“L’Iran non è mai stato così isolato e fragile, possibile colpo di stato interno”: l’analisi dell’esperto ISPI

Da settimane l'Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste in costante espansione per estensione geografica e intensità. Le manifestazioni, iniziate il 28 dicembre scorso in risposta al crollo del rial e all'aumento del costo della vita, si sono infatti rapidamente diffuse ben oltre Teheran, coinvolgendo città come Tabriz, Isfahan e Mashhad e decine di altri centri urbani, fino a trasformarsi in una contestazione sempre più esplicita del sistema di potere della Repubblica islamica.
Alla mobilitazione nelle piazze ha fatto però da contraltare una repressione crescente, fatta di arresti su larga scala, uso letale della forza e un blackout quasi totale delle comunicazioni digitali con il tentativo ultimo di spezzare il coordinamento delle proteste ed evitare che le notizie superino i confini. Nonostante le brutali restrizioni, però, centinaia di migliaia di immagini e testimonianze sono riuscite a superare il Paese, alimentando così l'attenzione internazionale e rafforzando la percezione di una crisi profonda, radicata in un malcontento che affonda le sue origini nella stagnazione economica, nell'impatto delle sanzioni e in una crisi energetica e idrica sempre più grave. Un accumulo di tensioni interne che si intreccia con una fase di particolare vulnerabilità anche sul piano esterno: l'indebolimento regionale dell'Iran dopo i recenti conflitti con Israele, i bombardamenti subiti nel 2024-2025 e lo stallo dei negoziati sul nucleare hanno infatti ulteriormente ridotto i margini di manovra del regime, con ricadute dirette sugli equilibri interni. Il potere oscilla così tra aperture retoriche al dialogo e una linea repressiva saldamente controllata dalla Guida suprema e dai Guardiani della Rivoluzione. In un contesto di protesta diffusa, priva però di una leadership riconosciuta, tornano così a circolare anche vecchi simboli: tra questi, il nome di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià, evocato da una parte dei manifestanti più per assenza di alternative che per una reale nostalgia monarchica.
Per provare a leggere questa fase complessa, abbiamo intervistato Luca Giansanti, consigliere scientifico dell'ISPI ed ex ambasciatore d'Italia a Teheran.
Le manifestazioni esplose a Teheran e in oltre 190 città iraniane sono partite dall'aumento del costo della vita, ma affondano le radici in una crisi economica, energetica e sociale che si trascina da anni. Questa nuova mobilitazione segna una rottura rispetto alle proteste del passato?
Le proteste a Teheran sono cominciate per ragioni eminentemente socio-economiche, legate al costo della vita e alla svalutazione della moneta nel mese di dicembre. Inizialmente hanno preso la forma di scioperi dei commercianti dei bazar, ma si sono rapidamente diffuse oltre questo ambito puramente economico, coinvolgendo numerosi centri urbani del Paese e assumendo una dimensione sempre più politica. Fin dall'inizio gli sviluppi sono apparsi in qualche modo imprevedibili. Probabilmente nessuno avrebbe immaginato ciò che poi è accaduto nelle strade e nelle piazze di Teheran da giovedì scorso fino a ieri; oggi, peraltro, non sappiamo con precisione cosa stia accadendo. Da giovedì sera le manifestazioni hanno assunto un'ampiezza e una violenza decisamente inattese. Violenza che va riconosciuta da entrambe le parti, perché anche alcuni manifestanti si sono rivelati violenti. Naturalmente non tutti: non si tratta di una protesta organizzata, non risponde a un'unica parola d'ordine, e questo rappresenta uno dei suoi elementi di debolezza, come già accaduto in passato in Iran.
Si tratta però di una violenza che esprime una rabbia profonda, una rabbia che risponde a motivazioni sempre più politiche, oltre che economiche. C'è dunque un insieme di fattori che spinge gli iraniani a tornare in piazza e a manifestare con i numeri che abbiamo visto.
Una crisi interna che si inserisce in un contesto di forti tensioni regionali e internazionali, penso in particolare a Israele e agli Stati Uniti. Quanto questi fattori esterni incidono sulle proteste e sulla strategia del regime?
Da questo punto in avanti è molto difficile prevedere gli sviluppi, così come è stato difficile farlo nelle prime due settimane. Il regime sta rispondendo con quello che sembra essere l'unico strumento di cui dispone: la repressione. I tentativi di avviare una qualche forma di dialogo sono stati e restano rivolti soprattutto alle istanze economiche, in particolare al mondo del bazar e dei commercianti. Ma il sistema manca di una reale capacità di interlocuzione con il resto dei cittadini che protestano, anche perché le manifestazioni non sono organizzate, non sono strutturate e non esistono rappresentanti riconosciuti che possano parlare a nome del movimento, ammesso che il sistema fosse disposto ad ascoltarli. Ci troviamo quindi in una spirale di protesta e violenza che il Paese ha già conosciuto in passato. L'ultima ondata era stata quella seguita alla morte di Mahsa Amini, nell'autunno del 2022. Ogni volta, però, le rivendicazioni si ampliano. Non si tratta più soltanto di richieste socio-economiche o di un maggiore spazio di libertà personale, come nel caso del velo e della copertura islamica per le donne, ma di istanze che vanno molto oltre e chiedono un cambiamento profondo del regime.
