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Dalle fusioni di Mango-Mengoni alla stregoneria di Michielin: le recensioni della settimana

Cosa ascoltare questa settimana? Dalla collaborazione di Angelina Mango e Marco Mengoni all’album stregato di Francesca Michielin, passando per Olivia Rodrigo, Achille Lauro, Amari e Villabanks.
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"Siamo tutti dei grandi attori": il pre-ritornello di "Canto d’amore" di Angelina Mango con Marco Mengoni dice qualcosa di innegabile, confermando in quest’ultimo release friday che il tema del nostro ruolo nel mondo è il grande timore che vogliamo risolvere. Individuare la propria posizione dentro una tradizione, anche a costo di sacrificarsi per qualche cliché, è una soluzione che conosciamo fin troppo bene di questi tempi: vedi, ad esempio, il successo continuo di "Al mio paese" di Serena Brancale, Levante e Delia, che tiene botta in classifica nonostante le sue semplificazioni grottesche del Sud Italia. Il nuovo singolo di Angelina Mango non si spinge a tanto, ma attinge allo stesso bisogno di pescare nell’eredità folk (senti i mandolini e i tamburelli) con l’aggiunta di un elemento inusuale, in questo caso una linea di basso che richiama la salsa e quelle radici latine presenti anche nella house di Chicago. Forse la fusione qui è troppo affidata al carisma dei due interpreti e qualcosa, anche nell’impasto delle voci, non funziona fino in fondo. Ma per lo meno abbiamo un tema per parlare della musica uscita venerdì 12 giugno, tra tradizionalismi e atti di coraggio che meritano di essere segnalati.

Continua la striscia di ballate di Achille Lauro

Nella sua parte, evidentemente, Achille Lauro si trova a proprio agio se ha voluto coronare questa lunga serie di ballate con un'altra ballata (la settima): "Che tesoro che sei" di e con Antonello Venditti consolida la figura da poeta languido e maledetto che Lauro indossa sempre più volentieri. In più, qui c’è un proverbiale passaggio di consegne, dal momento che Venditti, come dicevamo più di un anno fa, sta saldamente tra le influenze di Lauro. Un'inaspettata convergenza evolutiva tra l’ex Folkstudio e l'ex Ragazzo madre culminata nello Stadio Olimpico, che tranquillizza tutti quelli che ormai da Achille Lauro si aspettano melodia e tenerezza con un tocco di melodramma, una versione glam di Ultimo.

Ciascuno canta la sua idea di amore

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Il ruolo privilegiato (ma non unico) di VillaBanks, invece, è quello di cantore esplicito della sessualità, e il suo nuovo singolo "Capricci" lo dice chiaramente, allineandosi a una produzione che da Albicocca a Papaya, dal progetto "Sex festival" a quello "Spingere" sempre, non ha mai nascosto propensioni e talenti dell’artista. Senza bisogno di nascondersi dietro l’ironia come capita ad altri colleghi, senza pretendere di contenere messaggi altri, e per questo scegliendo uno stile che perfettamente si allinea all’eccitazione comunicata da Villa, con un trap-soul pieno di chitarre elettriche lubrificate e un beat pesante come un respiro ansimante.

L’amore è anche un malanno, come ricorda Amalfitano in "Maledette parole", con la capacità del cantautore di divincolarsi tra cliché anni ‘60 e ‘70 senza suonare archeologico. Sono gli alti e i bassi che racconta con particolare sottigliezza il rapper torinese 1 44 9 8 (al secolo Lorenzo Zuliani) che sulla base crepuscolare, romantica, pulsante del beat di Dave_Zeta canta "Una storia".

Curiosamente, il tema dell’amore come condanna è anche al centro del disco internazionale della settimana, quello che forse potrebbe degnare anche le classifiche italiane, cioè "you seem pretty sad for a girl so in love" di Olivia Rodrigo, che continuando il sodalizio con il produttore Dan Nigro si avvicina con grande competenza e sensibilità ai suoni dell’alt rock anni ‘80 più malinconico e romantico: in questo senso, la presenza di Robert Smith dei Cure è un segnale piuttosto evidente, oltre che un legittimo marchio di qualità da un grande songwriter a un’altra, con buona pace di puristi e maschilisti. Dopo aver convinto con i singoli (specie "Drop Dead") e aver debuttato con una canzone solidissima come "Stupid Song", invito ad ascoltare con attenzione "Purple", dove con la co-produzione di Jim-E Stack si verificano dei piacevolissimi effetti illusori sulla voce. Vedremo se riuscirà a ripetere il risultato di Harry Styles, unico altro artista straniero ad aver avuto un disco al primo posto della FIMI (solo per una settimana!) nel 2026.

