avrebbe tirato fuori qualcosa di buono, cosa che effettivamente è avvenuta. Poi ho contattato altri amici con cui, oltre a una stima umana e personale reciproca, c'è anche una grande stima professionale. In alcuni casi sono proprio miei fan, e quindi, uno alla volta, li ho coinvolti. L'unica eccezione è rappresentata da Lina Simons: non la conoscevo personalmente, ma l'avevo individuata attraverso alcuni video, una sua partecipazione a Propaganda Live e successivamente delle esibizioni su YouTube. Mi è piaciuta subito tantissimo e mi è sembrata l'interprete più adatta, al punto da motivarmi a modificare la mia filosofia.

Com'è stato riscrivere la strofa nel dialetto napoletano?

Ho riscritto completamente da zero una nuova filastrocca in napoletano. Per scriverla, non sentendo di padroneggiare il napoletano da purista nonostante abbia vissuto tredici anni a Caserta, mi sono fatto aiutare dal mio tutor d'eccezione, Giobbe Covatta. Insieme abbiamo individuato queste rime per raccontare una storia: mentre quella originale in siciliano era un nonsense, questa racconta a grandi linee una storia di violenza di genere che inizia e finisce, come purtroppo accade, in una chiacchiera tra un caffè e l'altro.

Musicalmente parlando, chi ha trovato più difficoltà e chi invece è riuscito ad adattarsi subito a questa produzione musicale così scarna?

Guarda, devo dire che la sensazione è che nessuno di quelli che ho invitato per questo progetto abbia avuto particolari difficoltà. Sicuramente Diodato è stato il più restio e il più timido, per via del suo carattere naturalmente schivo e poco incline a partecipare ai progetti altrui. All'inizio, pur ringraziandomi per l'idea e la proposta, ha cercato di declinare l'invito. Io però gli ho manifestato grande stima e rispetto, e l'ho voluto a tutti i costi. Ero letteralmente disposto a prendere la macchina e andargli a fare la posta sotto casa col walkman! Questo perché, al di là della sua bellissima voce e del suo modo di cantare unico, del carattere umano di Antonio mi piace il fuoco politico, che non è mai scontato. È un educatissimo e pettinato anarchico, assolutamente un po' punk pur non avendo spille da balia nel naso o creste multicolori. Quella canzone racconta come, nell'organizzare combattimenti orizzontali, si escluda volutamente un confronto verticale tra chi comanda e chi viene comandato, assecondando il principio del "divide et impera". Ecco, la voce di Diodato era, secondo me, assolutamente la più adatta e puntuale.

Che tipo di rapporto hai con Tiziano Ferro e com'è stato collaborare con lui in "Faccio la mia cosa"?

Siamo amici, è quel tipo di relazione spontanea che si ha quando ci si vuole bene. Fortunatamente, tutti quelli che ho coinvolto in questo progetto sono stati molto contenti di partecipare. Tiziano ha manifestato l'entusiasmo di un fan: ogni tanto mi mandava un messaggio chiedendomi: "Ma veramente stiamo facendo questa cosa insieme?". Ricevere un messaggio del genere da un artista così importante, un autore di successo internazionale, è stato davvero emozionante. Mi chiedevo: "Cosa ho fatto di così buono per meritarmi parole così belle?". È magnifico che continui a manifestare questa sua vena da fan.

Anche perché è un grande appassionato della musica rap italiana degli anni '90.

Mi ha raccontato di avere attaccato sulla porta della sua stanza, a casa dei genitori, una fotografia di noi due scattata a un concerto a Milano nel 1998, all'Hip Hop Village del Forum di Assago, quando lui era corista dei Sottotono. È una cosa molto bella. E cosa dico nel brano? "Faccio la mia cosa". Esprimo un concetto in cui Tiziano sicuramente si è riconosciuto. "Faccio la mia cosa" è un inno all'indipendenza, all'espressione svincolata dall'altrui giudizio. Quando scrissi quel pezzo, c'erano molti artisti della scena hip hop nazionale a cui stavo sinceramente antipatico o che mi guardavano con sospetto perché non appartenevo al loro circuito. Non saltavo fuori dal nulla, ma non avevo trascorsi di militanza politica particolari e quindi, voglio pensare generosamente, c'era del sospetto nei miei confronti. Del tipo: "Questo da dove esce? Ha imbroccato una canzone… e chissà chi gliel'ha scritta". Era una situazione che mi stava stretta. Non si trattava di bullismo, c'era puro snobismo. Venivo snobbato, e un po' mi dispiaceva perché a farlo erano anche persone di cui avevo comprato i dischi e che facevano bene il loro lavoro. E allora ho sempre detto: "Sapete che c'è? Faccio la mia cosa".

Un atteggiamento che ha avuto anche Tiziano Ferro nella sua carriera?