Questa evoluzione delle rivendicazioni cosa ci dice sul rapporto tra la società iraniana e la Repubblica islamica?
È evidente che si sta esaurendo la legittimazione della Repubblica islamica così come l'abbiamo conosciuta in questi 47 anni dalla rivoluzione del 1979. Un numero crescente di cittadini iraniani non si riconosce più nel sistema e lo afferma apertamente, scendendo in strada.
Quanto pesa oggi, rispetto al passato, l'indebolimento regionale e internazionale dell'Iran sulla tenuta del regime?
L'Iran non è mai stato così debole come oggi. Le proteste precedenti si sono svolte in un contesto molto più favorevole per Teheran. Dopo quanto accaduto nel biennio 2024-2025, la perdita della profondità strategica in Siria e in Libano, il conflitto con Israele e con gli Stati Uniti nel giugno scorso, la Repubblica islamica è oggi isolata e chiaramente indebolita. Personalmente nutro sempre delle perplessità sulla reale capacità del contesto internazionale di influire in modo decisivo su eventi interni di questo tipo. Si tratta di dinamiche che, in ultima analisi, si risolvono all'interno del Paese. Le opzioni a disposizione del regime si stanno però progressivamente riducendo anche a causa della pressione internazionale. Le vie d'uscita sono sempre più strette.
La situazione è dunque estremamente complessa e delicata. Detto con franchezza, non credo che un crollo imminente della Repubblica islamica sia scontato. Non so quali saranno gli sviluppi nei prossimi giorni o settimane, ma è indubbio che ci troviamo di fronte a una fase critica.
In questi giorni torna spesso il nome di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià, evocato come possibile alternativa alla Repubblica islamica. Quali opportunità e quali limiti vede nella sua figura? E quanto il sostegno che raccoglie riflette la ricerca di un'alternativa concreta più che una nostalgia monarchica?
È un tema molto interessante e, in effetti, tra i più dibattuti. La situazione non è affatto chiara né riducibile a una lettura in bianco e nero. Stando alle sue dichiarazioni pubbliche, Reza Pahlavi non punta a una restaurazione monarchica, ma si propone come possibile guida di una fase di transizione verso un assetto che dovrebbe essere deciso tramite elezioni o referendum. Va però ricordato che Pahlavi ha lasciato l'Iran a 17 anni per studiare all'estero e non è più tornato nel Paese. È una figura divisiva, anche perché in tutti questi anni non è riuscito a riunire attorno a sé l'opposizione iraniana in esilio. Allo stesso tempo, però, è vero che una parte dei manifestanti oggi guarda a lui, probabilmente anche per disperazione, in assenza di altri leader riconoscibili. È l'unica figura visibile sulla scena in questo momento. Nonostante le sue debolezze, negli ultimi tempi ha condotto una politica di comunicazione molto efficace, aumentando notevolmente la propria visibilità, anche grazie a un sostegno esterno, in particolare da parte di Israele. Non era riuscito, ad esempio, nel giugno scorso, a mobilitare i cittadini iraniani durante la guerra con Israele. In queste settimane, però, è più abile nell'accompagnare e nel cavalcare la protesta. È un gioco rischioso, perché spingere i cittadini a scendere in piazza, con il numero di vittime e la violenza che vediamo, significa esporli a rischi enormi per creare le condizioni di un proprio eventuale ritorno. Detto questo, resta oggettivamente una figura di riferimento per una parte dell'opinione pubblica.
I Pasdaran e le forze di sicurezza hanno un ruolo centrale nella gestione della crisi: è realistico ipotizzare un colpo di stato interno?
È forse l'ipotesi più realistica, qualora si arrivasse a un punto di svolta. Non va escluso, infatti, che la repressione riesca, almeno temporaneamente, a mettere fine alle proteste. Un'opzione interna resta plausibile. All'interno della cornice della Repubblica islamica, dato che un'opposizione strutturata, come la intendiamo noi, non è possibile, esistono personalità che potrebbero imprimere un indirizzo diverso. Naturalmente, non sappiamo cosa stia realmente accadendo oggi all'interno del sistema. È impossibile dirlo.
Le strategie adottate dal regime, violenza brutale, arresti di massa, blackout di Internet, minacce e applicazione effettiva della pena di morte, possono davvero frenare le proteste? O c'è questa volta una rottura rispetto al passato?
C'è una rottura. A ogni ondata di manifestazioni, dal 2009, poi nel 2017, nel 2019 e nel 2022, assistiamo a un ampliamento della protesta, della rabbia e delle rivendicazioni. Per questo mi sembra difficile che la sola repressione possa bastare, anche se non va sottovalutata la capacità repressiva del sistema.
Per fermare davvero le proteste si arriverebbe a un vero bagno di sangue, e non credo che la Repubblica islamica voglia correre questo rischio in una fase in cui la pressione internazionale, in particolare quella degli Stati Uniti, è concreta e percepibile. Il regime si muove su un crinale molto delicato: contenere le manifestazioni senza spingersi troppo oltre, evitando di provocare un intervento esterno che probabilmente non risolverebbe nulla, ma renderebbe la situazione ancora più complessa.