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OPINIONI

Dalla canzone fuori stagione di Emma e Fibra alla malìa di Levante: le recensioni della settimana

Da “Antidroga” di Emma e Fabri Fibra a “Malìa” di Levante, passando per i nuovi album di Punkcake, Ele A e DJ Shocca: le recensioni di singoli e album della settimana.
Fibra, Emma e Levante
Fibra, Emma e Levante

Quando le estati non erano costantemente torride esperienze uscite da Mad Max, le canzoni che le popolavano sapevano tenere in equilibrio toni e temperature: dalle primigenie hit da spiaggia di Edoardo Vianello, in costante dialettica fra arsura del sole e sollievo dell’acqua marina, fino ai sogni esotici della fabbrica dei tormentoni degli anni ‘10, dilaniate tra il dovere grigio della città e il piacere azzurro della vacanza, abbiamo passato interi giugni e lugli a illuderci e sognare che una breve sosta nella routine potesse dare senso agli altri dieci mesi di noia.

Ma nel mondo che abitiamo ora, dove ogni record di temperatura viene infranto di anno in anno, la canzone estiva può raccontare altro: la desolazione di città semivuote, dove soffiano i fiati caldi espulsi all’esterno dai condizionatori mentre ci rifugiamo nelle nostre capsule di fresco artificiale. Le piazze d’estate, a questo punto, sono più vuote che piene. E se senti un brivido sconsolato, potresti scoprirti a provare piacere in una nostalgia del freddo.

In altri tempi, la canzone "Antidroga" di Emma e Fabri Fibra sarebbe sembrata fuori posto, una fuggiasca autunnale capitata nei giorni sbagliati: oggi, invece, quel suo giro armonico che ricorda "Last Christmas", quei suoi synth ventosi e polverosi, quelle cadenze di melodie conquistate con grande calma e passo lento suonano come una solitudine climatica piuttosto che sentimentale, alla quale ci si può solo rassegnare.

Una cosa rimane immutata, nonostante i cambiamenti climatici: in quanto momento di sospensione dalla routine (forse a maggior ragione, visto il caldo inumano) l’estate è sempre la stagione in cui risvegliamo i desideri nella speranza che si avverino come per magia. Nei momenti di sospensione e sovversione dell’ordine quotidiano un desiderio comune è quello del cambio di ruoli sociali.

In "Malìa" Levante fantastica a ruota libera, proiettandosi dentro il ruolo ambiguo della prostituta del Pigalle, personificazione del desiderio e della possibilità di mutare aspetto e personalità per incantare l’altro. Malìa, dopotutto, significa seduzione ma anche incantesimo: siamo davvero in un’estate fantasy, dalla "Magia bianca" di Francesca Michielin al ritorno di Phoebe Bridgers nei panni di un’elfa. Come uno sciamano che fa volare la sua anima, Levante salta qui e là, dai vicoli mediterranei a Parigi, dall’infanzia al presente, e finisce dentro questo valzerino da balera marsigliese che fino alla strofa si mantiene brillante e propulsivo, con un 3/4 da manuale. Lo zumpappà si stiracchia dentro un 4/4 intorno al ritornello, intorbidendo un po’ la carica del brano e lasciando che il teatro abbiano la meglio sulla danza: il risultato è una canzone fascinosa ma zoppicante, che senza dubbio descrive una bella fantasia estiva (o no), ma che non invita fino in fondo a farne parte.

Con il caldo letale del giorno, le notti restano l’unica parte (parzialmente) vivibile di quest'estate, e la protagonista eponima di "HANGOVER GIRL" di M¥SS KETA con Miss Bashful di conseguenza tratta con maggiore urgenza le priorità della notte rispetto a quelle del giorno: una fantasia anche questa, di fuga dagli impegni del lavoro, che sopra un classico organetto house spinge con una velocità insolita per l’artista mascherata. Il featuring risulta a malapena pervenuto: forse la collega miss ha marcato visita.