La magia bianca di Francesca Michielin per tornare a immaginare un mondo libero

Francesca Michielin – ph Laura Salerno
Francesca Michielin – ph Laura Salerno

Se proprio vogliamo parlare di ruoli sociali e artistici, e di grandi dischi di cantautrici, lascia che ti ricordi l’arrivo di "Magia Bianca" di Francesca Michielin. Senza dubbio il suo lavoro più maturo e completo, il disco è esattamente una riflessione sulla parte che ciascuno di noi (e in particolare le donne) interpretano nel teatro della vita, spesso contro la loro volontà. Nel quadro estremamente polarizzato e disumanizzante della cultura digitale, Michielin sceglie di essere la strega, una villain designata che in verità non costituisce altro che il femminile non conforme alle regole patriarcali, che pratica la fantasia e l’immaginazione per liberarsi facendo proprie non le connotazioni negative della fattucchiera, ma la sua potenza e indipendenza.

Sopra un clavicembalo che arranca in tempi dispari che ricordano "Golden Brown" degli Stranglers ma anche "Horse And I" di Bat For Lashes (con il cui produttore David Kosten Michielin ha lavorato per la traccia "Litha"), la canzone d’apertura "1484" descrive con precisione le ragioni di questa messinscena: il "mondo noioso" e il "tempo di merda", dove la guerra furoreggia lontano dai nostri schermi, sono in verità dominati da finzioni ben più ovvie e grottesche del fantasy e del folklore a cui l’artista si rivolge, finzioni di ruoli maschili performativi, e quindi anche finzioni di autenticità; finzioni di protagonismo individualista, di fronte al quale Michielin mette in campo invece un lavoro dichiaratamente collettivo, da musicisti e co-autori essenziali dietro le quinte come Kaput e VV (peraltro artisti di gran gusto) o il produttore Katoo, il filologo Davide Melchiori consultato per approfondire i temi trattati e le voci fantasma che non sono nominate ma si sentono, da Caparezza in "Strega comanda", a Patrizia Laquidara nel folk spettrale "Il canto delle anguane". Un disco che è un antidoto, insomma, perché funziona con ingredienti musicali per lo più assenti dai ricettari attuali e osa in un periodo di grande conservazione e paura.

Anche noi ascoltatori possiamo uscire dalla nostra parte: segnalazioni indipendenti

Marco Fracasia
Marco Fracasia

La musica si fa in due: l’artista che la fa, l’ascoltatore che la riceve. Tocca anche a noi fare la nostra parte, espandendo i confini della nostra curiosità. Questa settimana, per esempio, escono album di artisti e band di straordinaria inventiva: il perturbante "Mi giurano eternità" della cantautrice e batterista Evita Polidoro, impreziosito dalla partecipazione in una traccia di Lee Ranaldo già chitarra principale dei Sonic Youth; "t’amango" dei Tamango, un collettivo che fa tornare a credere nel valore del collettivo e nella potenza della canzone; "4321 Hz" di Marco Fracasia, che invita a immaginare una dimensione magica sovrapposta alle banalità e tristezze della nostra (Una spiegazione assurda, che hit).

Ma se per cambiare maschera ti basta una canzone, lascia che ti segnali vuoto di senso di Corinna, cantautrice e produttrice alt-pop di base a Bologna che invita a librarsi leggeri oltre il peso delle responsabilità, usando la voce in modo ipnotico e teatrale. Siamo pari degli inossidabili e redivivi Amari risponde alla stessa preoccupazione per gli "sguardi" degli "altri", ma anziché volare sottili o immaginare un mondo fantasy, qui la cura è lo sberleffo. Anche la "California mediterranea" di Laila Al Habash è una visione da fiaba, realismo magico in cui pesci parlanti e templi compaiono fra il cemento e i motorini che ronzano intorno alle spiagge. Perché la possibilità di cambiare deve partire da noi. Come in "Più in alto" di Birthh: con il ritmo martellante del suo funk, il crescendo strumentale, le distorsioni della melodia, il desiderio cantato dall’artista diventa tangibile e urgente, un campo gravitazionale che ci condiziona e ci convince. “Potremmo fare di tutto”, dice: esattamente la mentalità per affrontare questi tempi. O, quantomeno, l’estate che abbiamo davanti.

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