Dal ritorno di Madonna alla fine del sogno americano di Gianna Nannini e Marracash: le recensioni della settimana

Quando l’estate comincia a sembrare più “vera”, si pensa che i giochi musicali siano chiusi: ne riparliamo a settembre, come si dice. Difetto di fabbrica di un sistema di promozione costruito intorno alle vacanze dei pubescenti in anni scolastici, mentre tutte le statistiche sull’ascolto musicale riflettono una realtà demografica ben conosciuta: siamo un Paese vecchio che non è ancora in ferie. Un Paese che non deve cedere alle ultime narrazioni di un mainstream in caduta libera: le classifiche e i numeri sono solo oggetti da manipolare per vincere una scommessa su quelle piattaforme di “prediction market” che dovrebbero salvare lo sport, l’editoria, forse anche il gambero del Lago di Pilato. Così è emerso dall’indagine di Wired (edizione americana, quella italiana ha ingiustamente chiuso i battenti, RIP) che rivela come dietro il numero 1 (poi corretto in numero 4) della canzone "earrings" di Malcolm Todd nella Top 50 USA di Spotify ci sia stata la manovra di alcuni scommettitori di Kalshi, che avrebbero comprato stream artificiali per pompare la canzone e vincere così una scommessa sulle canzoni che avrebbero raggiunto il primo posto sulla piattaforma. Come ipotizzavamo in altri episodi di questa rubrica, le classifiche hanno finito di significare qualsiasi cosa per la nostra cultura condivisa, e restano solo come simulacri di un tempo perduto sopra i quali i più cinici del mercato pasteggiano da soli.
La morale della storia: neanche quest’anno la canzone dell’estate in Italia sarà in lingue diverse da quella di Ariosto. Vorresti puntare su Jain, quella che un paio di anni fa si credeva sarebbe tornata alla ribalta grazie al trend "Makeba" di TikTok? (Per la cronaca, non è successo). Il suo nuovo "Kill It With The Beat" cavalca tra house ed electro, disarcionandoci regolarmente e lasciandoci orfani di un bridge degno di questo nome. Meglio sarebbe dedicarsi, se proprio continuiamo a sentirci esterofili, al nuovo singolo gommoso di Jorja Smith con "Wizkid, Alive", che anticipa un disco che arriverà in estate pienissima, il 21 agosto. Difficile che qualcosa di tutto ciò finisca per attecchire nelle nostre teste che girano. Ma qualcosa c’è, un’ultima speranza di un secolo remoto.
Il ritorno di Madonna
Un argomento non locale di cui parlare ci sarebbe: "Confessions II" di Madonna. Già, la “signora Ciccone” – staranno scrivendo dozzine di miei colleghi – perché comunque non si può andare troppo lontano dalla nostra lingua materna anche quando usciamo di casa. Una delle ultime popstar viventi, per quel che ne sa il grosso del pubblico italiano, ha pubblicato il suo migliore disco da quasi vent’anni a questa parte. Certo, la barra era piuttosto bassa, ma Confessions II è il lavoro di un’artista ancora consapevole di cosa fa “click” e cosa no nell’orecchio di un ascoltatore disposto a muovere il bacino. Il nuovo sodalizio con Stuart Price, co-responsabile del primo "Confessions On A Dance Floor" nel lontano 2005, va un po’ oltre la nu-disco del primo capitolo (anche se la traccia d’apertura ha molte reminiscenze di Donna Summer) e verso influenze più prossime alla house e alla techno delle origini, tirando dentro trance, hi-nrg, acid house, garage. Resta anche e soprattutto un disco di canzoni: ballabili, certo, ma cantabili e chiaramente personali, come la fetta di memoir newyorkese tra anni ‘70 e ‘80 che si sente in "Danceteria" (dal nome di un famoso club di Manhattan), dove compare anche una citazione di Lou Reed e in cui il french touch del beat si apre nel bridge per rivelare un proto-rap tutto bassi new wave alla "Rapture" dei Blondie, come per ricordarci che tutto partì da Debbie Harry per lei.