Prima di dire qualche parola su alcuni dischi, qualche suggerimento d’ascolto per singoli che potrebbero sfuggire al radar dei più. "Pensiero romantico" di Marta Guidoboni è una canzone pop delicatissima e incantevole, fatta di pochi elementi melodici e un ritmo ipnotico. Marta Arpini è un’expat della canzone italiana di base ad Amsterdam fornita di un cristallino talento che dimostra in "Stranger" con Sam Vano, una canzone d’amore e riconoscimento talmente frusciante e aromatica da farci credere che esistano ancora estati normali in cui perdersi nell’analisi minuziosa dei propri sentimenti. I due singoli che compongono il mini EP "Ora nona" della toscana Giulia Covitto aka Jungle Julia sono altrettanti brillantissimi schiaffi che lasciano la guancia frizzante e vogliosa di altre scosse: sopra la sezione ritmica dei Calibro 35 (Fabio Rondanini e Roberto Dragonetti) e con la produzione di Tommaso Colliva, la cantautrice e musicista parla di storture ("Le formiche") e autoinganni ("Todo Modo") con tangibile magnetismo, una qualità che ancora non si può replicare in laboratorio, per fortuna.

Tre dischi alternativi e tre perle rap

Il sogno è la materia prima con cui okgiorgio ha modellato le canzoni del suo album "Dream Samples", raccogliendo ricordi ed esperienze del pubblico del suo tour. Investite dalla stessa propensione memorialistica che sempre più si fa largo nell’elettronica da ballare sulla scia di Fred Again… (ne parlavamo anche una settimana fa), queste tracce impostate con l’ethos dell’improvvisazione teatrale hanno il merito secondario ma non minore di donare nuovo senso alla registrazione live, una pratica sempre meno popolare nell’industria discografica attuale, spesso concepita in modo celebrativo, o utilitaristico e cinico come estrazione di risorse ai fan.

Il problema dell’estate sono le aspettative: come per la notte di Capodanno, si spera in una risoluzione che non arriva mai. Suona così, come un’esplosione che non promette alcun lieto fine, il primo album di inediti del gruppo aretino Punkcake. "Siamo qui siamo questi" è un lavoro di potenza e caos realizzato con l’urgenza con cui il rock alternativo britannico e irlandese di Fontaines D.C. o Idles ha espresso il malcontento e la frustrazione di una generazione. "voglio una fiat" non è tanto una negazione del materialismo o una celebrazione della modestia, quanto la posizione di resistenza a un mondo che ci vampirizza. Combinando nonsense e astio la band vista a X  Factor 2024 debutta in modo esemplare con un album che – non va dimenticato in queste sere d’estate – è anche spassoso, frenetico, strabordante.

Se sei fra le persone che l’anno scorso erano rimaste sbalordite dall’album "Rifiorirai", il nuovo EP del bolognese AKA5HA ti lascerà ancora più stupito perché "non è uno; sono due" parte da premesse sonore molto diverse, con il pianoforte al centro e un approccio decisamente più organico e meno elettronico, ma con la medesima filosofia: andare laddove l’impressionismo musicale lascia i confini del verosimile e tende verso l’astratto. Nelle canzoni, quasi prive di percussione e quindi marcianti a un passo che è tutto interiore, si parte spesso da pochi impulsi, una voce e un piano, e si moltiplica portandosi dietro le idee e i suoni che si incontrano, una melodia senza parole che diventa coro di supporto, un refrain strumentale che dalla tastiera passa a una chitarra, e così via, finché queste osservazioni che partono dalla sfera sentimentale perdono contatto con la realtà e suonano più come descrizioni apocalittiche viste in un sogno.

