Quello che viene fuori dal vertice tra Ue e Turchia a Bruxelles è che l'Unione europea si è arresa. Nel tentativo di risolvere la crisi migratoria ha vinto la linea dura: chiudere la rotta balcanica, respingere chi è riuscito a passare, rimandare indietro i migranti economici. La parte da protagonista la farà Ankara, che ha proposto all'Ue l'introduzione di un sistema di scambio "uno a uno" dei rifugiati: chi sbarcherà illegalmente in Grecia – a prescindere dalla sua condizione – sarà fatto tornare forzatamente in Turchia; ma per ogni persona rispedita indietro, i paesi dell'Ue si impegnano ad accogliere legalmente un rifugiato siriano. Come contropartita per questo meccanismo, Ankara ha chiesto 3 miliardi di euro in più rispetto a quelli inizialmente previsti. Si tratta, sostanzialmente, come si legge in un articolo del Manifesto, di "accettare il fatto compiuto dell’Europa chiusa in un bunker, con la strada dei Balcani bloccata, e affidarsi alla buona volontà della Turchia, grazie al viatico del denaro". L'Unhcr ha espresso "preoccupazione rispetto a quegli accordi che prevedono il ritorno generalizzato di tutte le persone da un paese all’altro senza che le misure di protezione per i rifugiati siano sufficientemente illustrate loro, in conformità con gli obblighi internazionali". Tutta la questione, insomma, non può derogare alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

Eppure tra i paesi dell'Ue di dubbi sulla strada scelta non sembrano essercene troppi. Come scrive Annalisa Camilli su Internazionale "se Bruxelles ha faticato a trovare una linea comune sull’accoglienza, quella della durezza è stata una scelta molto più facile da condividere. Al summit del 7 marzo si sono sentite poche voci fuori del coro. La priorità dei 28 leader dell’Unione europea è quella di ristabilire Schengen, riaprire le frontiere interne, sedare i populismi in patria, mostrare a un’opinione pubblica spaventata di saper usare il pugno di ferro contro i migranti, dipinti come un pericolo pubblico, capro espiatorio perfetto in ogni campagna elettorale, da Budapest a Roma". Nelle intenzioni dichiarate di Bruxelles c'è il voler mandare un segnale: entrano solo i rifugiati siriani e non ha senso affrontare il mare e arrivare su una barca, tanto si verrà mandati indietro. In questo modo si porrebbe un freno alle morti nei naufragi e alle emergenze umanitarie. Basterà? Sarebbe assolutamente irrealistico pensare che muri, navi e filo spinato riusciranno davvero a fermare chi fugge dal proprio paese. Probabilmente si apriranno nuovi percorsi, che non è detto che non siano più pericolosi dei precedenti.

Un modo per evitare le morti in mare e consentire ai profughi di raggiungere le loro mete in sicurezza è il sistema dei corridoi umanitari. In Italia è stato formalizzato un accordo in proposito lo scorso 16 dicembre, quando è stato lanciato un progetto-pilota nato da un accordo tra la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), la Tavola Valdese, Comunità di Sant'Egidio e Ministeri degli Affari Esteri e dell'Interno. Il piano, finanziato con i fondi dell'8 per mille della Tavola Valdese e a una raccolta fondi, mira a portare in Italia entro 24 mesi mille profughi – "in condizioni di vulnerabilità" o potenziali richiedenti asilo secondo quanto stabilito da Unhcr – provenienti dalla Siria e dai paesi dell'Africa orientale e subsahariana, con voli da Libano, Marocco e dall'Etiopia.A chi arriva viene rilasciato un visto temporaneo – valido solo per l'Italia – per consentire l'espletamento delle pratiche per l'asilo. I migranti arrivati verranno poi distrubuiti in case o strutture delle organizzazioni coinvolte nel progetto. Secondo Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio, l'apertura dei corridoi umanitari serve a "evitare che i migranti intraprendano i pericolosi viaggi per attraversare il Mediterraneo e per sottrarli alla morsa dei trafficanti e, spesso, alla morte".

