Lavoro, quali sono le professioni più cercate in Italia e nel mondo: competenze AI salgono del 69%

Per anni ci hanno raccontato che l’intelligenza artificiale avrebbe portato via il lavoro. Oggi il problema sembra essere un altro: il lavoro c’è, ma sempre più spesso è avvantaggiato chi sa usare l'AI. È questo il quadro che emerge dall’AI Jobs Barometer 2026 di PwC, che fotografa un mercato in cui le competenze legate all’intelligenza artificiale non rappresentano più un valore aggiunto, ma iniziano a diventare un requisito. Chi possiede queste competenze guadagna di più, mentre chi non riesce ad aggiornarsi rischia di vedere restringersi le opportunità. Secondo il rapporto, realizzato analizzando oltre un miliardo di offerte di lavoro in 27 Paesi, gli annunci che richiedono competenze nell’intelligenza artificiale sono aumentati del 69% nell’ultimo anno. Una crescita che va molto più veloce rispetto a quella del mercato del lavoro nel suo complesso. Ma il dato che colpisce di più riguarda gli stipendi: per le figure specializzate in AI le aziende arrivano a riconoscere retribuzioni mediamente superiori del 42%.
L'AI cambia le regole del mercato del lavoro
Dietro questi numeri, però, c’è una domanda che riguarda milioni di lavoratori: cosa succede a chi non appartiene a questa nuova élite di competenze?
La narrazione dominante continua a presentare l’intelligenza artificiale come uno strumento capace di migliorare la produttività. Le imprese stanno cercando professionisti in grado di integrare questi sistemi nei processi aziendali: machine learning, intelligenza artificiale generativa, Large Language Model, sviluppo software, analisi dei dati e automazione intelligente sono tra le competenze più richieste.
Ma il punto politico è un altro, non tutti partono dalla stessa linea di partenza, chi ha già una formazione tecnica o lavora in grandi aziende ha molte più possibilità di aggiornarsi. Diversa è la situazione di chi opera nei settori più tradizionali, nelle piccole imprese o svolge mansioni che fino a pochi anni fa non richiedevano alcuna competenza digitale avanzata. Per queste persone il rischio non è essere sostituite da un algoritmo dall’oggi al domani, ma diventare progressivamente meno competitive nel mercato del lavoro. Anche perché il cambiamento corre veloce, secondo PwC, le aziende non cercano semplicemente persone che sappiano usare ChatGPT o altri strumenti simili, le competenze censite dal report sono oltre 400 e spaziano dalla progettazione degli algoritmi alla gestione di modelli linguistici complessi, fino all’integrazione dell’AI nei sistemi aziendali.
Quali sono le figure professionali più cercate
Nel frattempo aumenta anche la domanda di nuove figure professionali. Gli analisti di sistemi sono tra i profili più ricercati, insieme a matematici, statistici, data analyst e sviluppatori software. Crescono inoltre le opportunità per sviluppatori web, specialisti di applicazioni basate sull’intelligenza artificiale ed esperti di contenuti multimediali. Il settore tecnologico resta quello che assume di più, ma l’AI sta entrando rapidamente anche nei servizi finanziari, nella consulenza, nella manifattura e in molti altri comparti. Segno che il fenomeno non riguarda più soltanto le grandi aziende della Silicon Valley, ma l’intero sistema produttivo.
L'Italia cresce, ma resta indietro
Anche l’Italia si muove nella stessa direzione, seppure con maggiore lentezza. Sul totale degli annunci di lavoro pubblicati nel 2025, quelli che richiedono competenze AI rappresentano circa l’1,7%, una quota ancora lontana da quella registrata in India, Cina, Stati Uniti e Regno Unito. Ma la tendenza è chiara: crescono le richieste di personale capace di utilizzare l’intelligenza artificiale per migliorare processi, prodotti e servizi.
È qui che il dibattito smette di essere tecnologico e diventa politico. Se il mercato premia sempre di più chi possiede determinate competenze, chi deve garantire che il resto dei lavoratori non venga escluso? La formazione continua può davvero essere lasciata alla buona volontà dei singoli o dovrebbe diventare una priorità delle politiche pubbliche? E ancora: se le imprese ottengono aumenti di produttività grazie all’AI, una parte di questo valore verrà redistribuita oppure finirà per allargare ulteriormente le disuguaglianze salariali? Il rischio è che l’intelligenza artificiale diventi un nuovo spartiacque sociale. Da una parte chi riesce a cavalcare la trasformazione digitale, accedendo a stipendi più alti e percorsi di carriera accelerati. Dall’altra chi, senza strumenti adeguati per riqualificarsi, vede aumentare la distanza da un mercato del lavoro che cambia più rapidamente delle politiche chiamate a governarlo.
L’AI, insomma, non sta solo cambiando il modo in cui lavoriamo, sta cambiando anche chi avrà accesso alle opportunità lavorative migliori, questa non è soltanto una questione economica o tecnologica. C’è chi l’intelligenza artificiale la guarda con entusiasmo e chi, invece, con un certo timore. Non perché pensi che un algoritmo gli ruberà il posto domani mattina, ma perché il mercato del lavoro sta iniziando a premiare sempre di più chi sa usare questi strumenti. E chi resta indietro rischia di pagare il prezzo più alto.