Mescolare qualcosa di realmente urgente in un progetto di lungo respiro al quale prendono parte anche pregiate mani dell’elettronica (Arca, i nostrani Parisi) e alcuni degli ultimi produttori-autori capaci di sfornare dance-pop decente (Cirkut), è precisamente quello che mancava a Madonna: tenere insieme le complessità e comprimerle in un diamante, trasparente, facile. Un articolo commerciale di pregio che non ha veramente bisogno delle pur decentissime collaborazioni di Feid, Sabrina Carpenter e Stromae (qui elencate in ordine crescente di bontà). E il fatto che il suono di "Confessions II" a conti fatti risulti meno sornione e più amaro, spigoloso, glaciale più dice tutto dei tempi che stiamo attraversando rispetto al 2005 pre-crisi. Questo è il pop, fino a prova contraria.
La fine del sogno americano secondo Gianna Nannini e Marracash
Significativo che un’icona dell’ultimo secolo di cultura americana abbia avuto un momento di riscatto così potente quando gli Stati Uniti stanno per festeggiare il loro 250esimo e possibilmente ultimo compleanno. Certamente, di fronte alla vuota retorica di chi vorrebbe recuperare un’immagine del colosso imperialista a colpi di monumentalità, slogan e sbobba IA-generata, la realtà caotica, queer, meticcia e abrasiva esaltata da Madonna suona come un tributo molto più sincero a ciò che ha reso davvero grande la cultura di quello strano esperimento storico.
Visto da qui, tuttavia, l’impero americano sembra crollare rovinosamente e sotto il suo stesso peso. E questo viene descritto sorprendentemente bene da "America Inc." di Gianna Nannini con Marracash, una di quelle collaborazioni tra big sopra vecchie hit da cui normalmente sarebbe meglio stare alla larga. La metafora della masturbazione come atto di liberazione sessuale del brano originale del 1979 qui si scioglie e acquisisce un altro, più inquietante, quasi sardonico significato: dietro il mito dell’America non c’è più niente di concreto, è una fantasia con cui ci si trastulla per passare il tempo. Anche la canzone in sé, grazie alla produzione clinica di Dardust, diventa meno un prodotto organico del suo tempo.
Quel giro d’accordi così tipicamente americano e anni ‘70 da essere stato trasformato nel National Anthem da Lana Del Rey, quelle chitarre così alla Cars, quei ritardi alla “ch-ch-ch-ch-cherry bomb!”: ora, messo bene in riga sulla timeline del software, tutto risulta pulito e preciso, sanificato e anestetizzato, come un atto compiuto per noia, proprio come certi atti onanistici. Non che la traccia sia noiosa, anzi: Marracash aggiunge con la sua strofa il contesto necessario per trasportare la canzone nell’oggi, secondo quanto appena detto, e la voce ruggente di Nannini suona più disillusa e meno romantica, come di chi ne ha viste troppe per credere ancora al contenuto originale delle sue stesse favole elettriche. E allora tutto evapora in un momento, come un orgasmo senza entusiasmo, e il punto forse è proprio questo.
Altri singoli da portarsi nell’ombrellone con un po’ di timore. "Ràreche" di La Niña, traccia che fa uso della tradizione per parlare di oggi: fai caso ai droni di fiati antichi e futuristici che sostengono la seconda strofa, al modo in cui il tamburello e la ciaramella vengono incastrati in un drop elettronico da manuale, all’effetto spettrale delle voci multiple nel secondo refrain. Le radici servono per far crescere piante, non per sorreggere strane creature da cartolina, come in altri casi contemporanei di folk pop malriusciti.