Fino a oggi sono arrivate in Italia attraverso il corridoio umanitario 97 profughi siriani dal Libano. Il 29 febbraio sono atterrate a Fiumicino 24 famiglie con 41 minori, fuggiti dalle violenze di Homs, Idlib e Hama e vissuti negli ultimi 5 anni in campi di fortuna libanesi. I nominativi sono stati forniti da associazioni e chiese locali. Il criterio è quello della vulnerabilità. "A Homs c'erano bombardamenti e scontri, nessuna sicurezza, solo la paura", ha raccontato Houriya Satouf, una delle siriane arrivate in Italia. Tra i bambini arrivati ce n'era uno di 11 anni, che a causa di una bomba in Siria ha perso una gamba.

Intervistate da Vice News alcune famiglie presenti nei campi profughi del Libano in procinto di partire per l'Italia hanno raccontato le loro storie tra fughe, disagi e ferite di guerra

"Sono caduto correndo, per proteggermi dagli attacchi aerei. Mi sono rotto la gamba ma non ho potuto curarla e questo è il risultato", esclama mostrando il ginocchio deformato. Ha lo sguardo triste e spento quest'uomo dal viso sciupato. "Non volevo che gli altri miei figli venissero arruolati nell'esercito del regime," racconta Jihad, "per questo siamo venuti in Libano."

E, per chi deve ricominciare per l'ennesima volta da zero, non mancano preoccupazioni per l'imminente viaggio

I dubbi, tra chi è pronto a partire per l'Italia, comunque non mancano. "Avremo i documenti? Potremo uscire di casa o saremo dentro un centro di detenzione?" si chiede Youssef. "E la scuola per i bambini?" Anche Giorgina è felice ma perplessa, teme i rischi di un nuovo viaggio in un paese lontano. "E se non riuscissi a trovare un lavoro?", chiede, sul punto di piangere.

Una delle altre famiglie in partenza per l'Italia è una famiglia irachena, composta da otto persone, in fuga per la terza volta. Prima dalle bombe americane a Baghdad nel 2003, poi dallo Stato Islamico vicino a Mosul nel 2014 e adesso da Beirut.

Francesco Piobbichi, giornalista e operatore dell’ong Mediterranean Hope, che ha seguito ogni passaggio del trasferimento dei primi migranti, ha spiegato che in vari paesi d'Europa si è manifestato interesse verso quest'iniziativa. Molti paesi hanno chiamato i rappresentanti delle associazioni a spiegare il progetto. "Speriamo che presto si concretizzino altre esperienze simili – ha detto – sarebbe un'ulteriore pressione verso i decisori politici europei per scendere finalmente in campo con un canale umanitario a livello di Unione europea". La stessa speranza è condivisa da Daniela Pompei, responsabile dei servizi ai migranti della Comunità di Sant'Egidio, secondo cui si tratta di "un progetto pilota per far vedere che utilizzando gli strumenti legislativi già a disposizione dell'Unione Europea senza toccare il sistema di asilo politico è possibile far entrare regolarmente delle persone. È un progetto quindi replicabile in altri Paesi insieme alla società civile". Quest'estate, ha ricordato Pompei, "a seguito della morte di Aylan, all'afflusso ingente di profughi siriani, iracheni e afghani, nel cuore dell'Europa moltissime associazioni e il mondo della società civile si sono mobilitati. Questa è un'opportunità concreta di intervenire su questo settore. L'apertura dei corridoi umanitari dimostra quindi che è possibile costruire vie di ingresso regolari senza dover affrontare i viaggi della morte".

Ad essere ammessi al corridoio umanitario in sperimentazione è solo una minima parte dei migranti che ogni giorno si mettono in viaggio, rischiando di non vedere mai la terraferma. Appena mille persone a fronte delle circa 4 mila che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere via mare le coste europee dall'inizio della crisi dei rifugiati. Nonostante i piccoli numeri, però, l'iniziativa sicuramente dimostra una cosa: esiste un'alternativa ai viaggi della disperazione, ai muri, ai fili spinati, alle marce sui binari. E non è chiudere tutto.