Sì, anche per altri versi. In più di un'occasione Tiziano ha dichiarato al mondo di preferire fare la propria cosa, anche se risultava difforme rispetto a quello che il pubblico o il mercato si sarebbero aspettati.

Voglio ritornare su "Fight da Faida". Che tipo di messaggio e di immaginario veicolava quella canzone quando è stata pubblicata? E quanta valenza ha adesso, soprattutto considerando quanto è cambiato il contesto attorno alla musica e cosa significa oggi fare questo genere?

Essendo la prima canzone in italiano che abbia mai scritto nella mia vita, l'ho buttata giù di getto. Era dettata da un'urgenza di natura politica e da un'urgenza squisitamente personale: il desiderio di realizzare finalmente qualcosa di completo, che avesse una forma e potesse viaggiare anche in mia assenza. L'ho scritta in un momento in cui in Italia era ancora molto radicata la convinzione che la mafia fosse un problema limitato alla Sicilia, la camorra al napoletano, la ‘ndrangheta alla Calabria e via discorrendo. Io però vedevo già come funzionava quel sistema. Una delle migliori intuizioni della camorra napoletana, a livello comunicativo, è stata proprio rinominarsi "Sistema". Con l'articolo determinativo singolare: "‘O Sistema". È stato di un'efficacia comunicativa unica. E anche per anni dopo l'uscita di "Fight da Faida" veniva mantenuto questo pregiudizio.

C'è un ricordo a cui l'associ?

Ricordo la prima volta che l'associazione Libera fece una manifestazione a Milano nel 2000. L'allora sindaco Letizia Moratti dichiarò candidamente, con quello snobismo tipico di chi ha due cognomi, di accogliere con favore la scelta di Don Ciotti di eleggere Milano per l'evento, ma di non comprenderne il vero motivo. Perché, secondo lei, a Milano la mafia non c'era. Questa era la prima fotografia. La seconda fotografia parte da quello che è successo dopo: hanno ucciso Falcone e Borsellino, è nata Libera, poi è morto Libero Grassi ed è nata Addiopizzo. Hanno iniziato a sequestrare beni alla camorra per restituirli a cooperative civili che li hanno trasformati, offrendo ai ragazzi usciti dalle maglie della criminalità la possibilità di iniziare un percorso virtuoso. Sono successe tante cose. Si è innescato un movimento che tiene costantemente a vista le mafie, fa il possibile per arginarle e fornisce alternative a chi ci sta dentro. È l'unico modo: così come esiste "‘O Sistema", deve esistere un metodo alternativo, ed è lo stesso che andrebbe applicato per l'intero Paese.

Nell'attualità sociale, qual'è l'elemento più dirompente in cui ci si potrebbe riconoscere?

Penso al disagio giovanile, alle seconde e terze generazioni di ragazzi che vivono in contesti difficili e si coalizzano in gang. Bisogna intervenire alla radice. Sono appena tornato da Parigi: la città è tappezzata di manifesti con due foto. Sopra, un ragazzo africano in bianco e nero e la scritta: "Molti di voi pensano che questo ragazzo non abbia futuro". Sotto, lo stesso ragazzo a colori mentre parla con un bambino con un pallone, spiegando che bisogna lavorare sul territorio, sull'ambiente, sulle politiche giovanili e sull'autostima. Se pensi che lui non farà nulla nella sua vita, allora è lì che devi intervenire positivamente. Nel momento in cui riusciremo ad applicare questo metodo a livello sistemico, non abbassando l'età di carcerazione, ma innalzando la soglia di umanità e di pensiero pratico, faremo la differenza. Invece oggi abbiamo una destra che ragiona a senso unico e una sinistra che spesso ragiona senza un senso.

Vorrei soffermarmi sulla questione degli italiani di seconda e terza generazione. So che è solo un frammento di un capitolo molto più ampio, ma mi incuriosisce capire quanto sia stato importante che la musica rap abbia dato voce e raccolto queste testimonianze. Quanto è fondamentale che il rap continui a dare spazio a queste voci?

Beh, l'hip hop è fondamentalmente questo: una cultura che si fa con pochi mezzi e moltissime motivazioni. Per l'hip hop, nascere poveri non è mai stato un disvalore.

E oggi è ancora così?

Porca miseria, assolutamente sì! Mi viene da dire che, per alcuni versi, finalmente è così anche in Italia. A parte me, che sono di estrazione borghese e non sono l'unico, c'è una discreta fetta di artisti della vecchia scuola che arriva da contesti di vita normali, non vessati dal disagio. Ora però, se guardi a ragazzi come Sfera Ebbasta, Rkomi, Izi e Tedua, arrivano tutti da situazioni non particolarmente agiate. Spesso figli di madri single, con vissuti complessi e situazioni di vita oggettivamente difficili, da cui sono riusciti a emergere raccontandosi. Hanno coinvolto le persone che avevano intorno, trasformando gli amici in produttori o manager, creando una vera e propria cordata. Il Wu-Tang Clan ha fatto la stessa cosa negli Stati Uniti: l'hip hop è esattamente questo. Nasce nel Bronx, in mezzo alle macerie. Le tue chance di sopravvivenza dipendevano dalla velocità con cui riuscivi a far ruotare le catene. Poi, a un certo punto, salta fuori una scintilla di creatività che attecchisce e trasforma il Bronx in un incendio di arte.

