Ma Meloni può aprire il nucleare anche se l’Italia ha detto di No al referendum del 2011?

Il nucleare potrebbe essere il dossier strategico su cui il governo Meloni intende puntare da qui alla fine della legislatura. In Aula durante il premier time la presidente del Consiglio ha annunciato che entro l'estate sarà approvata la legge delega e saranno adottati i decreti attuativi per definire il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare. Ma Meloni può riuscire a far tornare il nucleare nel nostro Paese anche se l'Italia ha detto di No, per ben due volte, ai referendum del 1987 e del 2011?
Tecnicamente sì, non c'è nessuna norma che lo vieti. Il disegno delega di cui parla Meloni non è una novità. Il governo l'ha varato lo scorso ottobre e in questo momento le commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera lo stanno esaminando prima dell'approdo in Aula, previsto per fine maggio.
Come vi avevamo già raccontato, il provvedimento si concentra sul concetto di "nucleare sostenibile" – ovvero piccoli impianti e diffusi sul territorio – e si prefigge l'obiettivo di fissare le condizioni per il ritorno del nucleare in Italia rispettando i target di decarbonizzazione e di sicurezza energetica europei.
Con la crisi energetica innescata dal conflitto in Iran il tema dell'indipendenza energetica del nostro Paese è tornato centrale nel dibattito politico. Anche per questo motivo, dopo il fallimento delle riforme su giustizia e autonomia (e con il premierato rimasto in soffitta), Meloni sembra determinata a incanalare le sue energie sul dossier nucleare.
Si tratta di un tema particolarmente delicato e divisivo per l'Italia che in ben due occasioni vi oppose. La prima, nel 1987, con il referendum abrogativo che portò alla dismissione delle centrali nucleari presenti sul territorio nazionale. La seconda, nel 2011, con il voto che bloccò il suo ritorno in Italia. Anche in questo caso fu un referendum abrogativo, molto partecipato, a decretare la sconfitta. Il 94% degli italiani bocciarono le norme varate dal governo Berlusconi che disponevano la produzione di energia elettrica nucleare dopo la chiusura degli impianti negli anni 80.
Entrambi i voti assunsero un forte valore simbolico e politico per via del clima che si era creato attorno al nucleare a causa del contesto storico in cui si tennero. Nello specifico, si verificarono due eventi particolarmente rilevanti, destinati a rimanere impressi nella memoria collettiva: il disastro di Chernobyl nel 1986, appena un anno prima; il tragico incidente alla centrale di Fukushima solo pochi mesi prima, a marzo del 2011.
Al di là di questo però, ad oggi non esiste alcun divieto costituzionale permanente al nucleare. Un referendum abrogativo infatti, si limita ad eliminare determinate leggi o parti di legge ma non ne crea di nuove. Di conseguenza, qualsiasi governo può provare a riaprire la strada verso la produzione e il Parlamento è libero di approvare nuove norme in materia. Tuttavia, gli ostacoli politici, amministrativi e giuridici da affrontare sono parecchi.
Le legge delega licenziata dal governo è solo il primo passaggio. Dopo andranno approvati i decreti attuativi e fissati i criteri per la gestione di una serie di procedure cruciali: dallo smantellamento degli impianti esistenti alla la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito, passando per i costi, la ricerca, fino alla definizione dei siti e alle autorizzazioni ambientali.
Sul punto è intervenuto il vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Stefano Patuanelli: "Di quale nucleare stiamo parlando? Degli SMR, piccoli reattori modulari che richiedono investimenti dell'ordine di circa un miliardo di euro per 300 megawatt, con costi attesi dell’energia tra 120 e 140 euro per megawattora, molto superiori alle rinnovabili, e con una produzione di scorie radioattive significativamente più elevata rispetto alle grandi centrali. E soprattutto – ha aggiunto – questo Governo non è stato nemmeno in grado di decidere dove realizzare il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi che già oggi produciamo con la medicina nucleare e con le attività industriali. Anzi, ha appena chiesto altri quindici anni di proroga per continuare a pagare la Francia affinché custodisca le nostre scorie. Se non riescono a scegliere dove collocare il deposito nazionale, come pensano di convincere gli italiani ad accettare nuove centrali nucleari?".
Al momento l’Italia non ha centrali nucleari operative né cantieri avviati. Anche il leader di Avs Angelo Bonelli ha espresso le sue perplessità. "Il nucleare è un'energia costosa: oggi il suo costo si aggira sui 160-170 euro/MWh e l'Italia non ha ancora risolto il problema della gestione delle scorie", ha fatto notare. "A questo proposito voglio fare una domanda precisa alla presidente Meloni: dove vuole costruire le centrali nucleari? Lo dica chiaramente agli italiani, considerato che questo governo e questa destra non sono stati capaci di decidere nemmeno il sito per il deposito delle scorie radioattive, bloccato nei territori proprio dalla destra. Ma vorrei fare anche un'altra domanda alla Meloni: quanto costerà il nucleare e chi pagherà? Sicuramente lo Stato. Tra vent'anni, quando forse sarà stata realizzata qualche centrale nucleare, quella tecnologia sarà già stata definitivamente archiviata dai progressi dell'innovazione tecnologica e della scienza dei materiali nella produzione di energia. Perché il futuro ormai è segnato: è nelle rinnovabili e nell'elettrificazione del Paese", ha concluso.