Mesi e mesi di martellamento mediatico senza precedenti. Mesi e mesi di allarmi, profezie catastrofiche, scenari da incubo. Mesi e mesi di trasmissioni televisive sull’invasione imminente, sull’apocalisse migranti che si stava abbattendo sul nostro Paese. Mesi e mesi di editoriali infuocati sull’Europa che ci aveva abbandonato, sul Governo che si rifiutava di usare la forza, sul rischio di dissoluzione della nostra società. Mesi e mesi di commenti schiumanti rabbia, di allarmi con la bava alla bocca, di inviti a respingere l’orda in arrivo dalle coste africane. Mesi e mesi a soffiare sul fuoco dell’odio e dell’intolleranza. Mesi e mesi a costringerci ad avere paura di chi scappava da guerra e fame. Mesi e mesi a insultare chi, come noi, continuava a sostenere che un grande Paese fosse in grado di dare accoglienza a queste persone, che fosse nostro dovere morale salvare vite in mare, che l’Italia potesse reggere l’arrivo di qualche centinaio di migliaia di persone. Mesi e mesi a presentare il 2015 come l'anno dell'invasione programmata, della fine dell'Italia, addirittura dell'Eurabia.

Poi, arrivano i dati. Quelli veri. E, insomma, di che parliamo?

Il crollo del sistema italiano sotto l’esercito dei richiedenti asilo? Beh, 18mila richieste in più…

E allora a cosa è servito creare a tavolino questa emergenza? A raccogliere qualche voto, forse. Ad alimentare un cortocircuito fra politica, informazione e cittadini, probabilmente. A reiterare gli errori del passato, certamente.

Intendiamoci, il punto non è minimizzare la portata della trasformazione in atto, che è considerevole e va valutata in tutti i suoi aspetti. Che ci sia una emergenza “europea” è fuori discussione. Lo dicono i numeri, lo evidenziano le divisioni interne alla Ue, lo dimostrano le condizioni di migliaia di persone che ogni settimana entrano in Europa, dopo viaggi estenuanti e a rischio e pericolo della propria vita (a nessuno sfugge che il minore arrivo sulle nostre coste sia dipeso da una modifica delle rotte, conseguentemente alla "apertura" della Merkel"). E a queste persone dobbiamo dare risposte immediate e concrete, che non possono essere quelle dei muri e della sospensione delle libertà individuali.

Ma noi abbiamo anche il dovere di parlare il linguaggio della verità. Di rifuggire le speculazioni e i facili allarmismi. Perché il clima di terrore e di emergenza perenne ci rende ciechi, ci costringe all’errore, ci predispone in maniera negativa nei confronti degli altri.