Certo, l’immaginario esotico di ritorno dei luoghi di vacanza adorati dagli americani e visitati con militaresca strategia da Dua Lipa e neo-marito può fare effetto, e farci scambiare cartoline per la realtà. Nulla di tutto questo avviene nella canzone estiva per ridere della stagione, "La costiera amalfitana" di Fabio Rovazzi con Nino D’Angelo e Arisa: non una presa in giro del luogo, ma di chi lo sogna in maniera irrealistica, e proietta nelle ferie la soluzione a tutti i suoi problemi, riscaldamento globale compreso, in un mondo post-apocalittico che chiamiamo casa. Peccato che sia una canzone inascoltabile, quindi meglio passare ad altro perché il tempo che dedichiamo all’ascolto, come il clima in cui viviamo le nostre vite, è una risorsa da trattare con cura. Non è ben chiaro, invece, se sia seria o una parodia USHUAÏA di Diss Gacha, poggiata sopra un beat house proprio come Madonna, però sicuramente fa molto ridere la sua richiesta alla bella di turno di venire “a pagare le tasse in Italia”, iniziando almeno come “forfettaria”: qualcuno avverta il ministero dell’Economia, c’è in giro una nuova strategia per attrarre capitali.
Se proprio dobbiamo cedere al fascino italo-disco e neapolitan power, posso segnalare un pezzo adorabilmente sgangherato come "Na matina" di Adriano, punteggiato da chitarre funk anatoliche e fiati da Philadelphia. Ma se vogliamo uscire dall’impasse campano, posso segnalarti tre canzoni indie pop che hanno imparato la lezione dell’imperfezione, ma hanno comunque il piacere di aprire tutte le finestre? "Su x Giù" di Giuse The Lizia, "Blockbuster" di Cortese, "Gli inutili" di Pablo America. Di indie pop leccato e patinato, ma anche piuttosto atmosferico, Tecnicamente uscita una settimana fa e quindi da escludere da questo prezioso elenco di novità, ma prima di chiudere con i singoli mi tocca segnalare una perla glam pop cantautorale all’italiana come "Tra le spine e i serpai" di Nervi, cantautore fiorentino che qui si fa produrre da Dente e pesca un ritornello clamoroso da giustificare un’irregolarità.
Da Tormento a Sano, da HÅN al rap derivativo, qualche notizia sugli album
Chi non sapeva che a luglio escono ancora album rischia di perdersi il ritorno di Tormento. Già pioniere a fine anni ‘90 con Fish nei Sottotono di un rap melodico o di un urban pop che avrebbe completamente dominato il mercato quindici anni dopo, l’MC sinuoso della “mia coccinella” ha "L’antidoto", o così vorrebbe convincerci nel suo disco farcito di collaborazioni (alcune delle quali già segnalate su queste pagine). Il brano spinto per il release day, "Sofia" con Sayf, è la dimostrazione plastica di quanto dicevamo: in quel genere di ballad saltellante Tormento è un maestro, e gli altri non possono che beneficiare a confrontarsi con l’originale, come dimostra una strofa in cui il rapper genovese ospite detta il tempo del beat switch scambiandosi volgarità sessuali salaci con il padrone di casa.
Il disco più bello della settimana, in Italia, è "Una nuova fine" di HÅN. Pubblicato a pezzi negli ultimi mesi e finalmente arrivato qui a descrivere con perfezione chirurgica l’incapacità di chiudere i cerchi di un’anima in pena, il lavoro dell’artista al secolo Giulia Fontana è concepito, scritto, suonato come poca altra musica oggi in Italia. Lo senti nella splendida traccia d’apertura, "INIZIO/FINE", caso raro di folktronica sghemba e piena di soul davvero riuscita nella nostra lingua – c’è un altro artista molto capace, ed è Generic Animal che compare qualche traccia più in giù. Con un suono ibrido acustico/elettronico che contiene le chitarre liquide di Mk.Gee, l’ariosità caotica di Dijon, l’energia catastrofica di Great Grandpa e Alex G, la cantautrice e il produttore-autore-musicista Novecento (co-responsabile del già lodato "Sincero!" di Rares) lasciano che le canzoni esplorino lo sbaglio, la sorpresa, lo scarto, introducendo rumore ambientale, facendo saltare i livelli della dinamica, e riuscendo comunque a mantenere il tono colloquiale di chi ti parla guardandoti negli occhi.