Ovvero?

Pensa al grande blackout di New York del 1977: è durato quasi due giorni e ha rappresentato uno degli impulsi più straordinari per l'esplosione dell'hip hop. C'era il blackout, sono partiti i disordini, la gente ha sfondato le vetrine rubando giradischi e mixer. Dall'oggi al domani moltissime case nel Bronx si ritrovarono con l'attrezzatura per fare i DJ. Con l'hip hop, se parti dal basso ma hai un'idea e una grande motivazione, è facile schizzare verso l'alto. Poi c'è il sistema del business che ci lucra sopra, certo, ma è del tutto naturale che i ragazzi di seconda e terza generazione utilizzino l'hip hop come strumento di comunicazione e riscatto per costruire una piattaforma su cui poggiarsi e andare più in alto. È uno dei canali principali attraverso cui si esprime l'alternativa al disagio.

E riguardo alla narrazione sulle controversie tra il rap/rapper e le autorità, intese come forze dell'ordine e politica: dal tuo punto di vista, com'è cambiata la descrizione di questa controversia nel tempo?

È un momento storico un po' bislacco. Da un lato ci sono le forze dell'ordine che operano controlli antidroga; dall'altro vedi rapper e trapper che si esprimono con favore verso l'operato dell'attuale governo semplicemente perché viene percepito come "vincente". Quelli che un tempo dicevano che Berlusconi era un idolo, oggi lo dicono della Meloni. La sensazione è che si preferisca tifare la squadra in cima alla classifica in quel momento. Sai cosa sento mancare, rispetto a un tempo?

Cosa?

La coscienza politica e l'autocritica. Oggi ci si lamenta se ai concerti arrivano i cani antidroga: certo, era un problema allora e lo è oggi, perché subiamo una repressione smisurata per una pratica che altrove è depenalizzata e trattata in modo contemporaneo. Ma limitarsi a dire "guardie infami per i cani" è riduttivo. Il vero problema non è il controllo in sé, ma quando, ad esempio, si perquisisce la casa del quindicenne che ha partecipato a una manifestazione tenendo in mano un lenzuolo per urlare le proprie ragioni. Quello è molto peggio dell'essere fermati per due grammi di fumo. Non scordiamoci che in Italia, dal G8 di Genova del 2001, c'è stata una disgregazione assoluta del panorama della protesta. Oggi vedi marce pacifiche rovinate da gruppuscoli che arrivano e devastano, rubando i titoli dei giornali a trecentomila persone che sfilano per una giusta causa. Inizio a pensare che alcune di queste dinamiche siano guidate per ottenere esattamente quel tipo di titolone, mettendo in ombra le vere motivazioni della protesta.

Qual è il tuo rapporto con "Quelli che benpensano"? Cosa ne pensi del modo in cui altri artisti l'hanno citata e trasformata e cosa significa per una canzone avere una simile traiettoria nel tempo?

Fortunatamente ho una buona relazione con quella canzone: sono contento di averla scritta, mi piace e non mi imbarazza cantarla. Per certi versi, non è facile far emergere il resto della produzione quando hai una hit così titanica alle spalle. Ed è una sfortuna per tutti che quel testo sia ancora così tragicamente attuale. Per me però non rappresenta un problema. Il fatto di essere oggetto di citazioni, da Marracash che ne ha fatto la sua versione a Fibra che l'ha usata in un mixtape, fino a chi ne campiona delle frasi, è una grandissima soddisfazione. L'hip hop nasce proprio rosicchiando cose esistenti, rielaborandole e proponendole come nuove. L'essere riuscito a creare una materia prima che continua a essere elaborata e reinterpretata è per me la conferma di un grande successo.

Quanto può essere considerato un atto sovversivo, oggi, avere una posizione politica o sociale e comunicarla all'interno di una canzone rap?

Dipende unicamente da cosa comunichi e dalla posizione che prendi. È già sovversivo di per sé impostare un racconto sul "Noi" piuttosto che sull'"Io". Finché ci si concentra solo sull'ego non si smuove nulla. Nel momento in cui inizi a sdoganare il concetto di collettività, che è poi il principio su cui si basava l'hip hop nazionale quando sono emerso io negli anni Novanta, allora sì. Lì vai a infilare un bel bastone tra i raggi della bicicletta del potere.

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