Tutt’altro genere, ma simile storia: Ele A torna con un EP dopo che l’album di debutto "Pixel" dell’anno scorso l’aveva definitivamente messa sulla mappa del rap in italiano, e cambiando  alcune premesse prova sempre il suo talento. Nelle tracce di "26" la luganese dimostra ancora una volta la sua estrema facilità a sciogliere nel racconto i dettagli reali eppure frattali, inafferrabili, assurdi della sua vita, e a ritagliare i flow di ogni strofa sulle caratteristiche ritmiche e tonali del beat, ora scivolando, ora piegando a gomito – e dire che ha scritto tutto nel giro di pochi mesi. Stavolta, però, fa tutto da sé, senza featuring, e con produzioni che vanno dall’elettronico-glitch di Oki alla pseudo dubstep di Non torno@casa. Canzoni che parlano di rapporti come mille altre, certe, ma con punti di vista originali e giri di parole che non sono solo calembour ma forme di pensiero laterale applicato a un genere che, troppo spesso, cede invece al luogo comune.

A proposito di rap italiano non conforme alle maniere prevalenti, le atmosfere da noir e le geometrie sghembe di "Cercando il mio posto" ne fanno una tappa a cui vale la pena fermarsi: il rapper torinese 1 44 9 8 arranca e rotola con scapigliata eleganza sopra le basi astratte prodotte da Dave_Zeta, roba non tanto comune dalle nostre parti e più vicina al gusto di musicisti come Kenny Segal e billy woods. Sample cinematografici oscuri, frasi melodiche soprannaturali, tastierini macilenti e un boom bap spettrale proiettano ombre cinesi di un mondo inquietante e ostile in cui l’MC si muove paranoico, sospettoso, disincantato, schivando e lanciando colpi, ma soprattutto provando a orientarsi nel caos (fai caso alla batteria zoppicante e all’enunciato ansiogeno di Altra vita). Un anti-eroe e voce critica che con l’esempio e la parola semina nell’ascoltatore un dubbio: che qualcosa nel nostro mondo non vada tanto per il verso giusto.

Dopo due voci di nuova scuola, chiudiamo con una leggenda. DJ Shocca ha ripreso in mano "60 Hz" del 2004, uno dei primi importanti esempi nostrani di “producer album”, un disco uno che ha segnato una fase di passaggio cruciale, e con un secondo capitolo mette alla prova la tesi di fondo di quel lavoro: che il rap è musica capace di captare il suo tempo ma anche di guardare lontano, un’arte da giudicare come tale e non con mille caveat, da abbracciare non perché popolare ma perché universale. "60 Hz II – Legacy", vent’anni e spicci dopo il primo capitolo, è ancora il frutto pregiato di una produzione basata sul crate digging e il fiuto del groove del produttore trevigiano: basso batteria e una regia di piccoli segnali audio che sono fantasmi di ricordi. Il parterre di penne affilatissime fa onore ai suoni nomi, fin dalla posse track di apertura, 60 Hz, saggio di un approccio irriducibile che, nonostante le grande aspettative dell’industria, nonostante l’immensa notorietà del genere, propone ancora qualcosa di sovversivo. In parte rilettura ("Rendez Vous Col Delirio II" prova che i Club Dogo sono ancora una forza poetica e non solo un brand nostalgico), in parte nuova congrega di talenti emersi negli ultimi due decenni (cine Ernia, Nerone o la citata Ele A), in parte lucida analisi di un’eredità, questo disco culmina forse in "Fiamma viva", dove una strofa postuma di Primo Brown e delle solidissime barre di Guè e Izi collegano piani temporali e culturali. Un disco lungo sì, ma estremamente divertente: forse perché gli stessi protagonisti sembrano i primi a volerne far parte, e non esitano un secondo a invitarci a sentire la frequenza giusta.

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Federico Pucci è un giornalista musicale. Ha collaborato con ANSA dal 2012 al 2019, occupandosi di spettacoli e cultura per la sede di Milano. Tra il 2020 e il 2023 ha diretto il magazine musicale online Louder, creando e producendo oltre 200 videointerviste e format originali. Nel 2019 ha scritto un libro sui sessant'anni di storia di Carosello Records. Ogni settimana pubblica una newsletter chiamata Pucci.
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