Nei versi lasciati a metà e nelle improvvise stilettate di rumore puoi sentire il suono delle nostre conversazioni frammentarie, relazioni umane asincrone in cui al contatto costante finiamo per sostituire spesso tuffi introspettivi sconsiderati e paranoici, che ci fanno piovere addosso dubbi e dolori dai quali possiamo difenderci solo con la grazia. Quella estrema della voce di HÅN, una minuscola sopravvissuta di un mondo apocalittico nella quale vogliamo identificarci, con pregi e difetti e tutto, costi quel che costi.
L’album di Sano si intitola "Quando voi forse, allora noi già", e anche questo suona come un puzzle, a ben guardare la sintassi. Il che è appropriato, dato che l’artista già membro dei Thru Collected decostruisce i miti della nostra epoca con la solerzia minuta di chi disassembla un castello di mattoncini Lego. Lo fa in modo subdolo, con un repertorio di immagini esplicitamente estive: una combinazione paradossale come un ghiacciolo al tamarindo, e per questo veramente adatta a chi con il bel tempo non smette di interrogarsi, ma continua a meravigliarsi. Si era già parlato di "Fascistissime" con Tutti Fenomeni come di un pastiche indie pop iperbolico che smitizza la nostalgia. Lo stesso succede lungo tutta una (breve ma intensa) tracklist che sfiora generi come chi attraversa gli spazi liminali di una stagione che non è più sede ma passaggio.
I 48 gradi di Timbuktu nel trip-hop mediterraneo di "Sole sole" ti lasciano stordito come se avessi sentito una drum&bass cantata dal grande Mango, e non ti resta che vagare adorabilmente stonato fra incomprensioni d’amore e giornate alterate, come in "Perditempo" che omaggia un omonimo locale napoletano. Chiude il disco "Quadrifoglio", canzone che può vantarsi anche della scrittura e produzione di Giovanni Truppi e come nelle migliori opere del cantautore attinge a un’innocenza che non è ingenuità, ma straordinaria apertura al mondo: interpretata insieme a Maddalena Luiso, e modellata anche sui racconti che la madre di Sano (una maestra d’asilo) ha raccolto nel suo lavoro, si tratta di una filastrocca tutt’altro che piccola, ma che anzi straborda di potenziale e significato, un’allegoria delle possibilità e dei rivolgimenti di sorte che attendono tutti, bambini e no.
Certo, le strutture familiari fanno piacere quando le facoltà cognitive arrancano. "Oasi", l’album di debutto del cesenate Fiore Akamono, già visto per esempio nel talent di Netflix Nuova scena, tocca tanti tasti familiari: produzioni trap amare e parossistiche alla FSK; timbro di voce scuro da stalker telefonico; il che torna utile per il frequente immaginario horror; i momenti di inevitabile introspezione sentimentale ("Cosa rara") in mezzo alle molte spacconate. La prima volta, con il suo crescendo ininterrotto e ansiogeno e immagini come “in questo mondo artificiale ogni vizio diventa rituale”, è il pezzo che funziona di più, nonostante anche qui abbondino le forme arcinote, non ultima una batteria con piatti terzinati.
C’è anche un’eco considerevole di Dark Polo Gang (nonché un suo membro e un ex membro come ospiti) in "CÔTE D’AZUR" di Baby Kirua: sopra beat che corteggiano spesso in modo affascinante l’atonalità, la sua poetica è quel che succede quando l’ispirazione principale di un’opera sono altre opere, un serpente ouroboros di immagini pensate per scandalizzare i benpensanti che possono già vantare pagine di Genius consultate centinaia di migliaia di volte, di aspirazioni al denaro che sanno di favola e affermazioni di supremazia nel “rap game” vecchie decenni. E in fondo l’uso del collage per la gag in "MUSICA TAGLIATA" (taglio e cuci, capito?!) ha proprio l’aspetto della gag metatestuale tipico di ogni linguaggio giunto alla digestione di sé stesso. A patto di non prenderlo troppo sul serio, le basi di LAX ("ARIA", "MONCLER", e soprattutto "VITA AMARA") che tendono all’astratto introspettivo eppure bombastico sono molto valide.